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Cesare Saletta

 

Elementi sommari sul revisionismo storico in Francia

 

(estratto de Revisionismo e revisionnismi, Genova, Graphos, 1996, p. 64-74)

Revisionismo è il termine generico che è invalso nell'uso per designare non meno di due movimenti culturali distinti e diversi tra loro, anche se, a nostro parere, convergenti almeno sotto alcuni profili; si potrebbe parlare di due indirizzi definiti fondamentalmente dalla diversità dei temi intorno ai quali si sono constituiti. Un indirizzo è quello che ha posto al centro dei propri interessi la rilettura dei grandi fenomeni del totalitarismo di destra nell'interguerra, l'individuazione del loro significato generale, individuazione della quale si assume che vada perseguita nel quadro generale delle ripercussioni suscitate alla scala mondiale da uno dei massimi eventi del secolo, la Rivoluzione d'Ottobre. L'altro indirizzo si è connotato attraverso l'indagine diretta ad assodare la fondatezza delle imputazioni - e segnatamente la fondatezza di una di queste imputazioni - rivolte ai regimi fascisti, e in specie a quello hitleriano, in ordine alla loro deriva antisemitica. E con giusta ragione, dunque, che si parla correntemente di revisionismi, al plurale.

Questi due indirizzi hanno origini culturali e anche politiche separate, non sono intercomunicanti, salvo, forse, per eccezione, e vedono operare due diverse figure di ricercatori e studiosi. Da un lato abbiamo figure dotate di un indiscusso status istituzional-professionale; dall'altro lato operano personaggi che di regola non hanno la qualità istituzional-professionale dell'addetto ai lavori, e che talora non hanno questa qualità a seguito di un'estromissione dall'istituzione universitaria, estromissione risalente alla natura stessa dei loro interessi e soprattutto alle conclusioni cui sono pervenuti. Spesso - ma non di regola - in questa seconda corrente si registrano presenze in cui è dato di cogliere un rapporto diretto tra opzioni ideologiche e la natura degli interessi che sottendono la ricerca; si tratta, in questi casi, di presenze di destra, anche se non necessariamente questa connotazione implica condivisione delle specifiche ideologie che hanno caratterizzato i totalitarismi nell'Europa dell'interguerra. Il giudizio sui risultati conoscitivi conseguiti da questi ricercatori, quando questi ricercatori integrino presenze di destra, non è riducibile a quello che eventualmente si crederà di recare sull'orientamento politico dei ricercatori stessi. La cautela, bien s'entende, è d'obbligo.

Il revisionismo francese è un caso a sé sotto più rapporti. Innanzitutto, di esso non si può parlare come di un'addizione, del resto sempre artificiosa e forzata, dei due indirizzi ai quali si è accennato: sembra lecito affermare che in Francia il primo non è all'origine di manifestazioni di rilievo. Rimane il secondo, quello che potremmo chiamare il revisionismo olocaustico. Qui le peculiarità sono più di una. Il revisionismo olocaustico francese è il protorevisionismo, e dunque è autoctono. Inoltre, ha caratteristiche sue anche sotto il profilo ideologico, in quanto la Francia è uno dei pochissimi Paesi in cui il revisionismo ha avuto in parte origine, recezione e sviluppo anche a sinistra, e più spcificamente nlla sinistra rivoluzionaria (in parte parché, se Rassinier era un uomo de sinistra, Maurice Bardèche, che cronoliicamente lo precede, era, è, un uomo di destra). Nei limiti, oltremodo ristretti, di questa comunicazione non è possibile se non tracciare un quadro molto compendioso dei risultati salienti conseguiti da questo secondo indirizzo in Francia, essendo ovvio che esigenza prima ed elementare è quella di tentare di porre riparo ad uno stato di disinformazione e ad un'opera sistematica di deformazione e di calunnia che sono, l'uno e l'altra, veramente massicci.

Cominciamo col constatare che la battaglia con la quale questo protorevisionismo fece il suo ingresso sulla scena si può considerare conclusa con un esito che di fatto corrisponde per buona parte ad un'affermazione delle posizioni revisionistiche. La questione di cui si occupa - pagando, come sempre, di persona - il Rassinier del 1948-50 non è, come invece sarà di li a qualche anno quella della persecuzione degli ebrei da parte del regime nazista. La questione con la quale esordisce Rassinier è quella dell'universo concentrazionario. L'universo concentrazionario ha prodotto una montagna di cadaveri impressionante. Cos'è che l'ha reso cosi distruttivo e micidiale? Un intento di eliminazione di massa perseguito da chi lo aveva creato? All'indomani della Guerra una risposta affermativa suonava del tutto convincente per milioni di persone. La risposta di Rassinier era tutt'altra: nella dinamica dei processi selettivi che avevano decimato la popolazione dei lager un ruolo di rilievo cosi primario da non ammettere sottovalutazioni era stato svolto dalla Häftlingsführung, cioè dall'autoamministrazione dei lager ad opera di uno strato di detenuti (complessivamente un decimo circa del totale) ai quali le SS affidavano la vita - e la morte - nei campi, e i componenti della quale si salvarono grazie all'esercizio e all'abuso di questa funzione, esplicata a spese dei semplici detenuti, cioè a spese dei nove decimi dei deportati. Rassinier metteva in luce (e si può comprendere che la cosa non potesse piacere a tutti!) il fatto che questa funzione privilegiata e di sostanziale collaborazione con i carcerieri, dopo essere stata pressoché monopolizzata dai detenuti comuni, era stata pressoché monopolizzata dai detenuti politici - e, tra i politici, specialmente dalla componente di osservanza staliniana - che erano riusciti a sostituirsi ai comuni attraverso un capillare processo di concorrenza vitale nel quale l'elemento politico risultava favorito dal possesso di esperienza organizzativa e di capacità intellettuali in misura nettamente superiore rispetto alla media dei deportati di diritto comune. Questo processo di concorrenza vitale avevo messo di fronte l'una all'altra non due comunità di detenuti, politici e comuni, nella loro globalità, ma due minoranze. Rassinier trovava, in definitiva, che il fenomeno avesse un carattere di naturalità; ciò contro cui protestava erano, invece, le giustificazioni addotte nel dopoguerra, del tipo &laqno;bisognava che qualcuno sopravvivesse per testimoniare», e sottolineava come l'inferno dei lager fosse scaturito non tanto da una volontà malvagia di chi i lager aveva creato, quanto invece dall'uso privo di scrupoli, illimitato e spesso selvaggio delle proprie prerogative che aveva contrassegnato il ceto dei detenuti privilegiati, i quali, dopo aver collaborato con i nazisti, trovavano comodo nel dopoguerra mettere sul conto dei nazisti tutto ciò di cui essi, ceto privilegiato, si erano resi responsabili.

Ora, questa visione della popolazione concentrazionaria non come massa indifferenziata, bensi come massa gerarchizzata al proprio interno, e perciò inegualmente soggetta alle pratiche repressive, alle costrizioni, ai disagi e alle privazioni collegate al suo stato di cattività che rappresentò - insieme alla precisa individuazione di quel ceto privilegiato - il motivo di novità e di scandalo del Mensonge d'Ulysse al suo apparire e di seguito per molti anni, oggi è penetrata cosi largamente nell'opinione pubblica che, mentre la memoria del socialista Rassinier, resistente della prima ora, torturato per undici giorni dalla Gestapo, detenuto a Dora (sottocampo di Buchenwald) per 19 mesi, invalido al 95% più un supplemento del 10% a seguito delle sofferenze subite nel lager continua a venire ricoperta di calunnie, colui che passa per essere un grande intellettuale di sinistra, Jorge Semprún, detenuto pure lui a Buchenwald, ripete la cantafera della "nomenklatura morale, basata sull'impegno e sul sacrificio", che "c'era sempre fra i comunisti [leggi: gli staliniani]", ma si lascia andare ad un'ammissione come questa: "il sistema del campo era dominato dai comunisti [leggi: gli staliniani], prigionieri politici. Era un'unione sacra, un'internazionale nell'orrore, anche se talora dovevano esserci accordi tattici con le SS" (Corriere della Sera, 14 febbr. 1996). Dopodiché si può capire che alla fine degli anni Settanta Jorge Semprún, nella veste di consigliere di un grande editore parigino, facesse in modo che questi non accogliesse l'invito a ripubblicare Le Mensonge d'Ulysse, dove Rassinier, beninteso distinguendo la gran massa dei prigionieri staliniani dalla minoranza che dominava il campo, dimostra l'infondatezza di ogni pretesa di quest'ultima di incarnare una qualsiasi "nomenklatura morale basata sull'impegno e sul sacrificio". E si può capire anche che Vidal-Naquet arrivi ad abbozzare qualcosa che assomiglia ad un apprezzamento per questo libro di Rassinier: egli considera ormai fuori tempo, e, d'altro canto, impossibile contrastare questa prima forma del revisionismo e ritiene - giustamente, dal suo particolare punto di vista - che quella che dev'essere arginata e soffocata è la forma ulteriore del revisionismo, la forma che esso ha assunto quando si è esteso al tema di ciò che viene chiamato Olocausto o Shoah. Quest'estensione che segna il senso dell'ulteriore sviluppo di questa corrente critica e che sta all'origine delle discussioni e dei clamori odierni, in Francia è opera di Rassinier. Si deve, però, sottolineare che anche fuori di Francia, e talora presumibilmente al di fuori delle sollecitazioni intellettuali provenienti dall'opera di Rassinier, andavano qua e là emergendo, ed era cosa del tutto naturale, degli interrogativi molto seri circa il peggiore tra i crimini imputati alla Germania nazista, e spesso alla Germania tout court. Cosi, è negli Stati Uniti del 1950 che vengono emesse autorevoli contestazioni circa i sei milioni di sterminati (e qui siamo, senza alcun dubbio, al di fuori di ogni suggestione rassinieriana, giacché Rassinier affronterà il problema solo vari anni più tardi). Cosi, ancora, è nella Germania degli anni Cinquanta che emergono sporadiche perplessità intorno al celebre Diario di Anna Frank. Di nuovo negli Stati Uniti e alla fine degli anni Cinquanta il problema dei sei milioni di sterminati viene discusso in via riservata tra lo storico Barnes e il sociologo Hankins, i quali pervengono a conclusioni sostanzialmente combacianti con quelle alle quali di li a pochi anni sarebbe pervenuto Rassinier. Questi precedenti vanno ricordati perché pongono in evidenza il fatto che, indipendentemente da qualsiasi gioco di influenze, la verità ufficiale che si viene costruendo durante la Guerra nel campo degli Alleati, sancita in seguito dal processo di Norimberga, che assumerà la sua forma definitiva con il processo Eichmann nel '61 e divulgata universalmente fino a cristallizzarsi nella solidità di un'evidenza incontrovertibile per un numero enorme di persone, non mancava di manifestarsi come sommamente problematica a chi si faceva ad esaminarla senza essere paralizzato dal pregiudizio che il rispetto dovuto alle vittime potesse risultare intaccato dall'esercizio del semplice senso critico.

E, in realtà, le lacune nel materiale addotto come probatorio, il carattere straordinariamente incerto delle pretese fonti, le palesi contraddizioni tra presunte testimonianze, le altrettanto eclatanti inverosimiglianze contenute in queste testimonianze, l'enorme difficoltà di qualsiasi controllo sui dati numerici, la reciproca smentita di molti di questi dati, le manifeste forzature nell'interpretazione di testi erano, e sono, altrettanti elementi che sollecitavano l'adozione di un atteggiamento critico. E tutto questo va rimarcato per confutare alla radice ogni svalutazione di un revisionismo dipinto come il risultato di un'attitudine indebitamente ipercritica che metterebbe capo alla sciocca pretesa di negare l'evidenza partendo da considerazioni di scarsissimo significato. A togliere ogni legittimità a questa svalutazione basterebbe la vicenda del numero ufficiale dei morti di Auschwitz, passati da quattro milioni (5.500.000 peri sovietici, nel '45! Ma, sempre nel '45, addirittura 8 milioni per il Centro di Indagine Frazncese sui crimin,i di guerra!) a "più di un milione", senza alcunché che assomigliasse a una spiegazione, e ora scesi a une cifra compresa tra 630.00 e 710.000 (ebrei e non, e tenendo conto di tutte le cause di morte) nell'edizione tedesca del libro dell'antirevisionista Pressac, laddove per i revisionisti francesi (che sono quelli che più hanno approfondito il problema) quei morti non sarebbero più di centotrentamila, né sarebbero risultati da uno sterminio di massa effettuato mediante quei giganteschi "mattatoi chimici" (Faurisson) che sarebbero state le camere a gas, bensi soprattutto dall'imperversare delle sempre risorgenti epidemie di tifo. Insomma, la versione ufficiale era, ed è, tale da giustificare pienamente l'emergere di un atteggiamento di dubbio, e questo spiega ciò che altri vorrebbero invece spiegare come una recrudescenza di antisemitismo. Questo spiega, cioè, come un revisionismo olocaustico tendesse a formarsi spontaneamente un po' ovunque. Quello francese, sia per la linearità del suo sviluppo sia per la fondamentalità dei problemi affrontati, ha agito da centro di irradiazione ed ha chef de file, ma, ad esempio, l'opera dell'americano Butz e quella del tedesco Stäglich (punito, quest'ultimo, con il ritiro del suo dottorato in legge, ossia con una misura basata su una disposizione di legge del '38, piena epoca nazista!) nascono da riflessioni e indagini in buona misura autonome.

Questo insieme di ricerche, alle quali hanno legato il loro nome Robert Faurisson e Henri Roques ha reso possibile una ricostruzione critica della persecuzione antisemitica ad opera del regime hitleriano. Di questa ricostruzione possiamo qui enunciare, e s o l t a n t o i n e s t r e m a s i n t e s i, i dati essenziali, ma bisognerà tenere ben presente che essa ha comportato una vera e propria folla di indagini su elementi di dettaglio, ma non perciò meno importanti ai fini della conclusione generale, e di questa folla di indagini non è possibile fornire qui neppure il cenno più cursivo.

1.

In nessun momento nelle intenzioni della dirigenza nazista la Endlösung, la soluzione finale, ha contemplato la possibilità di una liquidazione fisica della etnia ebraica come tale. La soluzione contemplata era quella migratoria: non è, dunque, un caso che, degli ottocentomila ebrei viventi in Germania ed in Austria sotto la dittatura hitleriana, trecentomila siano usciti dal Paese con il consenso dell'autorità. Cosi pure non è un caso che le autorità centrali naziste guardassero con interesse alla possibilità di un consistente reinsediamento ebraico in Palestina; non è un caso che su questa base fin dal '34 intrattenessero rapporti di collaborazione con istanze sioniste e segnatamente con l'organizzazione di Jabodinski, uno dei padri di Israele, alla quale era consentita la presenza, perfino sotto forma di corpi paramilitari, sul territorio del Reich; non è un caso che, correlativamente a questo orientamento della dirigenza nazista, nel '39, in seno al movimento del sionismo generale si profilasse una tendenza favorevole ad un allineamento con la Germania contro l'Inghilterra; non è un caso, infine, che fino al principio del '42 le alte sfere del nazismo coltivassero il progetto di un trasferimento nel Madagascar della totalità degli ebrei d'Europa, progetto che cadde definitivamente per il rifiuto di accedervi opposto dalla Francia, della quale il Madagascar era una colonia. La soluzione finale - questa la tesi revisionista - assunse allora la forma di un trasferimento massiccio della popolazione ebraica dell'Europa occupata verso l'Est, nell'attesa che la fine della guerra consentisse un ulteriore e definitivo trasferimento fuori dal continente.

2.

La discussione del tema delle camere a gas è partita come analisi delle testimonianze, o sedicenti tali, e questo punto di partenza era reso obbligato dalla circostanza che, ai fini dei processi celebrati contro gli esponenti nazisti, i tribunali non avevano mai creduto di ordinare perizie tecniche su queste straordinarie armi del delitto (esistevano, è vero, delle perizie non ordinate da tribunali, ma di valore peggio che dubbio: ricordiamo qui quella effettuata dalle autorità militari francesi sulla camera a gas del campo di Dachau, camera a gas di cui oggi si riconosce oggi ufficialmente che non è mai esistita: il che, però, non ha impedito che la perizia venisse effettuata). Poi l'esame si è spostato sugli aspetti tecnici per constatare se i manufatti indicati come camere a gas (esclusi quelli di cui oggi è ammessa la costruzione in data postbellica ad uso di turisti e pellegrini) e le modalità del loro asserito funzionamento quali compatibili con la materialità di questi manufatti e quali desumibili da sedicenti testimonianze e da pretesi documenti risultassero, sul piano delle possibilità fisiche, tali da consentire l'affermazione del loro impiego a fini di sterminio di massa mediante gas. Tra gli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta già Rassinier perveniva a formulare una risposta categoricamente negativa, e questa risposta è fatta propria dalla totalità dei revisionisti, francesi e no. L'argomento, dato il suo carattere basilare, è oggetto di continui approfondimenti: vogliamo qui almeno nominare il Rapporto Leuchtner.

3.

Occorre fare almeno menzione di un altro tema strettamente complementare a quello delle camere a gas, ossia la questione dei forni crematori: se avessero o meno la capacità materiale di smaltimento di cui si dovrebbe far loro credito ove si accogliesse la tesi ufficiale dello sterminio e della successiva eliminazione sistematica di milioni di cadaveri. Ancora una volta, lo studio di queste strutture ha smentito diametralmente la versione corrente e la capacità di smaltimento dei forni si è rivelata, anche supponendo le condizioni ottimali di funzionamento, enormemente al di sotto di quella ascritta loro dagli storici sterminazionisti. Di questo punto fondamentale ci si consenta di ricordare qui la brillante trattazione data da Pierre Guillaume in sede di analisi del libro di Pressac. Il lettore italiano ha ora a disposizione entrambi i testi. Prima encora dell'intervento di Guillaume, la totale inconsistenza delle conclusioni antirevisnistiche di Pressac era stata largamente dimostrata da Faurisson e da Serge Thion.

4.

E stata altresi affrontata la questione delle perdite effettive subite dalla popolazione ebraica europea, usualmente fatte ammontare a cifre oscillanti tra i 4 milioni e mezzo e i 6 milioni. Una volta di più si è obbligati a fare il nome di Rassinier al quale si deve accompagnare Walter Sanning, statunitense di origine tedesca, che negli anni Settanta ristudiò da capo il problema approdando a conclusioni che sostanzialmente combaciano con quelle alle quali perveniva il francese nel '64 (si tratta di conclusioni che oggi, dopo che il crollo dell'urss ha portato alla luce, benché in forma frammentaria, nuovi elementi relativi alla consistenza della popolazione ebraica ex-sovietica, risultano rafforzate). Rassinier, fondandosi sui dati, di fonte ebraica o sionista, sulla demografia dell'ebraismo europeo al 1933 e su quelli della medesima fonte disponibili per il dopoguerra, sosteneva che durante questo arco di tempo si era silenziosamente prodotto un notevolissimo flusso di emigrazione ebraica dal nostro continente verso il continente americano e che le perdite reali collegabili alla persecuzione nazista dovevano situarsi, considerate tutte le possibili cause di morte, tra (in cifre tonde) il milione e il milione e seicentomila unità.

A questo proposito va osservato che la negazione del fatto che un intento di sterminio sia stato nutrito dalle istanze centrali del regime hitleriano e che un piano di sterminio sia stato messo a punto ai danni della globalità dell'ebraismo europeo, esclude bensi l'interpretazione del sistema concentrazionario nazista in termini di un tessuto di campi di sterminio ma non esclude affatto che massacri di ebrei si siano avuti fuori dai campi; i dati di Rassinier e di Sanning riflettono, tra le altre, anche questa quota. Nei campi la mortalità ebraica era, si, molto forte a paragone del mondo normale, ma non dipendeva da una pratica intesa all'etnocidio, bensi da un'insieme di concause in cui entrano, naturalmente, i cattivi trattamenti, la crudele selezione operata dai processi concorrenziali in seno alla massa dei deportati, un sovraffollamento e una sottoalimentazione fattesi tremendi verso la fine del conflitto, e soprattutto l'imperversare del tifo e malattie affini. Il ruolo del tifo nella mortalità dei lager in generale è stato enorme. A Dachau, ad esempio, la curva della mortalità si impenna nel novembre del '44: nei primi quattro mesi del '45 si avranno più morti di quanti non se ne siano avuti dal '40 at '44 (13.158 contro 12.455). Occorre qui ricordare che il veicolo del tifo era il pidocchio ("Un pidocchio, la tua morte!") e che le grandi forniture di Zyklon-B ai campi detti di sterminio erano in realtà dirette a combattere i pidocchi ed altri parassiti; è documentata la fornitura di quantità ingentissime di questo gas anche a campi in cui è unanimemente riconosciuto che non si praticava sterminio alcuno. Nell'esercito tedesco lo Zyklon-B veniva impiegato in grandi proporzioni come antiparassitario fin dal '24.

 

Questo insieme di acquisizioni, che, senza indulgere ad una qualsiasi apologia dei regimi fascisti, smentisce e nega in radice i titoli di legittimazione del dominio esercitato sul mondo intero prima da USA e URSS in condominio e ora ­ ma con crescenti difficoltà ­ dagli USA, puo venire squalificato e liquidato in bloccoe a prior alla sola condizione che di esso il pubblico non abbia alcun sentore. L'esigenza di imbavagliare i revisionisti è cosi imperativa che in Francia si è perpetrato un vero e proprio sfiguramento della legalità repubblicana mediante una modifica della fondamentale Loi sur la libertè de la presse del 1881. Per giungere a tanto, si era disposti a far scivolare nottetempo e all'insaputa della commissione parlamentare competente un apposito emendamento in un disegno di legge contro lo spaccio degli stupefacenti. In regime di democrazia formale si è posta in essere una vera e propria persecuzione sistematica condotta sia sul piano amministrativo sia su quello giudiziario. A questa persecuzione legale se ne affianca una extralegale e illegale che ha libero corso sotto l'occhio compiaciuto dell'autorità statale. Beninteso, la persecuzione legale del revisionismo è affare non solo francese, ma anche tedesco, austriaco, belga, svizzero. Non può essere sottovalutata l'efficacia di queste misure liberticide; ma della persistente vitalità di questa corrente di ricerca stoica è testimonianza la meditata e coraggiosa adesione pubblica data al revisionismo da un maitre-à-penser come Roger Garaudy. In Francia il suo libro revisionista può circolare soltanto come samizdat. Ne sta per uscire la luce l'edizione italiana. [Essa è oramai in circolazione : I miti fondatori della politica israelian, Genova; Graphos, 1996, L. 28.000.]


Estratto di Revisionismo e revisionismi (1996).
Grafos, Campetto, 4, 16123 Genova.

La compra de questo libro da une libreria e fortamente consigliata.




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