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UN DIFENSORE D'UFFICIO DI FLORENT BRAYARD: RUDY LEONELLI

Carlo Mattogno

 

Il libro di Florent Brayard "Comment l'idée vint à M.Rassinier. Naissance du révisionnisme", sia per il suo apparato pseudoscientifico, sia, soprattutto, per l'avallo ufficiale ad esso conferito da Pierre Vidal-Naquet, è apparso agli occhi dei creduli propagandisti dell'olocaustismo come la confutazione radicale e definitiva del revisionismo nella sua genesi storica. La pia illusione è presto crollata sotto la critica revisionistica, che ha messo in luce la totale inconsistenza delle tesi propugnate da Brayard.

Per ciò che mi concerne, nel mio opuscolo "Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard" ho dimostrato sulla base di dati di fatto oggettivi, verificabili da tutti, che il libro di Brayard è fondato sulla malafede eretta a sistema, che fa largo ricorso alle insinuazioni calunniose nel campo politico e psicologico, al travisamento e alla falsificazione in quello argomentativo.

La reazione degli apologisti nostrani, che si sono visti rompere le uova nel paniere, non si è fatta attendere, ed ecco apparire prontamente su "Altreragioni" la "risposta" di tale Rudy Leonelli, uno dei tanti caudatari che hanno il compito di screditare il revisionismo sul piano non già storiografico, bensì meramente propagandistico, l'unico accessibile alla loro caratura intellettuale.

Costui, che appartiene alla fitta schiera di coloro che sanno poco o nulla non solo di revisionismo, ma perfino di olocaustismo, non poteva ovviamente avventurarsi in un attacco frontale che avrebbe svelato in modo troppo brutale la sua ignoranza storica; allora ricorre ad un artificio subdolo: finge una recensione. Con il pretesto di recensire il libro di Brayard, egli tenta dunque una confutazione della critica revisionistica allo "storico" francese, in particolare del mio opuscolo summenzionato. Con questo artificio, l'autore si esime -- o crede di esimersi -- dal rispondere seriamente al mio scritto sui problemi storico-tecnici dibattuti da Brayard, i quali, insieme alle problematiche che suscita il rapporto Gerstein -- si affretta a precisare -- "esulano dal presente lavoro" (p.190), come a dire che lì, in sede di recensione, egli, purtroppo, non può occuparsi di questi problemi! Considerata la competenza specifica di questo apologeta di Brayard, si può esser certi che egli, questi problemi, non li affronterà mai, in nessun'altra sede. Contro tale eventualità, del resto, il signor Leonelli si è già saggiamente premunito con un opportuno paralogismo sul quale ritornerò successivamente. C'è perfino da chiedersi quanto, di questi problemi, il nostro apologista abbia capito nel libro stesso di Brayard, ma una cosa l'ha capita di sicuro: che questo libro, per gli adoratori del vitello d'oro olocaustico, può essere una buona arma contro il revisionismo, e per questo egli si autonomina difensore d'ufficio di Brayard e si atteggia a fustigatore di coloro che dissentono dalla buona novella proclamata dal maestro.

Com' era inevitabile, il risultato dei suoi sforzi non è né una recensione del libro in oggetto, né una critica del mio opuscolo. Tutto ciò che il difensore d'ufficio di Brayard riesce a scodellare è un'abbondante piatto di rancida minestra vidalnaquetiana.

Per far capire subito chi è, egli comincia la sua "recensione" travisando una citazione di Cesare Saletta:

"Nel testo che accompagna il comunicato incontriamo accorgimenti come questo: si rimprovera al libro di Brayard di avere "omesso di rammentare", nel contesto di osservazioni svolte a pag.45 del libro, l'invalidità di "95% più un altro 10%" riportata da Rassinier. Ma questo "resoconto" omette a sua volta di comunicare (e non semplicemente di rammentare) al lettore che Brayard ha, fin dall'introduzione, sottolineato l'invalidità del 100+5% riportata da Rassinier in conseguenza delle torture seguite al suo arresto da parte della Gestapo (p.30)" (p.183).

In realtà, se qui c'è qualcuno che "omette", questi è proprio il signor Leonelli. In effetti Saletta, riassumendo le affermazioni di Brayard, scrive:

"Rassinier era afflitto da un profondo senso di colpa, "indicibile e pregnante per sempre": aveva avuto coscienza del fatto che il trattamento usatogli a Dora era stato quello di un privilegiato, "in definitiva sottoposto per poche settimane al regime ordinario dei deportati"; per il resto, otto mesi e mezzo, in varie riprese, di ricovero in infermeria e più di due mesi alle dirette dipendenze di un ufficiale della SS (nel contesto di queste considerazioni il Brayard omette di rammentare a chi lo legge che il trattamento privilegiato -- anzi, "particolarmente" privilegiato --, sommandosi alle sevizie subite nel corso degli undici giorni passati tra le grinfie della Gestapo al tempo dell'arresto -- un rene fuori uso, la mandibola fratturata, le mani schiacciate -, si era risolto per Rassinier in un'invalidità, autentica, del 95% più un altro 10%)".

Dunque Saletta dice che Brayard "omette di rammentare" il fatto dell'invalidità riportata da Rassinier "nel contesto di queste considerazioni". Il signor Leonelli omette a sua volta di precisare quale sia questo contesto, fornendone per di più un'indicazione di pagina errata ("nel contesto di osservazioni svolte alla pag.45 del libro [di Brayard]"), poiché il contesto cui si riferisce Saletta è quello esposto dallo "storico" francese alle pp. 57-58. Se si mette da parte la malafede, il senso dell'argomento di Saletta appare chiaro: Brayard, mentre pretende che Rassinier abbia goduto di un trattamento privilegiato durante la sua detenzione, omette di rammentare che la sua invalidità fu effetto anche di questa detenzione; ed è evidente che, se lo avesse rammentato, la sua affermazione sarebbe parsa quantomeno dubbia perfino ad un minus habens anti"negazionista". Quanto poi alla presunta omissione di Saletta, non a caso egli usa il verbo "rammentare", il quale (se di nuovo si mette da parte la malafede) significa che Brayard ha già "comunicato". La cosa più grave, sulla quale il signor Leonelli tace, è che Brayard, come rileva Saletta nel prosieguo del passo citato sopra, vorrebbe individuare nel presunto "sentiment de culpabilité" di Rassinier la genesi unica ed esclusiva della sua attività revisionistica, senza tener conto del contesto storico-politico in cui essa venne alla luce.

Il signor Leonelli, si volge poi al mio opuscolo "Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard".

Per mostrare quale sia l'onestà intellettuale del nostro critico, premetto un riassunto molto sommario dei metodi di lavoro del suo involontario cliente. Il ricorso a questo mezzo sarà forse noioso, ma, con gente di tale risma, è necessario e inevitabile.

Per quanto riguarda gli "argomenti" che Brayard oppone a Rassinier, nell'opuscolo in questione ho documentato tra l'altro:

1) la malafede di Brayard riguardo all'interpretazione del rapporto Korherr (questione della deportazione nei campi di concentramento);

2) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di Georges Wellers a proposito di "Evakuierung" e "Sonderbehandlung";

3) la falsificazione di Brayard relativa all'equivalenza tra "evacuazione" e "sterminio";

4) la malafede di Brayard riguardo all'efficienza dei motori Diesel a scopo omicida;

5) la malafede di Brayard riguardo alle presunte parole di Globocnik riportate da Gerstein;

6) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di G. Wellers relativa alle dimensioni dell'edificio di "gasazione" di Belzec;

7) la falsificazione storica di Brayard riguardo ai tre rapporti di Gerstein del 6 maggio 1945;

8) la malafede di Brayard nel calcolo truffaldino relativo al numero di persone contenute nelle "camere a gas";

9) la malafede di Brayard riguardo al racconto del visitatore anonimo di Rassinier (Brayard spaccia per critiche contro Gerstein quelle che Rassinier rivolge invece al racconto del visitatore);

10) la malafede di Brayard riguardo all'identificazione di questo visitatore con Pfannenstiel;

11) l'avallo di Brayard alla falsificazione storica di G. Wellers relativa all'invio da Belzec di un vagone con 3.000 kg di capelli umani.

Ora, di tutte queste critiche il signor Leonelli ne menziona una sola, ma non per contestarla, bensì per accettarla! Ciò facendo, però, egli ne travisa il significato fornendo un altro eccellente saggio della sua onestà. Egli scrive:

"Esulano dal presente lavoro contenziosi su peso e numero delle vittime di gassaggi descritti in documenti e testimonianze. Registro comunque il fatto (rilevato da Mattogno) che l'equazione proposta da Brayard nella nota 3 a p.341 nell'intento di imprimere coerenza alle precisazioni numeriche fornite da Gerstein è errata. [...].

Ma la rilevanza della nota nell'economia del testo di Brayard è minima. Nell'ambito dello stesso capitolo IX, "Le mystérieux compagnon de Kurt Gerstein", essa ha una collocazione periferica ed è accessoria rispetto al nucleo dell'argomentazione di Brayard, che verte sull'identificazione di Pfannenstiel. In mancanza di argomenti forti contro questa identificazione, il signor Mattogno enfatizza un errore laterale" (p.190, nota 7).

Il signor Leonelli mentisce sapendo di mentire.

Anzitutto, è falso che "la rilevanza della nota nell'economia del testo di Brayard" sia "minima": è vero proprio il contrario, perché in tale contesto la sua rilevanza è essenziale. Per gettare polvere olocaustica negli occhi del lettore, con un piccolo trucco, il signor Leonelli storna la sua attenzione dal contesto diretto al contesto indiretto, l'intero capitolo in cui la nota in questione è contenuta. Ora, se è vero che questa è "perfiferica" rispetto all'argomento esposto nel titolo di tale capitolo, anzi, propriamente con esso non ha nulla a che vedere, non è men vero che Brayard ha escogitato la sua "doppia equazione" in difesa non già di Pfannestiel, ma di Gerstein. Vediamo dunque qual è il contesto diretto in cui essa appare.

Il problema fondamentale che cruccia Brayard, come prima aveva crucciato tutti i difensori d'ufficio di Gerstein, è l'affermazione del nostro "testimone oculare" secondo la quale nelle "camere a gas" di Belzec, che misuravano m 5 x 4 o 5 x 5, furono pigiate 700-800 persone. Non è necessaria una "doppia equazione" brayardiana per calcolare che ciò corrisponderebbe a una densità minima di 28 persone per metro quadrato e massima di 40 persone. Prima di Brayard, Georges Wellers aveva tentato di risolvere l'enigma ingrandendo d'autorità l'edificio delle "gasazioni" sulla base di misure inventate di sana pianta. Ma con questa impostura egli era riuscito ad aumentare la superficie delle "camere a gas" soltanto a 34 m2, riducendo la densità delle vittime a 20-23 per metro quadrato. Ancora troppo! Alle pp. 340-341 del suo libro, Brayard vuole dunque "porre fine a questa polemica abbastanza sordida iniziata da Rassinier", cioè vuole risolvere l'enigma. Dopo aver riassunto i risultati - poco soddisfacenti - raggiunti da G. Wellers, Brayard, per avvalorare i calcoli insensati addotti da Gerstein al fine di giustificare dal punto di vista fisico-matematico la sua assurda affermazione delle 700-800 persone su 20 o 25 metri quadrati, presenta la propria "doppia equazione", la quale non è solo errata nel risultato, ma è anche impostata in modo truffaldino, perché uno dei due termini noti (70 kg, peso medio di un adulto) è un'assunzione arbitraria di Brayard, l'altro (30 kg, peso medio delle vittime delle "camere a gas" secondo K. Gerstein) è una sua scelta parimenti arbitraria tra le tre cifre diverse che Gerstein fornisce nei tre rapporti del 6 maggio 1945, che sono 30, 35 e 65 kg. Questa scelta mostra del resto apertamente la malafede di Brayard, perché, per ragioni matematiche, solo con il valore "30" egli poteva sperare di ingannare il lettore con il suo trucco matematico.

Come si vede, nel suo vero contesto, la "rilevanza" della "doppia equazione" di Brayard è tutt'altro che "minima".

Il signor Leonelli non si accontenta però di questa pia menzogna e ve ne aggiunge un'altra, ancora più grave, affermando che io, con una tattica di sostituzione, "in mancanza di argomenti forti" contro la presunta identificazione del misterioso visitatore di Rassinier con il prof. Pfannestiel operata da Brayard, avrei enfatizzato un "errore laterale". In realtà, dopo aver liquidato la stolida pretesa di Brayard di aver risolto definitivamente l'enigma fisico sopraindicato, ho liquidato la sua non meno stolida pretesa di aver risolto definitivamente l'enigma dell'identità del misterioso visitatore di Rassinier. Anzitutto ho rilevato che questa presunta identificazione era già stata supposta -- e dico semplicemente supposta -- da G. Wellers, indi P.Vidal-Naquet, con la sua notoria onestà intellettuale, aveva trasformato con un tocco di bacchetta magica olocaustica la supposizione di G. Wellers in certezza assoluta. L'ultimo venuto, Brayard, non ha saputo fare altro che ripetere la mistificazione del maestro, aggiungendo di suo solo un'altra menzogna. Vediamo come e perché. La lettera che il vero Pfannestiel scrisse a Rassinier il 3 agosto 1963 dimostra irrefutabilmente, per semplici ragioni cronologiche, che Pfannestiel non era l'uomo che aveva fatto visita a Rassinier a Parigi due mesi prima. Ciò contraddice ovviamente l'intangibile dogma vidalnaquetiano. Come fare? Semplicissimo: basta proclamare -- senza alcuna prova, senza alcun indizio -- che l'incontro di Rassinier con il misterioso visitatore avvenne dopo tale lettera, nel settembre 1963, in Germania, e dichiarare poi sfrontatamente che, riguardo alla data e al luogo dell'incontro, sia Rassinier, sia la moglie di lui, hanno mentito!. Una identificazione" davvero ineccepibile!

Chi dunque enfatizza, anzi, inventa "in mancanza di argomenti forti" a favore di questa "identificazione", è proprio Brayard, che, per sostenerla, è costretto a ricorrere a una volgare menzogna. E il signor Leonelli, dal canto suo, non solo avalla omertosamente questa menzogna, ma, per sviare il lettore, ve ne aggiunge un'altra di propria fattura!

Quanto alle altre critiche da me formulate a Brayard, il signor Leonelli tace, non sa che cosa dire, non ha nulla da obiettare, dunque ne accetta tacitamente il valore e la fondatezza.

E infatti, "in mancanza di argomenti forti" -- è proprio il caso di dirlo -- egli si appiglia a una quindicina di righe del mio opuscolo, le isola dal contesto, ne stravolge il significato e dedica più di due pagine alla loro "confutazione" esponendo tre "argomenti". Egli scrive:

"In materia di probità intellettuale, al fine di saggiare la probità di tali precettori, scelgo un brano dal libretto negazionista contro Brayard:

"Brayard non adduce una sola prova della presunta adesione di Rassinier all'ideologia della destra: egli non solo non ha mai rivendicato «la sua nuova appartenenza», ma ha sempre respinto con durezza le accuse di collaborazionismo con ex SS (p.278) o di appartenenza «ad un gruppo internazionale di tendenza fascista» come «abominevole calunnia» (p.373). E non è un caso che, dopo che la collaborazione a Rivarol con lo pseudonimo di Jean-Pierre Bermont divenne di pubblico dominio, «una sola rivista, confidenziale, quella dell'Associazione operaia anarchica, rinnovò a Rassinier la sua fiducia e la sua fedeltà» (p.384). Ma forse anche questi operai anarchici facevano parte dello stesso fantomatico «gruppo internazionale di tendenza fascista» ! ".

Questa "critica" figura in uno scritto che ha perlustrato il libro alla ricerca di ciò che Brayard "tace disonestamente" " (p.184).

Saggiamo dunque a nostra volta la "probità intellettuale" di questo precettore anti-"negazionista".

Egli comincia col travisare lo scopo stesso della mia analisi del libro di Brayard isolando dal contesto due parole e conferendo ad esse un significato che non hanno. A p. 42 dell'opuscolo in questione, mi sono limitato a rilevare:

"Dopo aver introdotto la sua argomentazione con questa menzogna, Florent Brayard tace disonestamente che nei primi due documenti Gerstein ha fornito indicazioni contraddittorie:...".

Si tratta della questione, cui ho accennato sopra, del peso medio delle vittime delle "camere a gas", al quale Gerstein attribuisce nei tre documenti tre valori diversi (30, 35 e 65 kg), tra i quali, come si è detto, Brayard sceglie il valore più basso perché è l'unico che gli consenta di ingannare il lettore con la sua "doppia equazione"!

Riprendiamo la "critica" del signor Leonelli. Egli continua asserendo:

"Limitandomi a questo brano, segnalo, a titolo d'esempio, alcune cose che questa "confutazione" tace - dobbiamo presumere - onestamente:

1. Il modo in cui la collaborazione di Rassinier al giornale neofascista Rivarol "divenne -- come dice pudicamente il brano sopraccitato -- di pubblico dominio" (p.184).

Indi il signor Leonelli riporta un passo del libro di Brayard che contiene "il resoconto dell'incidente che decise l'esito del processo", nel quale l'avvocato Rosenthal costringe Rassinier, che prima negava, ad ammettere di aver collaborato a Rivarol con lo pseudonimo di Jean-Paul Bermont, cosa che io non ho taciuto perché la cosa mi creasse un qualche imbarazzo ("pudicamente", dice il signor Leonelli), ma non ho menzionata soltanto perché essa è assolutamente irrilevante rispetto al problema che ho sollevato, che è quello del significato reale dell'avvicinamento di Rassinier alla destra francese. Il passo riportato dal signor Leonelli non solo non dimostra nulla circa il presunto "rinnegamento" politico di Rassinier, ma, se mai, prova il contrario, tradendo il grave imbarazzo di chi si senta scoperto in flagranza con il suo nemico ideologico naturale, imbarazzo che Rassinier non avrebbe provato se avesse "rinnegato" deliberatamente i suoi ideali.

Passiamo alla seconda "critica" del signor Leonelli:

"2. La presa di posizione degli organi anarchici meno confidenziali, come quella di Le Monde Libertaire, organo della Fédération anarchiste (Fa), riprodotta da Brayard a p.383" fu quella di una netta presa di distanze da Rassinier ("noi non abbiamo niente a che fare con questo personaggio che ci è totalmente estraneo") (p.185).

Qui al signor Leonelli, oltre che la buona fede, fa difetto anche la logica. Con la citazione "criticata" dal nostro apologeta ho soltanto voluto sottolineare che, dopo essere stato smascherato (spero che il signor Leonelli trovi meno "pudico" questo verbo) come collaboratore di Rivarol, Rassinier ebbe ancora l'appoggio morale dell'Associazione operaia anarchica, la quale non credeva evidentemente al presunto "rinnegamento" politico di Rassinier, e questo è tutto. Il rimprovero del signor Leonelli è dunque un semplice paralogismo, come se io avessi sostenuto che tutti gli organi anarchici avessero dato il loro appoggio a Rassinier !

L'apologista di Brayard continua così con il terzo "argomento":

"3. Brayard non sostiene affatto, né in alcun modo suggerisce, che l' Association ouvrière anarchiste sarebbe stata affiliata ad un "gruppo internazionale di tendenza fascista""(p.185).

Alla dimostrazione di questo assunto egli dedica perfino parecchie righe.

Qui le cose sono due: o il signor Leonelli è in malafede, e allora è tutto chiaro, oppure argomenta sul serio, e allora bisogna pensare che il suo intelletto sia sconvolto da gravi turbe vidalnaquetiane. Come si fa a prendere sul serio una semplice boutade? Nel passo in oggetto -- non si offendano i lettori di intelligenza normale per la banalità della spiegazione, ma, a quanto pare, c'è qualche caudatario anti"negazionista" che ne ha bisogno -- rilevando che Rassinier era stato accusato di far parte di "un gruppo internazionale di tendenza fascista" e ciò nonostante la rivista dell'Associazione operaia anarchica "rinnovò a Rassinier la sua fiducia e la sua fedeltà", ho lanciato la boutade che forse anche questi operai anarchici facevano parte dello stesso gruppo.

Ma la cosa più sorprendente è che dalla "critica" di questa boutade, il signor Leonelli si affretta a trarre -- sempre mantenendo la sua integerrima probità intellettuale, s'intende -- un presunto principio generale della mia metodologia storiografica:

"Questo tentativo di ripetere il raggiro mostra bene la consistenza della pretesa indipendenza metodologica e argomentativa da Rassinier, proclamata dagli epigoni " (p.185).

Incredibile ma vero, il signor Leonelli non misura la mia indipendenza metodologica ed argomentativa dalle critiche metodologiche e argomentative che rivolgo a Brayard e a Rassinier stesso, ma da una mia boutade di due righe!

Non solo, ma su tale base più che risibile egli, incredibilmente, costruisce poi il presunto "procedimento fisso" delle mie obiezioni:

"1. Si attribuisce all'autore "criticato" una tesi non sua (in questo caso si riduce il lavoro di Brayard alla presentazione di un "Rassinier in camicia bruna" che, nel brano in questione, si traduce nel Rassinier affiliato ad un "fantomatico gruppo...", un'affermazione del 1964 della Lica che non esprime l'impostazione del libro di Brayard);

2. Conseguentemente alla falsa premessa, si "scoprono" nel testo affermazioni che contrastano con la tesi abusivamente attribuita all'autore;

3. Si chiude il paralogismo osservando che l'autore "si contraddice", è "in malafede".

Il problema di Brayard è tutt'altro: il suo lavoro non si contraddice, ma espone una contraddizione: Rassinier è l'uomo che "non ha cambiato idea", l'eterno pacifista che sostiene il patto di Monaco e - insieme - un ingranaggio del dispositivo discorsivo revanscista dell'estrema destra europea del secondo dopoguerra" (pp.185-186).

In realtà è il signor Leonelli ad attribuire una "tesi non sua" a Brayard, dicendo esattamente il contrario di ciò che lo "storico" francese afferma: l'apologista gli fa dire infatti che Rassinier "non ha cambiato idea", mentre lo "storico" parla della sua "nuova posizione politica", afferma che egli "rivendica la sua nuova appartenenza" politica e gli attribuisce perfino un "rinnegamento" politico che era "deliberato".

Forse per amore di simmetria, il signor Leonelli, dall'alto della sua probità intellettuale, attribuisce anche a me una tesi non mia, isolando il mio passo citato sopra dal contesto e storpiandone ancora una volta il significato, come se io avessi realmente imputato a Brayard l'affermazione di un "Rassinier affiliato ad "un fantomatico gruppo [internazionale di tendenza fascista]"".

Nonostante le assicurazioni che il signor Leonelli elargisce -- dobbiamo presumere -- onestamente, la contraddizione non è in Rassinier, ma in Brayard, la cui malafede il suo difensore d'ufficio ha d'altronde ammesso e sottoscritto non eccependo nulla alle mie circostanziate dimostrazioni di essa nel campo argomentativo.

Imbaldanzito dai suoi stessi sofismi, il signor Leonelli, con la sua consueta buona fede, si avventura poi in una "critica" più generale.

Nel mio opuscolo ho scritto che

"il libro di Florent Brayard rappresenta una nuova strategia di attacco contro il revisionismo, al tempo stesso la radicalizzazione e la copertura pseudoscientifica delle ignobili tesi sostenute da Deborah Lipstadt".

Il signor Leonelli commenta:

"Questa nuova strategia consiste nel sottoporre ad esame critico i testi e il percorso del padre fondatore del revisionismo, esaminando non soltanto i lavori editi, ma un insieme di documenti sinora sconosciuti, raccordando materiali dispersi, iniziando a ricomporre le parti di un puzzle complesso, costruendo linee di interpretazione, tracciando un articolato quadro d'insieme. [...].

Emerge qui il nucleo dogmatico della "scuola" negazionista: Brayard, con inqualificabile sfrontatezza, ha osato contestare la pretesa "correttezza" di Rassinier!" (pp.186-187).

Il difensore d'ufficio di Brayard a questo riguardo aggiunge:

"Venendo alla "correttezza" di Rassinier, per i negazionisti era criticabile su un piano meramente ipotetico; ma nel momento in cui essa, sottoposta ad un esame sistematico, dà evidenti segni di cedimento, è brandita come un articolo di fede e mostra di essere iscritta nell'intangibile e sacro spazio del non-opinabile. Più semplicemente: con il libro di Brayard il negazionismo ha irreversibilmente perduto la rendita di posizione che gli permetteva di denunciare nei propri avversari la scarsa conoscenza di Rassinier, godendo contemporaneamente dei benefici della stessa. Per questo i negazionisti parlano di una nuova strategia di attacco" (p.188).

Ecco un altro fulgido esempio della "probità intellettuale" del nostro precettore.

Ligio al "procedimento fisso" di falsificazione vidalnaquetiano, che consiste nell'attribuire questo procedimento di falsificazione "all'autore "criticato"", ossia al perverso "negazionista", il signor Leonelli comincia coll'imputare al revisionismo una tesi non sua, inventando maldestramente il rimprovero revisionistico della "scarsa conoscenza di Rassinier", come se Rassinier fosse non un precursore, ma il portavoce ufficiale del revisionismo attuale, e il valore dimostrativo di quest'ultimo si potesse misurare sul grado di conoscenza dei libri di Rassinier! Questo paralogismo è basato sull' osservazione di Saletta che

"l'antirevisionismo militante è affare di gente che con il tema non ha neppure quel minimo di dimestichezza che le consentirebbe di indicare senza svarioni il nominativo -- dicesi il semplice nominativo -- di questo o di quell'eponente dell'indirizzo storico che da essa viene votato all'esecrazione delle persone dabbene",

il che significa semplicemente che la bassa manovalanza dei padroni del vapore ignora non solo le tesi, ma perfino l'ortografia dei revisionisti, ma, ciò nonostante, ha l'impudenza di pontificare contro di essi.

In tale contesto Saletta menziona lo svarione di Burgio, che scrive "Raissinier". Su questa inezia il nostro apologista ricama il grazioso paralogismo esposto sopra.

Indi il signor Leonelli, vero adoratore del verbo vidalnaquetiano, tenta di scaricare sul revisionismo il proprio dogmatismo creando, con l'artificio della "correttezza", la mendace immagine del revisionista adoratore del verbo rassinieriano.

E quanto questa immagine sia mendace, quanto io abbia accettato le tesi di Rassinier "come articolo di fede" risulta da ciò che ho scritto in proposito nel mio opuscolo:

"Per quanto riguarda la metodologia e le argomentazioni di Rassinier, non c'è dubbio che esse lascino spesso a desiderare, e che le critiche di Florent Brayard siano spesso giuste (ma l'assenza di rigore scientifico è un carattere tipico dell'epoca in cui scriveva Rassinier e si riscontra in misura analoga anche nei suoi avversari). Io stesso, undici anni or sono, in una delle mie prime pubblicazioni, ho segnalato gli errori più importanti commessi da Rassinier nella trattazione del rapporto Gerstein. Giuste sono anche gran parte delle critiche che Florent Brayard rivolge all'analisi di Rassinier della testimonianza di Rudolf Höss, della conferenza di Wannsee, e qualche critica al suo studio statistico sulle perdite ebraiche durante la seconda guerra mondiale".

E questa sarebbe una critica meramente ipotetica? Questa sarebbe l'assunzione del verbo di Rassinier "come un articolo di fede"?

Di nuovo, il signor Leonelli mentisce sapendo di mentire. E, da buon difensore d'ufficio, mentisce per proteggere il suo cliente. In tal modo egli si presta al sordido gioco di Brayard, questo povero golem di Vidal-Naquet che doveva semplicemente completare l'opera del suo burattinaio; tentare di colpire in Rassinier l'intero revisionismo attuale, cosa che nel mio opuscolo ho spiegato così:

"Qui la strategia di Florent Brayard, che del revisionismo attuale sa poco o nulla, consiste nell'insinuare subdolamente che, se i metodi e le argomentazioni del maestro erano dubbie, i metodi e le argomentazioni dei discepoli lo sono ancora di più".

A questo riguardo ho poi spiegato che

"Rassinier è sì il fondatore del revisionismo attuale -- e ciò è innegabile --, ma non nel senso in cui Pierre Vidal-Naquet è il maestro di Florent Brayard e questi è suo discepolo. Rassinier ha catalizzato l'attenzione di alcuni studiosi su un tema, ha indicato una via, ma poi questi studiosi hanno proceduto per proprio conto, verificando la sua metodologia e le sue argomentazioni e lasciandosi alle spalle tutto ciò che in esse c'era di dubbio o di infondato. Il revisionismo attuale dipende da Rassinier solo storicamente, non già metodologicamente e argomentativamente, sicché sperare di abbatterlo colpendo le tesi di Rassinier è una pia illusione".

Quanto poi alla tesi di Brayard, ho rilevato che il suo libro

"verte, apparentemente, su tre punti: le intenzioni, la metodologia e le argomentazioni di Rassinier, in realtà, il punto veramente essenziale è il primo, in quanto l'opera costituisce uno sforzo immane quanto insulso di attribuire a Paul Rassinier l'etichetta di neo-nazista, nella vana illusione di colpire, nel suo fondatore, il revisionismo attuale. In questo disegno, le critiche che Florent Brayard muove alla metodologia e alle argomentazioni di Rassinier -- critiche in parte giuste -- svolgono semplicemente una funzione surrettizia di appoggio alla tesi principale: se Rassinier ha commesso degli abusi in campo metodologico e argomentativo, ciò dipende soltanto dal fatto che egli era un sordido neo-nazista, naturalmente antisemita, che mirava unicamente a riabilitare il nazismo falsificando la storia. E se il fondatore del revisionismo era un falsario...".

Al signor Leonelli, che di revisionismo attuale sa meno di Brayard, non è rimasto che defilarsi ed eludere la discussione con un capzioso pretesto vidalnaquetiano:

"Notiamo a margine, che affrontare i presunti problemi posti dal negazionismo non è un imperativo autoevidente, ma presuppone il preliminare accertamento della correttezza dei "problemi" che il revisionismo pretende di porre. In alternativa si può respingere la legittimità e la plausibilità delle "problematizzazioni" negazioniste" (p.188).

In termini più prosaici, "in mancanza di argomenti forti", davanti ai problemi sollevati dal revisionismo è meglio far finta di niente e tacere; se poi qualche sprovveduto olocaustista insiste, si dirà che bisogna "respingere la legittimità e la plausibilità" di questi "falsi" problemi, come ad esempio quello gersteiniano delle 28-40 persone per metro quadrato e altre simili inezie!

Con ciò egli dimostra di aver capito perfettamente sia il carattere strumentale del libro di Brayard sia il significato delle mie critiche; ha capito tanto bene la nuova strategia di attacco inaugurata da P. Vidal-Naquet tramite il suo golem F. Brayard che l'ha messa in atto egli stesso!

Il signor Leonelli non solo brandisce la "correttezza" di Brayard "come un articolo di fede", ma gli attribuisce perfino virtù taumaturgiche: le stesse opere di Rassinier, ci assicura il pio apologista, "sono illegibili senza l'ausilio del lavoro di Brayard"! (p.189).

Esponendo un esempio concreto del valore di questo "ausilio", il pio apologista ci fornisce graziosamente un altro sublime saggio della "probità intellettuale" dell'apostolo di P. Vidal-Naquet e sua propria. Egli rileva:

"Ad esempio: Rassinier -- nell'ambito della tendenza a sminuire la responsabilità delle SS nei lager -- insiste sulle responsabilità della burocrazia concentrazionaria, designandola col termine Häflingsführung".

Indi il signor Leonelli riporta un lungo brano di Brayard che comincia così:

"Il problema della Häftlings-Führung domina la vita dei campi di concentramento spiega [Rassinier] prima di darne la descrizione in Passage de la ligne" (p.189).

Brayard rileva che il termine tedesco summenzionato, spiegato da Rassinier come "direzione del campo tenuta dai detenuti stessi", è un neologismo creato da questi "sul modello dell' SS-Führung direzione SS, che Rassinier impiega per denominare la direzione del campo in senso proprio" per giungere a stabilire "un'equivalenza tra le SS e questi detenuti" (p.190). Il signor Leonelli commenta:

"L'indispensabile erudizione di Brayard mostra che il "problema della Häftlingsführung" -- sul quale il negazionismo sinistrorso ha lungamente discettato -- è viziato nella sua stessa formulazione. Esiste il problema della stratificazione gerarchica dei prigionieri nei campi, ma i termini in cui Rassinier, replicato dagli epigoni, pretende di porlo sono letteralmente mistificanti" (p.190).

Naturalmente il nostro apologista passa sotto silenzio l'inezia che l'argomento di Brayard è fondato esso stesso su una mistificazione: Rassinier distingue nettamente la responsabilità subordinata di questa "Häftlingsführung" da quella primaria ed essenziale delle SS, precisando che queste, per dirigere i campi, erano "costrette a prendere fra i detenuti il personale necessario alla sorveglianza e all'organizzazione", mansioni, appunto, subordinate a quella della direzione. Niente di nuovo, dunque: la solita tattica di attribuire all'autore "criticato" una tesi non sua.

Per quanto riguarda "l'indispensabile erudizione" di Brayard, rilevo che questo sprovveduto ignora che anche il termine SS-Führung è un "neologismo": la direzione dei KL si chiamava in realtà SS-Verwaltung!

Quanto poi questa "erudizione" si sposi con la "probità intellettuale" di Brayard, si può desumere dal fatto che un autorevole ex deportato comunista che ha scritto prima di Rassinier, Eugen Kogon, nella sua opera classica sul sistema concentrazionario tedesco ha parlato esplicitamente di una Häflings-Selbstverwaltung, una "autoamministrazione dei detenuti" che corrisponde precisamente alla Häflingsführung di Rassinier. Al suo apice, spiega Kogon, c'era il Lagerälteste, cui erano subordinati il Rapportführer, la Schreibstube, l'Arbeitsdienstführer, l'Arbeitseinsatzführer, i Kapos. E che questo non fosse un anodino "problema della stratificazione gerarchica dei prigionieri nei campi", come va cianciando il signor Leonelli, appare chiaro da ciò che Kogon dice riguardo al Lagerälteste:

"Un uomo sbagliato [falscher] in questa carica significava per il campo una catastrofe [eine Katastrophe]",

perciò la Häflings-Selbstverwaltung un qualche peso sulle condizioni di vita dei detenuti doveva pur averla.

Contrariamente a ciò che sostiene Brayard e che viene ripetuto dai suoi apologisti, Rassinier non ha voluto sminuire le responsabilità delle SS nella direzione dei campi di concentramento, ma mettere in rilievo le obiettive responsabilità della Häflings-Selbstverwaltung. Poiché, per le ragioni esposte da Rassinier, succedeva quasi sempre che, quando i campi si erano sufficientemente organizzati, questa Häflings-Selbstverwaltung finisse nelle mani dei detenuti politici, cioè dei comunisti, non stupisce che certi anti"negazionisti" sinistrorsi dalla coda di paglia abbiano accolto la spietata analisi di Rassinier con malcelata indignazione. Ben vengano dunque le mistificazioni di Brayard per occultare tali responsabilità !

Chiarita quale sia la "probità intellettuale" di Brayard e del suo avvocato difensore, torniamo alla questione del significato della nuova strategia anti"negazionistica" adottata dal golem di P. Vidal-Naquet.

Costui ha cominciato con lo screditare i revisionisti attribuendo loro metodi di lavoro e sofismi da lui stesso escogitati ed adottati contro di essi; nel contempo egli si è messo vilmente al riparo da un confronto diretto con Faurisson - che avrebbe inevitabilmente smascherato i suoi artifici - proclamando il solenne principio che si discute dei revisionisti ma non con i revisionisti. In mancanza di argomenti seri, P. Vidal-Naquet ha inoltre avallato ufficialmente la nota calunnia dell'origine neo-nazista e antisemita del revisionismo, perfezionata poi da Deborah Lipstadt.

Sebbene questa calunnia sia stata propalata entusiasticamente dal fitto stuolo dei fedeli caudatari, essa presentava tuttavia un punto debole -- anzi, debolissimo -- che non poteva sfuggire all'attenzione delle persone oneste: sul piano politico e ideologico, il fondatore del revisionismo storico, Paul Rassinier, aveva credenziali più che "in regola". A ciò si è aggiunto poi un inconveniente imprevisto: dalla pubblicazione del rapporto Leuchter (1988), la storiografia revisionistica ha fatto tali e tanti progressi, ha spostato a tal punto il suo baricentro sul piano tecnico e ha acquisito una tale documentazione sul piano storico da sfuggire completamente di mano al grande golem dell' anti"negazionismo" e ai suoi discepoli; quando infine, nel 1991, è morto Georges Wellers, il vero cervello pensante di cui Pierre Vidal-Naquet era una specie di passivo replicante che da esso traeva la sua linfa vitale metodologico-argomentativa, egli ha subìto un collasso mentale.

L'unica via per trarsi fuori dalle sabbie mobili in cui si era impantanato l' "antinegazionismo" militante -- soprattutto francese -- era di far finta che non fosse successo nulla, che il revisionismo fosse ancora esclusivamente Rassinier e, al più, Faurisson. Bisognava stornare l'attenzione del pubblico dal revisionismo attuale al suo precursore, il quale, proprio per essere stato un precursore, ha commesso inevitabilmente errori di giudizio e di metodo; bisognava dunque sfruttare questi errori, inventarne altri ricorrendo a trucchi e falsificazioni e ridurre poi il revisionismo attuale alle "imposture" metodologiche e argomentative di Rassinier create artificiosamente in questo modo; parallelamente bisognava distruggere le sue troppo scomode credenziali ideologico-politiche, dipingerlo come un cripto-fascista o un cripto-nazista, ovviamente antisemita.

La nuova strategia è stata inaugurata da Deborah Lipstadt, che ha vaneggiato di una sorta di congiura mondiale neo-nazista che avrebbe forgiato il revisionismo come un'arma per riabilitare il nazismo. Questa congiura avrebbe avuto in Maurice Bardèche l'ispiratore occulto, in Rassinier l'esecutore materiale,sicché

"la negazione dell'olocausto di Rassinier non era altro che una maschera per l'espressione di una forma classica di antisemitismo".

Brayard ha completato l'opera: il suo compito era quello di perfezionare la nuova strategia, di darle una copertura "scientifica", di indagare alla ricerca di un qualunque appiglio per avallare la calunnia, sperando in tal modo di prendere i proverbiali due piccioni con una fava.

Brayard non si è accontentato di ciò, ma ha voluto prendere un terzo piccione, un po' più sfuggente: Faurisson. Ecco allora che, con i medesimi artifizi sofistici, egli insinua che Faurisson, fin dall'immediato dopoguerra, si diceva antisemita e nazista. La fonte di questa insinuazione è al di sopra di ogni sospetto: l'autorevole testimonianza -- risalente al 1981! -- di P. Vidal-Naquet!.

Come da copione, Brayard si è guardato bene dal fare il minimo accenno allo sviluppo successivo del revisionismo; a leggere il suo libro, il revisionsimo si incentra soltanto ed esclusivamente in Rassinier e in Faurisson, e, come da copione, il golem di P. Vidal-Naquet non fa il minimo accenno neppure alle tesi di Faurisson, il suo unico scopo essendo quello di "scoprire" le sue radici ideologiche naziste e antisemite.

L'operazione non è riuscita: Brayard ha cercato, ha scavato, ha scandagliato la vita di Rassinier (e di Faurisson), ma non ha trovato nulla. Non importa. Se non si trova, si insinua, si ipotizza. Poi -- P. Vidal-Naquet insegna -- ci penseranno i mestieranti dell'anti"negazionismo" a trasformare l'insinuazione o l'ipotesi in "certezza assoluta"!

La "recensione" del signor Leonelli ne è la prova tangibile, tanto tangibile che egli liquida sbrigativamente il mio compendio delle attuali tesi revisionistiche di oltre 300 pagine con una sola "critica", devastante: esso è stato pubblicato dalle Edizioni di Ar! (p.191).


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