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La repressione legale del revisionismo olocaustico

e l'emergere di una questione ebraica

Cesare Saletta

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Questo scritto è dedicato alla memoria di J. G. Burg, ebreo rumeno di lingua tedesca, deportato con tutta la sua famigia a Majdanek, uno dei pionieri del revisionismo, e ad Henri Lewkowicz, messo sotto processo in Francia par una lettera privata in cui, prendendo le difese di Vincent Reynouard, colpito da licenziamento perché revisinista, affermava che l'avere avuto lui, Lewcowicz, entrambi i nonni paterni e una zia deportati da Parigi nel 1942 perché ebrei e morti nell'inferno dei lager non creava ostacolo al suo fermo convincimento dell'inesistenza delle camere a gas omicide.



I testi qui antologicamente raccolti non sonoz salvo l'ultimo, una novità assoluta per il lettore italiano. Glieli faceva conoscere nel lontano 1981 un volumetto (1) che obbediva ad un duplice intento: quello di ovviare alla frammentarietà dell'informazione giornalistica sulle discussioni suscitate in Francia dal caso di Robert Faurisson. il docente universitario che aveva ripreso e sviluppato originalmente le tesi già in precedenza sostenute. in una condizione di solitudine pressoché totale. da Paul Rassinier, vecchio e coraguioso uomo di sinistra; e quello di contrastare la massa strabocchevole di det`ormazioni consapevoli e di sfacciate calunnie di cui questa informazione si macchiava così come non ha mai cessato di macchiarsi poi ai danni di uno studioso dotato di un'onestà intellettuale a tutta prova e a quelli di coloro, pochissimi. che non gli negavano un sostegno che sentivano doveroso. Obiettivi che non potevano venir raggiunti se non in misura estremamente ridotta: ma l'iniziativa merita di venir ricordata come una delle rarissime manifestazioni di interesse per il revisionismo olocaustico avutesi nel nostro paese in ambienti del tutto estranei e opposti a quelli. di destra, nei quali fino ad allora era rimasta esotericamente confinata la conoscenza delle posizioni revisionistiche.

L'imponente e ininterrotta opera di discredito mediatico cui in Francia e nei maggiori paesi dell'Europa occidentale si sarebbe poi aggiunta. a rincalzo di essa e di una larga pratica di vessazioni amministrative e di violenze fisiche. una legislazione ad hoc

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diretta a ridurre al silenzio ogni voce critica sul tema olocaustico riusciva bensì, e riesce ampiamente tuttora, a coprire di fango i revisionisti e a stravolgere grottescamente le loro vedute e i loro propositi, ma non ad arrestare lo sviluppo delle loro indagini. Quale sia il risultato generale di queste indagini e quale la consistenza delle pseudoargomentazioni finora elaborate dalla storiografia ortodossa a supporto del mito lo si vedrà in maniera compendiosa dal testo recentissimo del quale si arricchisce questa nuova edizione. Ma lo si coglierà in maniera altrettanto suggestiva quando si consideri in tutto il suo significato la presa di posizione di Jacques Baynac, che è uno storico di professione, che è vicino al PCF e che nel suo antirevisionismo reca un accanimento di cui è indice l'avere egli cooperato con Nadine Fresco alla denuncia di Faurisson e di Pierre Guillaume dalle colonne di "Le Monde".

"Il 2 e 3 settembre 1996, "Le Nouveau Quotidien" (di Losanna) pubblica un lungo studio, molto informato, sul revisionismo alla luce, per così dire, del caso Garaudy-abbé Pierre. Baynac vi afferma che i revisionisti, che egli chiama "negazionisti", hanno ogni ragione di rallegrarsi di questo scandalo che "ha cambiato l'atmosfera in loro favore". Rileva che, tra gli avversari dei revisionisti, "lo scompiglio è succeduto alla costernazione", che Pierre Vidal-Naquet "è desolato", che Bernard-Henri Lévy "si smarrisce", che Pierre-André Taguieff "si spaventa" e che, dall'inizio del "caso Faurisson" nel 1978-79, gli storici hanno preferito farsi da parte: "si sono defilati". A questi storici rimprovera di aver fatto credito a Jean-Claude Pressac, un farmacista, uno "storico dilettante". E' del parere che, per provare l'esistenza delle camere a gas naziste, troppo si è fatto ricorso alle testimonianze, il che è "ascientifico". Quanto alle prove scientifiche, comincia col richiamare la constatazione fatta dallo storico ebreo americano Arno Mayer nel 1988: "le fonti di cui disponiamo per studiare le camere a gas sono insieme rare e poco sicure". Poi, spingendosi oltre, dice che bisogna aver la franchezza di riconoscere che, in
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fatto di documenti, di tracce o di altri elementi materiali provanti l'esistenza delle suddette camere a gas, non c'è semplicemente... nulla! Per finire, crede che ormai gli storici dovrebbero in futuro sforzarsi di esplorare un'altra via: poiché è decisamente impossibile provare che queste camere a gas sono esistite, Baynac suggerisce che gli storici cerchino di provare che è impossibile che non siano esistite ! " (2)

Come si noterà, il punto di vista di questo storico è un po' diverso da quello dell'ineffabile Vidal-Naquet, a sentire il quale "l'apporto dei "revisionisti" alle nostre conoscenze è pari alla correzione di qualche refuso in un lungo testo". La si può capire, la desolazione di questo singolare gauchiste che è anche commendatore della Legion d'onore: di essere desolato ha effettivamente qualche motivo, anche a parte il caso Garaudy-abbé Pierre... (3)

Tutto questo va tenuto ben presente da chi legge i testi che ora rimettiamo in circolazione e che, risalendo (a parte, come si è detto, I'ultimo) alla fine degli anni Settanta, non possono, evidentemente, non risultare datati. Essi avevano allora e conservano oggi il pregio di una netta formulazione di alcuni problemi essenziali, così che il riproporli dopo tanto tempo è operazione non già archeologica e retrospettiva, ma di chiarimento di base.

Il riproporli, inoltre, è iniziativa che si riveste di un senso tutto particolare nel momento in cui con il sostegno di Schindler's List in prima serata e senza interruzioni pubblicitarie, a edificazione di 12 milioni di cittadini televisionari, i quali, per di più, saranno indotti a considerare con una tal quale benevolenza il prossimo assalto del Congresso mondiale ebraico ai forzieri di qualche altra Svizzera I'estensione all'Italia della legislazione repressiva che da anni imperversa altrove, estensione che è essa stessa un riconoscimento dell'infittirsi delle voci critiche e dell'udienza che le tesi revisionistiche si sono dimostrate capaci di ottenere, ha cessato di formar materia di agevole e generica previsione ed è diventata un rischio incombente. A fine dicembre del '96 la violazione del recinto ebraico del cimitero romano di Prima Porta se impresa teppistica o atto di provocazione non sappiamo e probabilmente non sapremo mai, ma accadimento che non può non riportare alla mente il torbido affare di Carpentras e la speculazione che vi si

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imbastì attorno a danno dei revisionisti, neppur lontanamente implicabili nella vicenda ha fornito al senatore Athos De Luca, dei verdi, I'occasione di far noto come si stia "studiando un progetto di legge che prevede l'introduzione di un nuovo reato penale che configura il vilipendio delle deportazioni e dell'Olocausto" ("Resto del Carlino", 3 gennaio) (4). Naturalmente, non c'è revisionista al mondo che si sia mai sognato di vilipendere le deportazioni di ebrei ad opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale (5). Resta ciò che la prosa senatoriale designa come "vilipendio dell'Olocausto". Qui bisogna intendersi bene. I revisionisti non vilipendono l'olocausto: negano che ci sia stato, se con olocausto si vuole indicare uno sterminio pianificato (o, se non formalmente pianificato, rispondente però pur sempre ad una volontà e ad un indirizzo moventi da un disegno di massima generale e tendenzialmente unitario) ai danni dell'etnia ebraica il mezzo principale di attuazione del quale sarebbe consistito nelle "camere a gas" e il risultato del quale assommerebbe a milioni di morti (in questo momento, notiamolo di passata, si accenna a volerli far salire, questi milioni, dai rituali sei a sette) (6). E si può benissimo essere revisionisti e considerare con autentica ripugnanza la spietata persecuzione antiebraica di cui il regime nazista si è reso responsabile: una persecuzione che senza alcun dubbio si è tradotta, fuori dai campi, anche in massacri di ebrei, in numero, per fortuna, di gran lunga inferiore a quello o a quelli di cui favoleggia la vulgata sterminazionistica; di questi massacri andrebbero definiti quanto più rigorosamente possibile l'entità da una lato, il rapporto con i compiti propri alla repressione della lotta partigiana nei territori dell'Est dall'altro lato. I revisionisti, checché vadano strillando i sepolcri imbiancati che li bersagliano di infamie, non vilipendono un bel nulla. Se c'è chi vilipende, si tratterà di gente che a pretesto delle proprie mascalzonate prenderà il revisionismo con la stessa mancanza di scrupoli e con la stessa noncuranza della verità storica con le quali, se, contro il revisionismo, lo sterminio dei sei milioni passasse da mito, qual è, a certezza storica incontrovertibile, virerebbe di centottanta gradi e tesserebbe protervamente l'elogio delle deportazioni e dello sterminio. Per chiunque abbia un minimo di conoscenza della letteratura revisionistica tutto questo è assolutamente chiaro, anche se, com'è ovvio, la condizione richiesta perché sia assolutamente chiaro è che il chiunque non sia un

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minus habens programmato per bagolare di "pornografia negazionista". E allora?

E, allora, non occorre un acume speciale per comprendere che ciò che il senatore De Luca e consorti vogliono trasformare in reato penale non è altro che l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito quando questo diritto venga esercitato in un particolare caso. Il diritto è quello di rendere di pubblica ragione i risultati emergenti in qualsivoglia campo dello scibile da ciò che soggettivamente si giudica essere una corretta applicazione dei metodi critici propri alla ricerca in generale. Questo giudizio soggettivo è, beninteso, contestabile, ma solo sullo stretto terreno scientifico, cioè su un terreno che da due secoli la civiltà giuridica ha sottratto all'interferenza del potere pubblico, il quale su di esso non si riconosce competenza alcuna. Altrimenti siamo a Stalin che decreta il trionfo di Ljsenko e manda in galera Vavilov.

Il particolare caso che hanno in vista il senatore De Luca e i suoi congeneri (tra i quali duole di dover annoverare Claudio Magris, autore del rabido editoriale apparso il 14 luglio nel "Corriere della Sera") è definito dal concorso di due condizioni: la prima è che la questione presa in esame sia la tradizione dello sterminio di milioni di ebrei ad opera del nazismo, la seconda è che i risultati dell'esame non quadrino con la versione canonica. Così, per chi, avendo concluso al carattere mitologico di quella tradizione, alla nonstoricità dello sterminio (sterminio pianificato, realizzato per lo più mediante camere a gas, le vittime del quale ammonterebbero a vari milioni), credesse di poter esprimere nei modi consueti tale conclusione, si aprirebbero le porte di quelle stesse galere in cui ci si preoccupa di non fare entrare i pochi tra i ladri di regime che sono stati messi in pericolo di trovarvi momentanea ospitalità.

Si era mai veduta prima d'ora, qui da noi, dove pure si è veduto di tutto, stesa in nero su bianco una sconcezza paragonabile? Ma è quello che si vedrà quando il progetto di legge verrà presentato alle camere e quando un procedimento formalmente legale avrà conferito, come è molto probabile, forza di legge all'illegalità sostanziale consistente nella confisca di un elementarissimo diritto di libertà. -- In margine, un asterisco: saremo settari, proprio come deve pensare di noi chi è tanto bene informato delle cose nostre da incollarci la scempia qualifica di neobordighiani; saremo settari,

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ma non negheremo di avvertire una sorta di soddisfazione nel constatare che la carogna di turno salta fuori da una parte politica che viene correntemente accreditata come di tendenza libertaria.

Per indignarsi di fronte ad una così enorme prevaricazione non è necessario crediamo sia evidente essere revisionisti: è sufficiente essere dei liberali o dei democratici; è sufficiente respingere l'idea che in materia scientifica vale a dire, lo ripetiamo, in una materia avente la sua naturale ed esclusiva sede di discussione ed eventualmente di contestazione nel confronto tra quanti si occupino di temi alla cui trattazione essi applichino i metodi di indagine propri alle scienze positive lo Stato abbia una sua verità da imporre, così che l'espressione in qualsiasi sede (e non solo in quella scientifica) di una verità differente sia da considerarsi delittuosa e come tale perseguita penalmente.

Questa ondata di repressione e di illibertà non casca dal cielo. Non solo la sua ampiezza continentale, ma anche la sua palese difformità dagli indirizzi che connotano la legislazione dei paesi a democrazia formale denunciano quanto debbano essere potenti le sollecitazioni e le spinte che l'hanno suscitata. Passerà tempo, ma un giorno si farà luce, luce documentaria, sul gioco di pressioni che, al di là di talune prese di posizione pubbliche, si intravede sullo sfondo. Quel giorno non ci sarà da essere stupiti nel dover prendere atto del ruolo protagonistico svolto da quegli stessissimi centri alla petulanza, all'inframmettenza e verosimilmente ai ricatti dei quali andiamo debitori di un processo che nasce da un manifesto intento antirevisionistico e la cui celebrazione ha riproposto, in una pressoché generale acquiescenza, il clima e le scene che accompagnavano (e allora non si faticava a capirlo) i processi del '45 (7) e la cui vicenda, con il provvisorio finale di un ministro della giustizia intervenuto d'autorità a svuotare di ogni effetto la sentenza di un tribunale della Repubblica (finale successivamente al quale siamo ora ad un nuovo processo cui i media, con una sorprendente concordanza, sembrano pochissimo interessati), ha reso manifesto in quale conto l'esecutivo tenga le pronunce della magistratura quando, per una ragione o per l'altra, es se non corrispondano a desiderata che la magistratura può permettersi, almeno a volte, di disattendere, ma l'esecutivo, evidentemente, no (8).

Per continuare ad attenerci alla cronaca italiana: era un pezzo che la signora Zevi andava battendo sul tasto della necessità che

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si insegnasse la storia. Il latino è stato capito. Aggiungeremo che non era difficile da capire. Insegnare la storia: la formula è la più ampia, ma la signora Zevi ha in mente un'applicazione particolare. Insegnare la storia: sì, ma quale? Non, si deve presumere (sono troppe le cose che legittimano questa presunzione), la storia dell'impresa materiata di frode, di sopraffazione e di sangue con cui, dai suoi primi insediamenti fino all'attuale questione delle colonie e di Gerusalemme est, il sionismo si è appropriato di una terra che la sua propaganda osava presentare come "senza popolo", e dunque pronta ad accogliere "un popolo senza terra". Non quella che serba memoria della segreta, ma non abbastanza, soddisfazione con la quale l'establishment sionista ravvisò nelle misure persecutorie di cui erano vittime gli ebrei tedeschi prima, e poi gli ebrei di tutta l'Europa occupata, un elemento da cui avrebbe ricevuto impulso, e quale impulso!, l'immigrazione ebraica in Palestina. Non quella che fa parola delle intese a fini migratorl stabilite tra quell'establishment e il governo nazista fin dal 1933 e della cooperazione protrattasi per anni tra questo governo e l'organizzazione di Jabotinskij, alla quale era consentita la presenza in territorio tedesco sotto forma di corpi paramilitari. Non quella che ricorda le operazioni provocatorie cui il governo israeliano non mancò di ricorrere per forzare la mano a comunità che non sentivano alcun bisogno di trasferirsi nel nuovo Stato. Non quella che registra le costanti scelte di Israele a favore delle politiche più reazionarie, dall'Algérie francaise al regime sud-africano dell'apartheid e a quello di Fujimori. Non quella delle continue aggressioni militari perpetrate sotto pretesto di necessità difensive dall'"unico paese democratico del Medio Oriente". Non quella nella quale i nomi di Deir Yassin, di Cafr Kassem, di Sabra e Chatila definiscono la natura e le finalità della politica ininterrottamente seguita da tutti i governi israeliani, laburisti o conservatori, laici o religiosi che fossero. Non quella dello schiacciamento dell'Intifada e delle braccia dei dimostranti fracassate a colpi di pietra su disposizione di Rabin, luminosa figura di apostolo e martire della causa della pace. E neppure quella che celebra l'attenzione scrupolosa per le regole del diritto della quale ha dato prova memorabile la Corte Suprema israeliana quando i suoi spiriti liberali le hanno suggerito di non far mancare il suo alto avallo alla pratica della tortura correntemente inflitta ai palestinesi rinchiusi nelle carceri

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dello Stato sionista (Amnesty International, 14 agosto '96). All'insegnamento di questa storia non pare che la signora Zevi tenga in maniera particolare. Non diremmo probabile, inoltre, che lei, che pure è cittadina italiana, sia specialmente interessata, non che alI'insegnamento, all'approfondimento di vicende singolari, vicende cui sarebbe difficile negare una qualche rilevanza storica: ad esempio, quei contatti tra servizi segreti israeliani e Brigate Rosse sui quali per un istante, solo per un istante, sollevò il velo il pentito Pisetta; e niente, a dire il vero, lascia supporre che il suo sguardo si illumini di soddisfazione quando le accade di considerare il lavoro di un giudice pervicacemente animato dalla volontà di far luce sull'oscuro affare dell'Argo 16 caduto nel novembre del '73 a Marghera, a poche decine di metri dai serbatoi del micidiale fosgene, con il rischio di causare un disastro di proporzioni incalcolabili: quel giudice, infatti, se non intralciato, avrebbe parecchie probabilità di scoprire all'origine dell'affare nientemeno che il Mossad, nel qual caso "I'unico paese democratico del Medio Oriente" apparirebbe responsabile di un atto di terrorismo del tutto simile a quello per il quale, allegando un materiale il carattere probatorio di parte del quale sembra essere piuttosto controverso, gli Stati Uniti tengono da anni nel mirino la Libia di Gheddafi. Tutta questa è storia il cui insegnamento niente induce a pensare stia a cuore alla signora Zevi. Ciò che le sta a cuore è altro.

E' il mito del genocidio che la signora Zevi vuole martellato nelle teste degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado; e per questa funzione di imbonimento, estesa, s'intende, anche agli adulti, vanno utilizzate le possibilità offerte dai mezzi di comunicazione di massa. Questa la storia il cui insegnamento essa giudica così necessario e urgente, la storia che, dopo i Reitlinger, i Poliakov, i Friedländer, gli Hilberg e via elencando, ha ora il suo temporaneo Tucidide in quel Goldhagen a sentire il quale lo sterminio di milioni di ebrei e le modalità tecniche della sua attuazione avrebbe formato la materia di tutte le chiacchiere che si intrecciavano sui tram e nelle portinerie della Germania di Hitler: il che ci viene raccontato mentre gli altri storici di corte, di fronte all'impossibilità di esibire un solo ordine di esecuzione di quello sterminio che sia stato emanato dai vertici del III Reich, ci propongono suppergiù l'ipotesi di disposizioni sussurrate nell'orecchio lungo tutta la scala gerarchica sottostante ad un Hitler che probabilmente dai suoi complici

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si sarà fatto intendere a occhiate e a segni. -- Ora, perché l'edificante programma pedagogico accarezzato dalla signora Zevi un programma pedagogico di cui basta precisare i motivi e i presupposti per guadagnarsi, anche contro la più elementare verità, la taccia di antisemiti attinga il massimo della sua efficacia mistificatoria bisogna, prima di ogni altra cosa, farla finita con il revisionismo; e la signora, alla quale non fa difetto il senso delle cose reali, non deve fare il minimo assegnamento sull'eventualità che a tanto si possa davvero arrivare con le sole risorse di quell'acrimonia e di quella disonestà intellettuale delle quali stanno fornendo non inattesa prova i rechercheurs salariés e gli aspiranti vidalnaquet: specie, poi, se la già modesta portata dei servigi resi dall'onorevole compagnia riesce ulteriormente diminuita dalla goffaggine di qualche epigono che, con linguaggio e taglio mentale da inquisitore, bolla l'"ipocrita abilità" di chi "insinua dubbi", dice lui, "immotivati" sulla leggenda sterminazionistica (una leggenda aurea se mai ve ne fu una), ma sciupa poi l'effetto col mostrare di aver comicamente inteso alla rovescia il precetto dello psicopompo transalpino (epiteto che non corrisponde affatto ad una ridondanza polemica: il ruolo di Vidal-Naquet è quello di chi guida le anime nel regno della morte intellettuale).

Come dar torto alla signora Zevi? E, d'altra parte, come resisterle? Sono, evidentemente, le circostanze stesse che obbligano a far carne di porco della lettera e dello spirito del dettato costituzionale: all'imposizione del bavaglio non c'è davvero alternativa. -- Fatta la legge, si toccherà con mano che anche qui da noi i rechercheurs salariés e gli aspiranti vidalnaquet hanno pure loro una coscienza: una coscienza che permetterà loro di continuare a dedicarsi alla caccia alle streghe argomentando (si fa per dire) contro avversari posti dalla repressione nella pratica impossibilità di replicare agli attacchi cui saranno fatti segno. Il piccante starà in questo: che gli attacchi di quei messeri attacchi di una spudoratezza che mozza il respiro, intessuti come sono di deformazioni consapevoli, di illazioni infondate, di stravolgimenti ribaldi, di pure e semplici calunnie domani non serviranno ad altro che a designare questo o quel reprobo alla solerzia di qualche magistrato. E questo, questo sì che sarà un bellissimo vedere: una manciata di fanghiglia intellettuale piccoloborghese adibita ad una funzione siffatta, e che fingerà di non accorgersene (9). Tale sarà l'atmo

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sfera civile in cui dovremo vivere. In sottofondo si alterneranno le note di Bella ciao e dell'Hatikvà.

Ma non c'è bisogno di fare anticipazioni su di un avvenire che probabilmente non è lontano per sentirsi, con amarezza e malinconia, nella necessità di riconoscere che dal '67 e soprattutto dall'82 in qua va emergendo una questione ebraica i cui presupposti esistono fin dal 1948. In questa emersione gli avvenimenti alla cui precisazione storica si è impegnato il revisionismo olocaustico non intervengono se non come premessa, e premessa indiretta. E, considerata in sé, vi interviene solo marginalmente anche l'amplificazione di quegli avvenimenti a dimensioni di gran lunga sproporzionate alla loro pur indubitabile tragicità. Ma non v'è dubbio che la repressione legale ed extralegale del revisionismo è, invece, un fattore suscettibile sia di accelerare questa emersione, sia di agire quantunque non all'immediato, crediamo, e solo in concorso con altri fattori nel senso di portare la questione ad uno stato di acutezza al quale chi non sia malintenzionato può pensare solo con inquietudine.

Tutto questo non ci piace per più ragioni, mentre per opposte ragioni non potrà non piacere a chi, ad esempio, fa della diaspora l'elemento propulsivo e protagonistico di ciò che va sotto il nome di mondializzazione. Ma rimane il fatto che la responsabilità prima di ogni sviluppo in questo senso ricade con tutta evidenza su quanti, per ridurre al silenzio le voci scomode il levarsi delle quali, però, corrisponde all'esercizio di quei diritti di libertà la cui tutela ha parte essenziale nel conferire alle istituzioni carattere di democraticità formale , non esitano a promuovere una legge d'eccezione che farà scempio tanto di garanzie elementari quanto della più umile logica. Senza contare che con una legge d'eccezione si creerà un precedente molto pericoloso, quand'anche la cosa passasse, al pari di tante altre, inosservata dai più: il che è ben possibile, dato che a farne le spese saranno i famosi quattro gatti, sui casi dei quali la stampa si riterrà esentata, ci si può scommettere, dal dover fare informazione informazione corretta.

Circa lo sfregio inflitto alla logica, basterà riflettere un momento su questo: la storia svoltasi fino ad oggi consta di una quantità incommensurabile di eventi: di uno solo di questi eventi resterà, sì, libero (almeno in via di principio) I'esame, ma l'espressione pubblica delle conclusioni raggiunte attraverso l'esame sarà con-

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sentita soltanto a patto che esse siano conformi alla versione corrente. Salvo che, rincarando di ipocrisia, la legge non preveda la tutela delle versioni correnti di un solo genere di eventi, quelli cui si applica il concetto di genocidio: ma allora la differenza sarà soltanto di parata, e chi, occupandosi, poniamo, di storia quantitativa, fosse indotto dai suoi studi a ridimensionare anche drasticamente l'ammontare dei costi umani di fenomeni storici cruciali, quali la conquista delle Americhe, l'espansione coloniale in generale, la tratta dei negri, la scomparsa dei tasmaniani, la decimazione dei pellirosse, le stragi di armeni e di curdi, i massacri messi sul conto di Pol Pot, non avrà verosimilmente nulla da paventare: Temi non scomoderà né la bilancia né la spada. A meno che... a meno che, per convincere la platea che i revisionisti hanno torto marcio di pensare che il punto di vista delle istituzioni sia tale per cui tutti i genocidi sono eguali, ma ce ne è uno che a tal punto è più eguale degli altri che se ne vuol sottratta la tradizione sedicentemente storica ad ogni rea pretesa di sottoporla ad un controllo condotto con i metodi considerati di rigore nello specifico settore di ricerca scientifica a meno che, dicevamo, per convincere la platea che i revisionisti hanno torto marcio di pensar questo, qualcuno non ritenga di dover dare ogni tanto una zampata qua e là. Non si sa mai. In tal caso metterebbe conto di tentare un esperimento per vedere a quali conseguenze penali andrebbe incontro chi si cimentasse in un'operazione diretta a diffondere l'idea che si è inventato tutto di sana pianta, e che se lo è inventato perché membro di un accordellato nazista (accuse che gli antirevisionisti ripetono fino alla noia e senza recare l'ombra di una prova contro i revisionisti), quel James Bacque che ha coraggiosamente messa in luce una delle pagine più nere tra quelle scritte dai democratici vincitori della seconda guerra mondiale: il lento e premeditato sterminio per fame di poco meno di un milione di prigionieri tedeschi del quale si sono resi responsabili nel '45 statunitensi e francesi, dopo aver tolto agli sventurati ogni possibilità di tutela da parte della Croce Rossa Internazionale con il turpe machiavello di dichiararli non già, quali erano, prigionieri di guerra, ma personale nemico disarmato, categoria inventata per l'occorrenza.

In buona so stanza, dunque , qu ale che abbi a ad e s sere l a formulazione della legge, sarà uno solo l'evento la cui versione corrente formerà l'oggetto permanente di una protezione, più che eccezio-

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nale, unica: questo evento non è altro che la cosiddetta Shoà. Riguardo ad essa sarà obbligo far mostra di ritenere che, sulle finalità, sui modi di attuazione e sul numero di vite perdute, I'ultima parola intorno alla persecuzione nazista sia quella detta dai vincitori a Norimberga nel '45-46, quella riecheggiata a Gerusalemme nel '61, quella avallata e propalata da uno stuolo di storici autoproclamati le affermazioni dei quali al pari di quelle di cui constano le pretese verità giudiziarie che si vogliono anch'esse sottratte ad ogni controllo critico non v'è punto, si può dire, su cui non si infliggano una vicendevole smentita, per poi, però, mettersi all'unisono quando si tratta di asserire la realtà di quei dati essenziali in virtù dei quali la Shoà rappresenta, come da autorevole quanto superfluo riconoscimento di W. D. Rubinstein, il più importante tra gli strumenti a disposizione dello Stato sionista per la sua propaganda mondiale (10).

E con ciò a proposito della legge in gestazione si sarà detto tutto quando non ad uso dei quacquaracquà che nelle pagine di un revisionista si industriano di trovare qualsiasi appiglio, anche il più improbabile, anche il più pretestuoso, per accusarlo di ogni nefandezza immaginabile si sia aggiunta questa precisazione capitale: che noi, anche tenendo nel debito conto una posizione che la signora Zevi ha in comune con la totalità o quasi dei personaggi rappresentativi delle comunità israelitiche d'Europa, degli Stati Uniti e dell'Australia, e senza affatto escludere l'esistenza di un coordinamento nella messa in opera delle sollecitazioni in atto dovunque per arrivare alla persecuzione legale del revisionismo (quella illegale non abbisogna delle iniziative del senatore De Luca e dei suoi omologhi), non crediamo affatto che questo coordinamento che è ovvio e che, d'altro canto, discende naturalmente da premesse obiettive sia inquadrabile nel paradigma di quel complotto mondiale ebraico che esplicitamente o implicitamente, nella forma diretta di una cospirazione o in quella indiretta di una visione degli avvenimenti come asseritamente svolgentisi non altrimenti che se il loro svolgersi rinviasse ad una cospirazione, gioca il ruolo principale nei deliri dei più tra gli antisemiti.

Respinto che si sia, nella forma e nella sostanza, questo paradigma, che cosa rimane di quel pregiudizio antiebraico che viene immancabilmente diagnosticato in chiunque manifesti un atteggiamento eterodosso nei riguardi delle cose odierne dell'ebraismo, si

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tratti della storia demistificata della persecuzione hitleriana o della critica di un allineamento così automatico e così totale allo Stato sionista da trasformare la basilare distinzione tra ebreo e israeliano, tra ebrei e Israele, in un affare di buona volontà e, diciamolo pure, di costanza della ragione?

Parlando in via generale, il ruolo attuale del pregiudizio antiebraico quello effettivo, non quello immaginario di cui, senza il minimo discernimento, si fa carico a revisionisti e ad antisionisti viene decisamente sopravvalutato. Oggi una questione ebraica si sta profilando, eppure fino ad ora questo pregiudizio e i connessi stereotipi, di cui nessuno negherà la presenza, vi hanno una parte del tutto secondaria.

Il profilarsi di una questione ebraica è cosa di tale momento da esigere di venir presa in esame anche al di fuori di ogni discorso avente ad oggetto il revisionismo olocaustico. Separare i due temi ci riesce tanto più facile quanto più ci pare di dover escludere che tra i due ordini di problemi esista una relazione diretta. Esporremo brevemente, dunque, ciò che ci sembra doversi prendere in considerazione circa la genesi del fenomeno odierno e circa l'inessenzialità dell'intervento in esso sempre che intervento vi sia del famoso pregiudizio. La nostra refrattarietà alla dimensione emozionale propria agli elementi di fatto che dovremo richiamare ci consente di attenerci ad una linea di sostanziale oggettività, senza con ciò pretendere, s'intende, che il nostro sia l'occhio del naturalista che scruta il nido di formiche; e questa linea, se non ci preserva certo dal rischio di sbagliare, dovrebbe però ridurre la probabilità e anche l'entità dell'errore eventuale.

Anche se qui la cosa non corrisponde ad una stretta necessità, ragioniamo un momento, allora, su questa faccenda del pregiudizio, del pregiudizio in generale più precisamente: sull'uso che d'ordinario si fa della categoria "pregiudizio" , poi verremo al caso specifico del pregiudizio antiebraico. Confessiamo, dunque, che il mostrarci esenti da ciò che solitamente si definisce "pregiudizio" non è la cosa che ci preme di più. Vediamo di spiegarci.

Intorno a ciò che va sotto il nome di "pregiudizio" metterebbe conto di approfondire una riflessione il cui filo conduttore potrebbe enunciarsi così: ci si dimentica che troppo spesso quella di "pregiudizio" è una definizione del tutto impropria. A essere rigorosi, c'è pregiudizio quando il nostro modo di rapportarci ai singoli è in-[26]

fluenzato, non importa se negativamente o positivamente, dalle idee che ci siamo formate, o che magari abbiamo accolte bell'e fatte, intorno a quello che è o si reputa essere il loro aggregato d'appartenenza (il gruppo sociale, I'etnia, ecc.), nel presupposto che l'appartenenza abbia una funzione decisiva nel definire l'identità e il comportamento di questi singoli; quando, in altre parole, ai singoli, alla loro soggettività, solo in forza di questa appartenenza estendiamo le caratteristiche che ci sembrano inerire al loro aggregato d'origine, quasi che esso sia dotato di una personalità di cui la personalità dei singoli non sia che il riflesso o l'emanazione. E' solo per un'esigenza di chiarezza, e non con particolare riferimento al tema di cui ci andiamo occupando qui, che, detto questo, facciamo seguire quest'altra considerazione, la quale, del resto, nulla ha di peregrino: a proposito di ciò che il linguaggio usuale qualifica, o squalifica, come "pregiudizio" non sarebbe inopportuno domandarsi, almeno qualche volta, se il cosiddetto pregiudizio non sia, invece, un postgiudizio, ossia un giudizio che, giusto o sbagliato che sia, è però emesso a partire da una data esperienza del fenomeno cui il giudizio, appunto, si riferisce. Facciamo un esempio: la nozione di un'inferiorità intellettuale dei negri (negri, diciamo, e non neri, così come diciamo ciechi, e non non vedenti, e netturbini, e non operatori ecologici: la cultura del politically correct e l'insopportabile bigotteria lessicale che ne discende mettono capo giacché il linguaggio è tutto fuor che uno strumento inerte ad una metodica inabilitazione a guardar le cose in faccia, con gravi quanto ovvie ricadute incapacitanti sullo stesso agire politico), la nozione, dunque, di un'inferiorità intellettuale dei negri rispetto ai bianchi è, lo sappiamo tutti, estremamente diffusa; nel sentircene irritati, al di là di ogni questione circa la sua fondatezza o infondatezza, non siamo secondi a nessuno. Ora, noi non entriamo affatto nel merito, ma di certo non sarebbe irragionevole che si avesse presente come all'origine di essa non ci sia solo il famoso colore della pelle (11), non ci sia solo la difformità dei melanodermi da un aspetto che noi, per il solo fatto che è il nostro, si sia ingenuamente e autocentricamente portati a considerare come la norma. C'è anche questo, beninteso; ma l'esserci anche questo non può farci dimenticare che c'è anche dell'altro.

All'origine c'è la constatazione di modi di vita sociale il giudizio sui quali è inimmaginabile di poter eludere tirando in ballo il relativismo culturale al di là del limite (difficile da stabilire, non

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v'è dubbio) entro cui il relativismo culturale ha giustificazioni solidissime: perché, date per scontate tutte le considerazioni quelle pertinenti e quelle che pertinenti lo sono di meno che si sentono fare, sempre le stesse, nel caso dell'esempio addotto, un fatto rimane pur sempre, ed è questo: che il dato obiettivo che in un'ottica materialisticostorica fonda (con un criterio che può ritenersi valido solo a grandi linee e la cui utilizzazione richiede non uno, ma parecchi granelli di sale) una gerarchizzabilità dei cicli di civiltà (dei cicli piuttosto che delle singole civiltà), questo dato obiettivo -- il grado di sviluppo delle premesse tecniche del controllo dell'ambiente esterno -- designa quei modi di vita come realizzazioni di livello comparativamente ridottissimo rispetto a quelle conseguite dai leucodermi (magari anche con apporti degli stessi melano e degli xantodermi). E' da quella constatazione, e non dalla difformità somatica, che muove l'illazione (semplicistica, se si vuole, ma non così manifestamente infondata che la si possa scartare a priori; tant'è che, qualunque cosa si voglia far credere al riguardo, genetisti e psicologi sono tutt'altro che unanimi nell'infirmarla a vantaggio di quell'ambientalismo esclusivo che è così caro ai dottrinari della democrazia, magari indebitamente rimpannucciati in vesti marxiste), che muove, dicevamo, I'illazione circa una differenza nativa nel possesso di quelle capacità intellettuali delle quali sarebbe arduo negare la parte avuta nella creazione di quelle premesse: illazione che oggi è uso liquidare come "razzista", ma che lo stesso Marx faceva propria, e che d'altro canto non gli impediva, e questo è l'importante, di tener fermo alla sua visuale socialista. -- E con ciò noi leucodermi non abbiamo di che rallegrarci: abbiamo sviluppato e sviluppiamo, eccome, le premesse tecniche del controllo dell'ambiente, ma non quelle sociali: tanto poco il modo di produzione che connota il presente stadio della civiltà che è la nostra ci consente di controllare l'ambiente esterno, che abbiamo trasformato il mondo il nostro e quello degli altri in una sinistra pattumiera, giacché l'economia basata sul lavoro salariato, non che essere uno strumento a disposizione della specie, schiaccia la specie come una forza della natura estranea ed ostile, essendo proprio del capitalismo innescare anarchicamente processi che esso è poi incapace di dominare. E la parentesi può chiudersi qui.

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Non contesteremo. naturalmente, la persistenza di un generico pregiudizio negativo nei confronti degli ebrei. Esso consta di una serie di luoghi comuni, taluni dei quali non mancano di un nocciolo di verità. L'avarizia che a gran torto viene loro attribuita ci ricorda che genovesi e scozzesi condividono la medesima fama. Altrettanto si dica della loro pretesa avidità: si vada a parlare degli istriani nelle terre rivierasche dell'Alto Adriatico o dei marchigiani a Roma, piccoli trafficanti marittimi da sempre i primi, esattori pontifici per tradizione i secondi. E quanti secoli dovettero passare perché lombardo e caorsino non fossero più sinonimi di usuraio? L'auri sacra fames non può certo considerarsi caratteristica di un particolare gruppo umano, in una società in cui (come disse qualcuno che oggi non riscuote più quel l`avore del cólto e dell'inclita al quale non aveva mai aspirato) i cristiani sono diventati ebrei. Che nelle mani degli ebrei si concentri una ricchezza cospicua (il che non esclude! evidentemente, che ve ne siano di poveri) non pare proprio possa dirsi una favola. Lo stesso vale per l'influenza sociale che è loro ascritta: non si è mai visto, d'altronde, che avesse influenza sociale un gruppo a basso reddito; e nel caso specifico, inoltre, va tenuto conto della consolidata sovrarappresentazione ebraica nel giornalismo, nell'editoria, nell'università, nell'amministrazione, nelle prol`essioni liberali, nella finanza: fenomeno ragguardevole, talvolta impressionante (si pensi cos'è lo staff presidenziale di Clinton), ma del quale in generale non è difficile fornire, quanto alla sua origine, una spiegazione del tutto esente da quella particolare malevolenza che è propria dell'antisemitismo, mentre il punto delicato è oggi quello dell'uso fatto di questa possibilità di esercitare un'influenza (12). Superfluo, infine, sottolineare come la pratica dell'endogamia non possa dar luogo ad alcunché di diverso dalla generalizzata constatazione di una cura posta nel distinguersi e mantenersi separati dalla società in cui si vive, e questa cura non può non apparire singolare in una fase nella quale nel mondo euroamericano l'incidenza di preoccupazioni religiose sui comportamenti medl non è molto più che marginale. Di qui l'immagine dell'ebraismo come di una casta: immagine cui corrisponde una realtà che è il punto d'approdo obbligato di una rinuncia al proselitismo la quale è poco meno che bimillenaria.

E' probabile che nella Germania di Weimar il pregiudizio antiebraico fosse altrettanto generico: di lì a qualche anno l`u la cata-

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strofe. Dunque, che ci si inquieti di esso, e che ci si inquieti di ciò che può residuare dell'odium theologicum votato un tempo dalla cristianità ai discendenti dei deicidi, lo si comprende senza fatica. Ciò non toglie che oggi si tratti di un falso problema e che il perdervisi intorno non sia molto dissimile dall'operare di chi, per dirla con Gramsci, non riuscendo a prender sonno per il chiarore della luna piena si mettesse a correr dietro alle lucciole, nell'illusione che, scacciandole, il chiarore diminuirà. Questo falso problema nasconde il problema effettivo.

Una questione ebraica è esistita in passato, una questione ebraica va ponendosi oggi. Forse che ciò permette di parlare di un'unica, di un'eterna questione ebraica che si prolungherebbe, sempre eguale a se stessa, da una fase storica all'altra? Sappiamo bene che ciò corrisponde ad un sentire diffuso tra gli ebrei. E' a partire, tra l'altro, da questo sentire diffuso che si è elaborata una riflessione una propaggine della quale vorrebbe spiegare il fenomeno del supposto persistere di una questione identica a se stessa attraverso i tempi facendolo risalire al parallelo persistere nel mondo gentile di una norma costruita sul modello risultante dalla confluenza di due appartenenze: al sesso maschile e alla cultura maggioritaria; da cui la relegazione dell'ebreo, in quanto portatore di suoi tratti peculiari, in un'area di diversità diversità rispetto a quella norma, appunto che egli condividerebbe con la donna e con l'omosessuale, soggetti sottoposti alla medesima relegazione. Non solo v'è da dubitare che l'individuazione di un comun denominatore siffatto faccia compiere un reale passo avanti nella comprensione del problema, ma crediamo che questo puntare su una diversità che, assimilata ad altre diversità radicate, esse, in ruoli immodificabili (o in ciò che hanno di immodificabile certi ruoli), ha tutta l'aria di voler essere essenziale non sia che un diversivo inteso a far passare inosservata o, se osservata, a far apparire legittima in quanto conforme, si dice, ad un corrispondente diritto una diversità comportamentale abbastanza palese da cadere sotto la comune percezione e che meglio si può indicare con alterità, estraneità, separatezza, espressioni generali capaci di inquadrare il fenomeno concreto e di avviare così alla comprensione delle cause reali del suo proporsi odierno. Molto di frequente il quintessenziare ad oltranza, il trasformare (per riprendere un'immagine famosa) i cappelli in idee, non si prefigge

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altro fine che quello di distogliere l'attenzione dalla spontanea eloquenza delle cose, che disturba. Quel sentire diffuso corrisponde ad una tesi che, se è cara agli antisemiti, non lo è meno ai sionisti. Non è questo il solo punto in cui l'ottica degli uni collima con quella degli altri.

Il sionismo ha un interesse primario ad alimentare negli ebrei della diaspora una permanente condizione spirituale di insicurezza e precarietà, perché una condizione del genere è la sola che può propiziare il rafforzarsi in loro delle sollecitazioni scaturienti dal comune fondo religioso e culturale al mantenimento con Israele di un legame che, accortamente utilizzato, è la risorsa più preziosa tra quelle che lo Stato sionista può mettere a frutto. Per il sionismo il ghetto ha tuttora una funzione fondamentale: in ciò, e non solo in ciò, esso è l'erede di quei rabbini reazionari che nella fine delle interdizioni e nella parificazione legale degli ebrei a tutti gli altri, non più sudditi, ma cittadini, videro il principio della dissoluzione delI'ebraismo. Sparito il ghetto materialmente, è dunque necessario che esso continui a sussistere sul piano psicologico. Oggi esso non è meno effettivo che nei tempi andati; meno manifesto sì, ma non meno effettivo: è stato interiorizzato. La stagione che ha permesso ad un ebraismo ben remoto dal concepire se stesso come un corpo separato di arricchire i paesi di cu,i gli ebrei si sentivano cittadini a parte intera di quei maestri di ammirevole statura che in Italia si sono chiamati Alessandro D'Ancona, Graziadio Isaia Ascoli, Arnaldo Momigliano, Giorgio Levi Della Vida, si è chiusa; e la responsabilità prima di ciò non spetta al sionismo: spetta al dolorosissimo trauma recato dalla persecuzione. Il sionismo non ha fatto altro che raccoglierne i frutti. E ora c'è di nuovo il ghetto. Ma questo isolamento dalla società gentile una società gentile nella quale la belva può sempre ridestarsi! non può non riattivare in essa i vecchi pregiudizi. Anche se è ben possibile che la signora Zevi non abbia capito il gioco, è precisamente sul loro riattivarsi che punta il sionismo: i vecchi pregiudizi chiamati a nuova vita, mentre non sono tali da intaccare la posizione conseguita dall'ebraismo nell'ordine sociale presente, non possono che rendere anche più invalicabile la linea di separazione dalla società gentile (con ciò allontanando il pericolo dell'assimilazione) e più saldo il legame con Israele.

La propensione al "tanto peggio, tanto meglio" è una costante del sionismo. Oggi è del tutto verosimile che esso non vedrebbe

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come un fatto profittevole -- come invece vide negli anni Trenta -- il rinnovarsi di una politica di discriminazione antiebraica; ma se, per assurdo, un singolo Stato attuasse, quod deus avertat, una politica siffatta e ripristinasse per gli ebrei l'obbligo di portare su di sé ben visibile la stella di Davide, si può esser certi che, pur nelI'ambito di una valutazione negativa del significato e delle implicazioni della cosa, il punto di vista sionista sarebbe che non tutto il male viene per nuocere. I vecchi pregiudizi, inoltre, hanno questo di vantaggioso: che, per il solo fatto di esser lì, si prestano molto bene ad un mille volte ripetuto tour de main diretto a coinvolgere nella loro condanna che è fin troppo facile e alla quale nessuno o quasi ricuserebbe di sottoscrivere qualcosa che con essi non ha nulla a che fare. Questo qualcosa non è soltanto il rifiuto della politica di Israele e dei suoi miti di fondazione: è anche l'insieme delle prese di coscienza e dei giudizi la cui insorgenza nel mondo gentile è determinata da ciò che appaiono essere i comportamenti di comunità diasporiche alle quali l'esistenza stessa di uno Stato che ufficialmente si definisce ebraico, e per il quale l'ebraismo sarebbe una nazionalità, crea una situazione in cui fin troppo di frequente es se sembrano indistinguibili da colonie straniere (13): e colonie straniere, per un verso, dipendenti da uno Stato la cui politica, anche soltanto per quello che ne è generalmente conosciuto, non è fatta per conciliare larghe simpatie; per una altro verso, godenti di uno status giuridico e soprattutto di una condizione di fatto che si risolvono in una posizione complessiva di particolarissimo favore. Va detto che tutto ciò non sarebbe -- scordarsene o prescinderne sarebbe colpevole -- se una persecuzione inumana, ma non inesplicabile -- una persecuzione la cui tragicità i revisionisti non contestano, ma vogliono ricondotta alle sue dimensioni reali --, non avesse invertito il senso di marcia della ruota della storia interrompendo i processi di integrazione e assimilazione degli ebrei nelle società occidentali, obbligando a riscoprire la loro ebraicità i moltissimi tra loro che non annettevano più nessun significato sociale o religioso alle proprie origini e spianando la strada al sionismo, che delle sue fortune va debitore alla sventura. Non va dimenticato che in ambito ebraico, prima dell'esperienza della persecuzione, esso aveva riscosso e riscuoteva, sì, adesioni e appoggi, ma quasi esclusivamente come progetto di soluzione del problema rappresentato dalle masse di

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correligionari che vivevano in condizioni di straordinario disagio e soggetti a restrizioni di stampo medioevale nell'Europa dell'Est, soprattutto nell'impero zarista, e il cui flusso migratorio, quando si fosse rovesciato sull'Ovest del continente, vi avrebbe provocato una vera e propria ondata di antisemitismo. Del che si aveva trepida coscienza nell'ebraismo dei nostri paesi, e ad ogni buon conto Herzl in persona, rivolgendosi ai delegati del congresso sionistico di Londra del 1900, era stato al riguardo esplicito quanto più non si sarebbe potuto esserlo. Si può osservare qui che a mostrare quanto egli avesse ragione soccorre postumamente l'esempio di Israele, dove l'afflusso, ad esempio, dei falascià ha determinato reazioni che non sono, e pour cause, di antisemitismo, ma la cui natura è identica a quella delle reazioni paventate allora da Herzl e dalle nostre comunità ebraiche. E si deve qui ricordare quanto incidesse sul montare dell'antisemitismo nella Germania disperata del primo dopoguerra la presenza di quelli che anche gli ebrei germanizzati o i tedeschi di confessione ebraica solevano definire "ebrei selvaggi", gente che trasferiva le abitudini di vita e le consuetudini commerciali dello Shtetl in un paese moderno, il quale, per parte sua, non poteva non giudicarle aberranti, e indesiderabile quella presenza: si capisce che il nascente nazismo non chiedesse di meglio che intingere il suo biscotto in quella zuppa.

Ah, l'antisemitismo! Lo si può avere in orrore, e noi lo abbiamo in orrore, ma è così poco difficile capire da che cosa sia alimentato! Oggi che tante teste fine almanaccano dottamente sulle sue scaturigini e sul dipanarsi storico della tradizione antisemitica in Europa, fa un ben singolare effetto veder trascurate e neppure messe in linea di conto circostanze del genere (14). Chi parla mai di Adolphe Crémieux? Eppure non sarebbe fuori luogo rammentarsene. Nel 1870 la Terza Repubblica non aveva ancora tre settimane di vita quando Crémieux, uomo del '48 e magna pars dell'Alliance israélite universelle, chiamato da Gambetta a far parte del governo che con uno sforzo immane tentava la difesa militare di una Francia in cui stavano dilagando i prussiani, trovava che nulla fosse tanto urgente come l'estendere la cittadinanza metropolitana, da cui gli algerini erano e continuarono ad essere esclusi, ai soli ebrei d'Algeria (con il risultato, tra l'altro, di sollevare contro la Francia, proprio in quel momento, I'indignazione e la ribellione della generalità degli algerini, che prima d'allora con i loro conterranei ebrei

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non avevano problemi di rilievo e che dopo d'allora ne ebbero molti). Crémieux avrà inteso anche di fornire un punto d'appoggio alle autorità repubblicane locali in una congiuntura delicatissima; ma davvero ci s i chiederebbe un po' troppo se ci si vole s se far convinti che la peculiarità religiosoculturale di lui non avesse alcun rapporto con quell'iniziativa. La fava doveva servire, concediamolo pure, a prendere due piccioni: servì per uno solo, e sta bene. La questione, però, è perché mai per un ministro della Repubblica di piccioni dovessero essercene due invece che uno solo. Domanda si è proprio sicuri che Crémieux, sionista ante litteram (e tale nonostante il modello di rapporto con la società francese rappresentato dall'Alliance, ma anche in forza di quel modello), di antisemiti ne abbia fatti meno di un Drumont? Certo, Crémieux non aveva tradito: si era soltanto mostrato sensibile anche a imperativi che non erano quelli della funzione affidatagli. Ma che peso ha avuto un precedente come quello nel predisporre un buon numero di francesi a credere seriamente, un quarto di secolo più tardi, che Dreyfus avesse tradito davvero, che per lui ci si agitasse solo perché era un ebreo e che i dreyfusardi non fossero null'altro che marionette i cui fili stavano nelle mani di un syndicat juif? Ma di Crémieux non si parla: né di lui né del secondo piccione. Si parla, invece, di Drumont, ed è giusto parlarne; di Drumont... e di Voltaire! Di Voltaire, cui si fa colpa di aver mosso al giudaismo più chiuso e retrivo una critica animata dagli stessi motivi di fondo di quella che gli si fa un merito, e lo è, di aver mossa al cristianesimo (15); di Drumont, di Voltaire, e, procedendo a ritroso, si rimonta su su fino ad Agobardo: il che vuol dire passare al pettinino secoli e secoli di storia. E, dopo Drumont, ecco Maurras e Céline, per i quali, specie per Céline!, non occorre nessun pettinino, certo: sciovia storica di cui si pretenderebbe di mostrare la prosecuzione in Rassinier, Faurisson e la Vieille Taupe, tutta gente che con Agobardo, Drumont e quant'altri non ha nulla da spartire, checché blateri una propaganda che usa far carta straccia della logica e della verità gabellando per antisemitismo sia l'opposizione al sionismo e alla politica israeliana, sia l'impiego dei normali metodi e criteri di indagine storica nell'esame del dramma degli ebrei in Europa, sia i risultati che conseguono a tale impiego.

E così questa digressione ci riporta sul filo del ragionamento: perché quel passare al pettinino con il risultato, e anche, dispiace dirlo,

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l'intento, di una colpevolizzazione della storia, anche di quella remota, dei paesi di cui, alla fin fine, si è cittadini (salvo poi levare alte strida se Garaudy parla, oltre che dei cinquant'anni di performances militari e terroristiche di Israele, dei sacri macelli di biblica memoria) costaltro è se non una manifestazione di alterità? Da parte delle comunità ebraiche è un grosso errore permettere che quell'atteggiamento possa apparire come il loro. Ma è precisamente questa alterità che il sionismo ha teorizzato e va predicando! Esso, infatti, prima che programma della creazione di uno Stato e della tutela degli interessi di questo Stato, è interpretazione dell'ebraismo in termini di specifica nazionalità. Non menzioneremo se non di passata la circostanza che questa interpretazione è stata contestata dal bolscevismo non solo nelle sue implicazioni politiche, ma altresì nei suoi presupposti di merito, e ciò fin dai primissimi del Novecento (chissà che a qualche rechercheur salarié non venga in mente di tirar fuori "l'antisemitismo, socialismo degli imbecilli" anche a riguardo di Lenin? (16). E, quanto ai tempi successivi, giova ricordare che da parte del giovane regime sovietico la disponibilità a riconoscere lo statuto di minoranza nazionale statuto riconosciuto a quei segmenti di popolazioni che, viventi nei confini dell'ex impero zarista, avevano però fuori di questi un consistente nucleo nazionale di riferimento a quelli tra gli ebrei che fossero desiderosi di non staccarsi dal loro particolare nesso associativo e dalle forme tradizionali della loro cultura non suonava minimamente sconfessione dell'antecedente condanna del sionismo, anche di quello mitigato del Bund, ma rappresentava invece il ricorso ad una fictio iuris che introduceva un'equiparazione (già anticipata, del resto, dal Lenin delle Note critiche sulla questione nazionale) diretta a garantire allo sviluppo civile degli interessati quelle condizioni di libertà dalle quali soltanto poteva prendere avvio la loro graduale e autonomamente consentita integrazione alla società sovietica (17): linea, questa, che sarebbe poi stata rinnegata dal potere staliniano una prima volta nella seconda metà degli anni Venti, quando la creazione, peraltro derisoria, di una regione autonoma ebraica nel Birobigian veniva accompagnata dal lancio di quello che, a livello di enunciazioni, altro non era che un reazionario sionismo interno, e una seconda volta quando, tra il '48 e il '53, un antisemitismo di impronta medioevale fu dottrina ufficiosa del partito e dello Stato, a giustificazione dello scatenamento di

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un'ondata di quelle misure persecutorie dalle quali gli ebrei hanno tanto da soffrire e il sionismo tanto da guadagnare.

Ma torniamo alla pretesa sionista dell'ebraismospecifica nazionalità. E' permesso, alla luce di essa, domandarsi che ne sia delle comunità ebraiche, la cui posizione ufficiale è di adesione al sionismo, e quindi di appoggio senza riserve allo Stato sionista, e che, d'altro canto, vivono nella condizione formale di comunità a connotazione religiosa facenti parte di collettività storiche esprimentisi ciascuna con una sua propria nazionalità?

Se davvero si cerca di capire perché e come oggi si ponga una questione ebraica una questione ebraica che, se non ci si ferma a genericissimi comun denominatori, ha ben poco da spartire con quella del passato precapitalistico dei paesi a tradizione cristiana, ci si riesce senza incontrare soverchi ostacoli. Le cose che rendono inevitabile il suo porsi, a partire da Israele, dall'ideologia sionista e dallo spirito che Israele e l'ideologia sionista inducono nelle comunità, sono sotto gli occhi di tutti. Basta voler capire, volerlo sul serio, ed essere perciò disposti a prendere atto di realtà la considerazione delle quali, per motivi complessi che qui neppure possiamo richiamare, si è fatta inusuale per moltissimi di noi' (18).

Si deve, allora, aver chiaro che la nazionalità, qualsiasi nazionalità (anche la cosiddetta nazionalità padana, il cui disegnarsi nella testa di borghesi piccoli e medî desiderosi unicamente di pagare meno tasse ci ricorda però che, se in Europa gli Stati nazionali sono in crisi da mezzo secolo, non può, però, dirsi scomparsa la tendenza all'instaurarsi di nessi nazionali nuovi), ha, sì, una base obiettiva in assenza della quale non potrebbe costituirsi una base obiettiva che nel più dei casi si riassume in lingua e territorio, ed eccezionalmente (si veda la Svizzera, disomogenea sotto il profilo linguistico) può constare del solo territorio, ma è, con tutta evidenza, irriducibile a questa base obiettiva. Quest'ultima serve semplicemente di precondizione e di supporto ad un ininterrotto processo di identificazione collettiva, e questo processo mette capo ad un noi. Il noi è la nazionalità. La bellissima pagina con la quale Ernest Renan rispondeva da par suo all'interrogativo su cosa sia la nazione ha il torto di rappresentare questo noi come sostanziato di atti coscienti e volontari, come situantesi tutto nella consapevolezza dei singoli che partecipano di esso. Questa visione riflette solo una faccia del fenomeno. La grande forza, nel bene

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e nel male, di questo noi sta soprattutto nel situarsi di esso, che pure è cultura condivisa, al di sotto della sfera della piena coscienza, al livello dei riflessi. Ma quella pagina coglie il dato saliente quando associa analogicamente l'esistenza della nazione in quanto "plebiscito di tutti i giorni" all'esistenza dell'individuo in quanto "testimonianza perpetua di vita". Questo noi, nel suo esplicarsi quotidiano, richiama gli automatismi che formano l'orditura dei fenomeni naturali. Così, del "plebiscito di tutti i giorni" si potrebbe parlare come di un atto solenne che viene compiuto nell'inconsapevolezza.

Questo noi, in cui la cultura assimilata e come diventata istinto ha parte tanto larga e la consapevolezza parte tanto ristretta, ha questo che lo avvicina alla natura: è legge ignota per gran parte a se stessa. E non solo è legge generale: è arduo concepirla altrimenti che perenne. Non che siano tali le nazioni esistenti: sono nate e moriranno. "Tutto ciò che esiste è degno di perire". Ma anche quella cultura universale nella quale il socialismo vede il coronamento della lotta anticapitalistica, non che produrre un uomo standardizzato, conoscerà altri noi, posto che sarebbe sbagliato immaginare che i noi non possano avere altra forma storica di esistenza fuor che quella che essi ricevono nella società presente, dove la comunanza di lingua e di cultura si instaura tra classi antagonistiche; e li conoscerà in quanto darà luogo ad una fioritura di facies originate dall'azione di molteplici fattori operanti qui con una fisionomia, là con un'altra, giacché tra essi non potranno mancare quelli che esprimeranno una continuità con il diversificato sviluppo storico precedente, di cui nessuno può immaginare di far tabula rasa; e in corrispondenza a queste facies tenderanno a stabilirsi nuove affinità, così come in una popolazione morfologicamente omogenea il gioco senza posa delle mutazioni e delle selezioni, agendo diversificatamente da area ad area, tende a far affiorare una pluralità di tipi geografici.

Un riconoscimento dell'incidenza di questo noi sui comportamenti degli uomini è venuto dal marxismo, che nessuno sospetterà di un pur lontano cedimento nei confronti di qualsivoglia forma di ristrettezza nazionale; ma troppo spesso non si riflette su ciò che è implicito in tale riconoscimento. Se di fronte alle lotte per i diritti nazionali la posizione marxista è sempre stata di appoggio (critico quanto si vorrà, ma sempre appoggio), se l'Inter-

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nazionale comunista faceva propria la parola d'ordine del diritto dei popoli all'autodecisione, ciò non derivava soltanto dall'attribuzione a queste lotte di un carattere progressivo in quanto antiassolutistiche e antifeudali nel passato e in quanti aventi una potenzialità antimperialistica nel nostro secolo: in pari misura derivava, e deriva, dall'ammissione del fatto che la mancata soluzione dei problemi di libertà nazionale non può, di norma, non ostacolare potentemente il dispiegarsi della lotta di classe in seno all'elemento nazionale che vede negati i suoi diritti e non può non favorire in esso, per contro, le spinte al compattarsi delle classi in quella solidarietà verticale nel quadro della nazione che è già di per sé la prima vittoria dell'egemonia ideologica e politica borghese. Ora, se si deve individuare il motivo di fondo di questa ammissione, è impossibile non convenire che essa scaturisce da una realistica disponibilità a prendere atto della limitazione obiettiva di quel legame di classe che pure è uno dei dati fondativi dell'antropologia sociale marxista; è impossibile non convenire, cioè, che questa ammissione nasce dalla constatazione che il legame di classe è bensì il più generale, ma non il più profondo, e che la voce della classe può farsi sentire solo flebilmente e a gran fatica quando situazioni di oppressione nazionale permettono che a parlare alto sia la voce della nazionalità. Quell'ammissione rinvia all'elemento di fondo della inerenza a quel noi di una sorta di primordialità. Questo elemento di fondo avevano ragione di ritenerlo via via meno operante quelle generazioni di socialisti alle quali, nella fase anteriore al grande tornante del 1914, pareva ovvio che, con l'intensificarsi dell'antagonismo non solo potenziale, ma in atto tra proletariato e borghesia, tra queste classi la comunanza di carattere e di destino in ambito nazionale sarebbe andata mano a mano scomparendo. Allora era così, almeno come tendenza, anche se poi ci si ingannava sulla rapidità di questo processo e sulla sua irreversibilità; adesso il processo è interrotto, e non sappiamo per quanto tempo.

Da questa primordialità della quale faremmo volentieri a meno discende per una linea di classé una folla di problemi: quel che è sicuro è che è del tutto illusorio qualunque "superamento" di essi che si appoggi su di una volontaria cecità quanto ad essi e alla loro radice, così come, a scartare ogni presa in considerazione in sede che intenda essere di partito delle implicazioni politiche di questa radice, non vale il richiamo alle cento forme di opportuni-

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smo che hanno rovinosamente accampato la pretesa aberrante di rinchiudere nel quadro della nazione la prospettiva della trasformazione socialista. Questo richiamo non solo è giustificato: è strettamente indispensabile. Ciò che è inaccettabile è che se ne tragga motivo o pretesto per una di quelle pratiche che, in una politica rivoluzionaria, condannano a sicura impotenza chi vi indulge: la pratica dell'elusione di problemi che, per essere scomodi, non cessano però di essere reali.

Quel noi, nell'ordine sociale vigente, non è difficile traviarlo, lo sappiamo fin troppo bene: esso, infatti, è accessibile all'orgoglio. Ma non abbiamo il diritto di ritenerlo sprovvisto di buon senso; anzi, tutto sommato, è molto ragionevole. Non gli è sconosciuto un riflesso di autoconservazione, e non si vede come glielo si potrebbe rimproverare: molte delle sue difese sono state smantellate, ma ancora non si è riusciti a convincerlo che è suo dovere e obbligo considerare il proprio territorio come il luogo in cui si danno convegno le alluvioni etniche in arrivo dai quattro angoli del pianeta e che di fronte ad esse tutto quello che gli rimane da fare è ritirarsi in buon ordine. Non rifiuta la prospettiva delle trasformazioni: è restio ad accettarle quando sono traumatiche. Per la propria cultura non gli sembrerebbe fuori luogo quello stesso rispetto che gli viene zelantemente predicato per la cultura dei cingalesi e dei nigeriani. Si è abituato a controllare la propria aggressività nei riguardi degli altri noi. Vorrebbe, in ogni caso, che le delimitazioni fossero chiare. D'altronde, non gli sfugge che c'è noi e noi. Se non è ingannato, non sente estraneo a sé l'internazionalista appunto perché avverte che il noi trasversale dell'internazionalista, in quanto è il noi della solidarietà di classe al di sopra delle frontiere, non è della sua medesima natura, e proprio perciò non attenua in chi vi si riconosce la propria qualità di parte del suo noi originario, con il quale l'internazionalista ha al di fuori di ogni benché minima concessione al patriottardismo, di ogni dilatazione interclassistica di questo noi originario quel rapporto che sorge spontaneo tra l'uomo e le cose che sono parte di lui per il fatto stesso dell'essere lui parte di esse: rapporto che non ha alcunché di mistico e il cui senso generale è l'inseparabilità dell'uomo da quella particolare cultura dalla quale ha ricevuto gli strumenti per aprirsi al mondo. Del resto, questo noi di cui parliamo sa distinguere se stesso dalle espressioni ufficiali e dalle impalcature isti-

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tuzionali che gli sono state sovrapposte dal dominio di classe, né gli è precluso il riconoscimento del fatto che l'ostilità verso queste forme storiche non è ostilità verso di lui. Considera la religione un affare privato, e dal suo punto di vista non ha torto; se in materia religiosa possono nascere conflitti è soltanto a seguito di pratiche lesive della sua sensibilità e del suo, quale che sia, costume civile: la trasversalità delle fedi non è certo tra queste pratiche. Riconosce il diritto alla diversità; è portato a credere che questo diritto, se evocato in rapporto alla nazione, non può non trovare un limite nel diritto della nazione cioè del noi di essere altra cosa che un guscio vuoto pronto a dare ricetto ad un aggregato più o meno casuale delle più svariate diversità da ciò che essa è. Non è particolarmente geloso e a certe faccende presta attenzione solo ad intermittenza, e in definitiva c'è da rallegrarsi che sia così; ma, se le circostanze lo costringono a farvi caso, stenta a comprendere, e non ci riesce veramente mai, che dei concittadini che sono tali da tempo immemorabile, che godono degli stessi diritti di tutti gli altri, che esso è lieto di accogliere nel proprio seno, e che, d'altro canto, non sono obbligati a rimanervi, si sentano parte di un altro noi che pretende alla sua stessa natura, di un noi che si assume fondato su fattori di distinzione e di affmità che ricalcano quegli stessi fattori di distinzione e di affinità che lo hanno creato e lo fanno vivere, ma che li ricalcano con riferimento ad un'altra identità, ad un'identità che non è la sua. E la politica di Israele e del sionismo, e non essa soltanto, lo costringe, a tratti, a farvi caso.

Non c'è bisogno di andare a cercare più lontano le ragioni per le quali una questione ebraica si va, ci piaccia o non ci piaccia, delineando oggi.

Giugno-Luglio 1997

Parte 2: note, appendice
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Saggio introduttivo di Cesare Saletta a Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico, Graphos, 1997, pp. 11-60.




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