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IL DRAMMA DEGLI EBREI


Paul RASSINIER

 


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CAPITOLO I

RAUL HILBERG, LA SUA DOTTRINA E I SUOI METODI


I Commentari delle Sacre Scritture di San Tomaso d'Aquino (1225-1274), e l'esauriente commentario dei documenti di Norimberga, costituito da La distruzione degli ebrei d'Europa (The Destruction of the European Jews) di Raul Hilberg evidentemente non hanno nessuna misura comune. Di certo tra sette secoli, o non si parlerà più del secondo, oppure, se ancora se ne parlerà sarà solamente per segnalarlo come un esempio di una delle più scandalose aberrazioni del nostro tempo. E, se dopo sette secoli si parla ancora di San Tomaso d'Aquino è per indicarlo come origine di una filosofia quasi aberrante, qualificata, nel XVII secolo, dagli Umanisti e dai Libertini come ancilla theologiae. Ma tale filosofia fu quella dei secoli della fede e, a questo titolo, meritava di diventare il Tomismo, perché era sostanziale, apriva varchi su un mondo che rappresentava il sogno dell'epoca. Ad esso è, oggi, indispensabile fare riferimento se si vogliono correttamente spiegare le grandi correnti della filosofia contemporanea. Per costruire il suo sistema San Tomaso dovette mutilare il pensiero di Aristotele, ma, non essendo ancora stata inventata la stampa, nel XIII secolo, i manoscritti erano rari e i mezzi d'investigazione degli intellettuali talmente rudimentali che vi fu soltanto lui a saperlo. D'altronde, proprio perché avevano scoperto la soperchieria, tre secoli dopo, Umanisti e Libertini parlarono di ancilla theologiae. Ma non vi fu scandalo: si mise la frode a carico di una imperfetta conoscenza degli scritti di Aristotele. Oggi, in proposito, possediamo maggiori lumi. Il Tomismo si è affermato come tale. Ma non vi sarà Hilbergismo. La distruzione degli ebrei d'Europa, con le sue 790 pagine in formato grande, basata su quasi 1.400 referenze documentarie (un'altra... somma!) se un giorno sarà accusata di essere stata ancilla di qualcosa, questo qualcosa sarà definito come una politica priva di ogni nobile ispirazione.
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Questa la non tenue differenza.
Avendo ammesso che i due uomini, per la personalità, il valore, la portata dei rispettivi lavori, non sono affatto paragonabili, se nondimeno ho pensato a San Tomaso d'Aquino, dopo aver letto Raul Hilberg, è perché vi erano delle ragioni. La più importante delle quali costituisce il tema centrale di questo capitolo: i documenti di Norimberga, a mezzo dei quali Raul Hilberg dimostra (p. 767) che 5.100.000 ebrei, o (p. 670) 5.419.500, sono stati sterminati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale; di essi 1.000.000 nelle camere a gas di Auschwitz; 950.000 in quelle di altri cinque campi, meno industrialmente attrezzati; 1.400.000 (se bene ho compreso i suoi calcoli complicati e spesso contradditori) ad opera dei "Gruppi Speciali" in azioni che potremmo definire secondarie se paragonate alle altre. Ebbene, l'interpretazione e questi documenti mi sembrano della stessa natura e dello stesso valore di quelli dai quali San Tomaso d'Aquino, come tutti i Padri della Chiesa prima di lui, ha tratto la prova che il primo atto della creazione del mondo, la separazione della luce dalle tenebre, era avvenuto esattamente nell'anno 4001 prima di Cristo, così per Giosuè che aveva fermato il sole nella sua corsa; per Giona che aveva soggiornato nel ventre della balena ecc...
Vi è anche il problema della prevaricazione: Raul Hilberg che fa dire ai documenti di Norimberga ciò che essi dicono soltanto se accuratamente isolati dal loro contesto e riscritti, fa pensare, rispettate le debite proporzioni, a San Tomaso che conferisce agli scritti di Aristotele quella interpretazione che orientò il mondo intellettuale del Medio Evo europeo verso la celebre formula: Aristoteles dixit, quando Aristotele non aveva detto. A questo riguardo, entrambi dipendono da quella morale formulata piuttosto bene, e quasi a uguale distanza nel tempo per l'uno come per l'altro, da un certo Ignazio di Loyola, secondo la quale il fine giustifica i mezzi, quindi tutti i mezzi sono buoni per giustificare il fine. Ma, qui ancora, per permettere una giusta valutazione di entrambi, bisogna dare le coordinate di questo punto che hanno in comune: San Tomaso d'Aquino si trovò ad affrontare gli scritti di Aristotele quando rabbini ebrei e scrivani arabi le diffusero in Europa con tale successo da minacciare la sicurezza del pensiero cristiano: quindi il suo problema fu puramente di ordine filosofico. Nel caso di Raul Hilberg si tratta di un problema meramente e molto bassamente materiale: giustificare con un numero proporzionale di cadaveri le enormi sovvenzioni, versate annualmente dalla Germania, dalla fine della guerra, allo Stato d'Israele, a titolo di riparazione di un danno che essa non gli ha causato né moralmente né giuridicamente, poiché all'epoca dei fatti incriminati lo Stato d'Israele non esisteva.
Mi si conceda di ricordare che lo Stato d'Israele è stato fondato solamente nel maggio del 1948; che le vittime ebree dei nazisti giuridicamente dipendevano da Stati varii, salvo quello d'Israele; e
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mi si permetta di sottolineare la gravità di questa truffa che non ha qualificazione in nessuna lingua. Da una parte la Germania versa a Israele somme calcolate in base ai circa 6.000.000 di morti; dall'altra, a titolo individuale, poiché almeno i 4/5 di questi 6.000.000 erano ben vivi alla fine della guerra, la Germania versa a quelli che ancora vivono negli altri stati del mondo oltre Israele, e agli eredi di coloro che vi sono deceduti più tardi, sostanziali riparazioni a titolo di vittime del nazismo: ciò significa che per costoro, ossia per l'enorme maggioranza, essa paga due volte.
Tante indennità, così generosamente accordate sembrano aver fatto farneticare gli Tzigani al punto che si potrebbe dire che lo Stato d'Israele e il Sionismo hanno fatto scuola. Se si deve credere a Le Monde del 29 dicembre 1961, ecco che i gitani si sono dati un re. Col nome di S. M. Vaida Voievod III, questo re si proclama "Capo supremo e spirituale del popolo tzigano" e intende ottenere dall'ONU un angolo di mondo dove porre termine al grande errare delle carovane, proprio come, teoricamente, la creazione dello Stato d'Israele avrebbe dovuto mettere fine (?) alla Diaspora. Se viene domandato a questo sedicente re, quale angolo di mondo rivendica e dove si trova, risponde che si tratta del Romanestan e lo situa in un isola del Pacifico o in un paese prossimo a Israele. Inoltre, egli precisa il numero dei suoi soggetti che deambulano su tutte le strade d'Europa: 12 milioni. E se questo numero non è ancora più grande, dipende dal fatto che dal 1939 al 1945 i nazisti gli hanno sterminato 3 milioni e mezzo di sudditi. Ma vi sono anche le statistiche: esse precisano che il numero delle vittime tzigane del nazismo non supera le 300.000 o 350.000, ciò che è già abbastanza atroce. Non essendo ancora al punto di poter essere sospettati di anti-romanestanesimo con la stessa facilità con la quale si è accusati di antisemitismo ogni volta che si parla di statistiche fantasiose del Centro di documentazione ebraico contemporaneo, e comunque non si rischia d'essere infamati dalle stesse inconfessabili intenzioni, se si parla dei 3.500.000 di vittime del nazismo di S. M. Vaida Voievod III in tono leggero, non vogliamo rinunciarvi. Ammettiamo dunque che l'ONU accordasse, un giorno, agli Tzigani il diritto di riunirsi in questo Romanestan, del quale resta da precisare soltanto la situazione geografica: alla Germania non rimarrebbe che provvedere anche alla loro sussistenza. Poiché dopo aver accordato allo Stato d'Israele una rilevante e sostanziale indennità per le vittime fatte dal nazismo tra il popolo ebreo, le riuscirebbe difficile rifiutarla al Romanestan del quale l'ONU, a sua volta, non potrebbe rifiutare di appoggiare le rivendicazioni come già ha fatto per lo Stato d'Israele. I 3.500.000 di Tzigani sterminati dai nazisti disputerebbero allora la testata della prima pagina nella stampa mondiale ai 6.000.000 di ebrei. Ma il R. P. Fleury, Elemosiniere generale dei Gitani di Francia, già preavvisa che S. M. Vaida Voievod III, altro non è che un impostore, e molti condividono l'opinione. Bisogna ammettere che il numero delle
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persone che pensano allo stesso modo dei dirigenti dello Stato d'Israele e dei loro sostenitori, è oggi tuttavia assai meno grande, anche se la politica d'Israele in tutto e per tutto simile e altrettanto poco fondata e poco seria, ha nondimeno avuto successo. Nella misura secondo cui dimostra che il Sionismo del dopo-guerra è prossimo parente di ciò che potremmo chiamare il Romanestanesimo, la burlesca storia dell'eroe di questa avventura meritava di essere qui accennata, non fosse che per dare al lettore un'idea il più possibile precisa del valore del lavoro al quale si è accinto Raul Hilberg.
Ma torniamo al problema della truffa e a questo proposito non vorrei essere frainteso. E' ben comprensibile che dopo aver passato un considerevole numero di mesi, uno, due, tre anni, e talvolta molti di più nelle orribili condizioni materiali e morali di un campo di concentramento mi si può credere, so di che cosa parlo, e ciò che discuto è solamente il grado dell'orrore (la verità è più che sufficente), e le cause di questo orrore, perché le scienze umane esigono di essere determinate un povero diavolo incolto, del tipo di questo curato o di quell'altro che ho citato, ci venga a raccontare di avere visto, il primo, migliaia di persone entrare nelle camere a gas del campo dove eravamo internati assieme, e dove non esistevano; il secondo, di aver visto teste di uomini, interrati vivi sino al collo, venire schiacciate dalle ruote delle carriole spinte dai detenuti, per ordine delle SS: posso capirlo. Si tratta di vittime animate da un risentimento proporzionato alla sofferenza patita e il colpevole è il giudice che ha prestato loro fede. Che un generale delle truppe dei Gruppi Speciali testimoniando sotto minaccia di morte racconti ciò che gli sembra più idoneo a salvargli la vita; che un Hoess, vecchio comandante del campo di Auschwitz, faccia lo stesso e come loro molti altri, è tanto evidente da non esigere spiegazioni. Che un altro disgraziato di SS di un Gruppo Speciale, per attirarsi le buone grazie dei suoi superiori, riferisca loro che la sua unità ha sterminato migliaia o "decine di migliaia di ebrei", come risulta dai documenti citati da Raul Hilberg, non sorprende. Che a sua volta un Martin-Chauffier, avendo molto da rimproverarsi, voglia farsi perdonare e si metta a urlare coi lupi; che un David Rousset, la cui unica cura al campo era quella di guadagnarsi la protezione dei comunisti; che un Eugen Kogon, essenzialmente preoccupato di assicurarsi il più confortevole equilibrio possibile tra le SS e i comunisti, abbiano raccontato quello che hanno raccontato, fa parte della psicologia del testimone e spetta di diritto al giudice e allo specialista di scienze umane scindere il vero dal falso. Se sono urtato dal fatto che l'uno come l'altro non vi riescono e che soprattutto entrambi non fanno molti sforzi per riuscirvi, lo sono molto meno quando un giornalista presta fede a questa gente, immediatamente; è noto che un certo tipo di giornalista si recruta proprio tra i falliti delle altre professioni!
Anzi, dirò di più: un uomo come il dr. François Bayle, già
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da me citato a proposito di: Croce uncinata contro Caduceo, del quale è autore, messo a confronto coi documenti e le testimonianze di Norimberga, non è responsabile che a metà delle conclusioni che ne trae.
Il dr. François Bayle è un medico, anzi, è un medico della Marina, dunque un militare. Chi lo legge, intuisce che è un appassionato di psico-somatologia e di psicanalisi. Gli accusati di Norimberga gli sembrano tutti dei malati o dei tarati, ciò che è lo stesso: gli piacerebbe tanto compilare le loro schede! E' un soggetto brillante e le circostanze lo servono: il 19 ottobre 1946 viene nominato membro della Commissione scientifica dei crimini di guerra, e in breve è in grado di lavorare direttamente sugli originali dei documenti e delle testimonianze del Processo di Norimberga al quale assiste, e tra le "quinte" nelle quali ha libero accesso, E' un militare: non si pone problemi circa il valore probante dei documenti messigli a disposizione dalle autorità dalle quali dipende. Nell'esercito, più che altrove, il principio fondamentale sul quale poggia la gerarchia è che "ogni subordinato deve al suo superiore totale obbedienza e sottomissione in ogni momento", a sua volta poggiante sul postulato che un superiore non può abusare del suo subordinato. In questa disposizione di spirito il dr. François Bayle non poteva certo porsi problemi del genere e qualora se li fosse posti, non avendo una preparazione adeguata al lavoro verso il quale lo si lasciò orientare, incoraggiandolo, non sarebbe stato in grado di darvi una corretta risposta. Dunque, è scusabile. Non sono invece scusabili coloro che l'hanno lasciato seguire questo orientamento e l'hanno incoraggiato. Si può dire che nel presente caso è accaduto quello che accade nel Figaro di Beaumarchais, dove il ruolo di calcolatore poteva venire assegnato a un ballerino: qui dove occorreva uno storico hanno messo un medico. Ma poiché si trattava di esperienze mediche, non era necessario anche un medico? Certo, ma sostengo che se il medico non aveva personalmente assistito a queste esperienze e se al tempo stesso non era anche uno storico, egli non poteva assolutamente studiarle correttamente senza l'assistenza di uno storico che previamente avesse verificato tutte le testimonianze e tutti i documenti certificanti ogni fatto, e che descrivevano non l'ambiente scientifico nel caso in parola lo storico non sarebbe stato qualificato ma l'ambiente sociale, il momento storico nel quale essi erano emersi. Soprattutto in un'epoca così passionale come quella in questione e, come ne era il caso, se quei fatti erano considerati crimini. Il responsabile di così deplorevoli costumi? Nessuno se non il criterio che presiede alla distribuzione delle conoscenze e alla formazione delle élites del nostro tempo, che mentre spinge alla specializzazione ad oltranza a detrimento della cultura generale, sotto pretesto che la civiltà industriale necessita di buoni tecnici in settori ben definiti e strettamente limitati, lascia credere e, se occorre, fa credere che qualsiasi
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specialista è qualificato per parlare ex cathedra di ogni specialità. Perciò la responsabilità non è di nessuno ma è di tutti.
Il caso di Raul Hilberg è assai differente da quello di tutte queste persone. Non è stato deportato, non è stato vittima del nazismo, non ha apparenti ragioni per avere la cattiva coscienza di un Martin-Chauffier, un David Rousset o un Eugen Kogon. Non è un essere incolto come il povero curato che cito come l'inventore delle camere a gas di Buchenwald e di Dora, nemmeno è un tipo imbrattato di una cultura d'accatto come David Rousset e Eugen Kogon, avventurieri dai mezzi d'esistenza assai dubbi prima della guerra, che oltre alla necessità di farsi una buona coscienza, assai probabilmente hanno raccontato quello che hanno raccontato per assicurarsi posizioni migliori e stabili, cosa nella quale l'uno come l'altro sono perfettamente riusciti. Inoltre Hilberg non è un medico come François Bayle, persosi nello studio di documenti storici: è un "political scientist" debitamente diplomato, come informa la sua nota biografica, un "Professor specialized in international relations and American foreign office" e malgrado tutte le lacune e tutte le imperfezioni, è impossibile che il sistema di ripartizione delle conoscenze e di formazione delle élites che l'ha preparato all'esercizio di un mestiere nel quale la scienza statistica ha un posto importante, non l'abbia meglio ferrato per lo studio dei documenti e delle testimonianze sulle quali essa è fondata, e della storia nella quale affondano le loro radici i fenomeni sociali che costituiscono l'oggetto delle statistiche. Se dunque Raul Hilberg si comporta come se non avesse la minima idea del credito che si può accordare a un testimonio e alla sua testimonianza, né delle condizioni indispensabili a un documento per essere accettato come probante, o, ed è lo stesso, come se tutti quelli che esamina potessero esserlo, non gli rimane che una scusante: la malafede. Ho detto "scusante" perché continuando nella lettura della sua nota biografica trovo che è collaboratore della Jewish Encyclopedia Handbook e tutto si spiega. Beninteso ciò non vale soltanto per Raul Hilberg, ma anche per molti altri: la signora Hannah Arendt, per esempio, che ha la stessa formazione intellettuale, che si riferisce sovente a lui, nei resoconti del Processo Eichmann che The New-Yorker ha pubblicato in cinque numeri (febbraio-marzo 1963), la quale è stata o ancora è Forschungsleiterin (5) della Conferenza sulle relazioni ebraiche, Verwaltungsleiterin (6) della Jewish Cultural Reconstruction, Stipendiatin (7) della Guggenheim Stiftung, ecc. e ci informa freddamente (The NewYorker 22-3-63) che "3 milioni di ebrei polacchi sono stati massacrati nei primi giorni di guerra": questo essendo naturalmente spiegato da quello. Hannah Arendt farebbe bene, a mio parere, a scrivere a Raul Hilberg per domandargli di volerle indicare dove ha trovato i circa "2.000.000 di ebrei polacchi che furono mandati a
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morte nel 1942-'43", dei quali egli parla a pagina 311 del suo libro. Perché è indispensabile capirsi: c'erano in Polonia da 3 a 3,3 milioni di ebrei prima della guerra come sostengono tutti gli statistici, ebrei compresi o ce n'erano 5.700.000, com'è obbligata a pretendere Hanna Arendt? Perché, infatti, eccone 5 milioni sterminati in complesso, ed ecco che Shalon Baron brandendo il suo titolo di professore di storia ebraica all'Università di Columbia avanti al Tribunale di Gerusalemme, il 24 aprile 1961, pretende che 700.000 ebrei erano ancora vivi quando il Paese fu liberato, nel 1945, dalIe truppe russe! Si è veramente tentati a invitare tutta questa gente quei tre e la moltitudine degli altri che si trovano nella stessa situazione a mettersi d'accordo tra loro, prima di dare delle spiegazioni a noi. A Raul Hilberg, personalmente, si potrebbe consigliare di mettersi prima d'accordo con sè stesso. Infatti, alla pagina 670 del suo libro, spiega come, a suo parere, dei 9.190.000 ebrei viventi nei territori occupati dalle truppe tedesche durante la guerra, solamente 3.770.500 sono sopravvissuti, col matematico risultato di avere 5.419.500 morti; che alla pagina 767 per strano mistero divengono 5.100.000. E' indispensabile precisare che per la Polonia, la Russia e i paesi danubiani che sono il nocciolo di queste statistiche, egli non ha trovato che 50.000 sopravvissuti, laddove il suo collega Shalon Baron ne ha trovati 700.000 mentre un giornale di lingua francese che si pubblica in Svizzera (Europe Réelle, Losanna dicembre 1961 n. 44) riferisce che il periodico israelita Jedioth Hazem di Tel-Aviv (n. 143 del 1961) scrive senza batter ciglio che "il numero degli ebrei polacchi attualmente viventi fuori dalla Polonia si approssima ai 2 milioni". E, senza dubbio per ragioni di doveroso equilibrio, mentre i centri di documentazione ebraici di Parigi e di Tel-Aviv, di comune accordo, hanno calcolato che nella parte della Russia occupata dalle truppe tedesche il numero degli ebrei sterminati è di 1.500.000 (Figaro littéraire, 4 giugno 1960) e per l'Institute of Jewish Affairs World Jewish Congress (Eichmann's confederates and the Third Reich Hierarchy già citato) a 1.000.000, per Raul Hilberg sono in tutto 420.000. Tutto questo appare talmente poco serio che mi vergogno per la categoria dei professori specializzati ai quali, documenti che sono gli stessi per tutti, parlano un linguaggio tanto diverso.
Dopo aver detto quanto era opportuno, rendiamo a Cesare ciò che è di Cesare: di tutto quello che fin'ora è stato pubblicato in questo genere letterario, in cui vengono manipolate e interpolate incessantemente le testimonianze annesse ai documenti di Norimberga, anno dopo anno sempre più numerosi, ed in cui per trovarvi virtù sempre più probanti si torturano carte e meningi, rendendo contraddittori le une e gli altri nel quadro della tesi che postula lo sterminio di 6.000.000 circa di ebrei ad opera dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale, The Destruction of the European Jews è senz'alcun dubbio quanto di più preciso e di più
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completo per il numero delle informazioni sia stato fatto. Ma proprio per ciò, risulta il più vulnerabile, senza tuttavia essere il più probante di quanto sia stato pubblicato in materia, ma col grande vantaggio di mettere così bene in evidenza le sue debolezze da far risaltare anche quelle di tutte le pubblicazioni analoghe. Perciò, ho deciso di prenderlo come filo conduttore di questo nuovo studio. E' ovvio che non tratterò una per una le sue 790 pagine, benché quasi nessuna non esiga una messa a punto: per vagliarle fino al dettaglio al banco di prova mi occorrerebbero tante pagine quante sono state necessarie a Raul Hilberg per dare forma alla sua tesi. Sarebbe molto fastidioso. Già ho detto che Raul Hilberg è riuscito a far raccontare alle sue pezze d'appoggio quello che raccontano, unicamente per averle accettate così come gli erano state consegnate, ossia riscritte, selezionate e isolate dal loro contesto. E' dunque il contesto confrontato con altri che mi sforzerò di ricostruire, soffermandomi solo per inciso sui suoi più grossolani artifici.

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Nell'accingermi allo studio delle pezze d'appoggio di Raul Hilberg, il mio pensiero va subito agli studenti della Sezione di Scienze politiche dell'Università di Vermont sperando, per loro, che in questa università il professore di scienze politiche sia assistito da un professore di storia, altrimenti, nel caso che qualcuno di loro sia un giorno chiamato all'onore di rappresentare gli Stati Uniti in Germania in qualità di ambasciatore, appena in carica, i tedeschi unanimi lo scambierebbero per un inviato della luna. Se infatti egli non possiede altri lumi oltre quelli che attualmente impartisce loro Raul Hilberg sul nazionalsocialismo, la sua politica generale e soprattutto sociale, non vedo come potrebbe compiere i suoi primi passi nell'esercizio delle sue funzioni senza commettere una serie di errori che riuscirebbero incomprensibili ai tedeschi, costituendo altrettante dolorose umiliazioni per lui (e per gli Stati Uniti!). Quanto agli altri studenti non promessi a tanto alti destini, suscitano essi pure delicati problemi. Se le nozioni di economia politica che Raul Hilberg impartisce a tutti sono dello stesso tenore di quelle da lui seminate nella storia e come dubitarne dopo aver conosciute le sue statistiche? gli studenti che diventano a loro volta professori ci pongono di fronte al problema della trasmissione della mediocrità, da una generazione all'altra. Osando appena pensare ai disastrosi effetti causati dalla definizione di una politica generale degli Stati Uniti da costoro che, divenuti grandi impiegati dello Stato, avessero il dovere di elaborarla.
Per completare il mio pensiero devo aggiungere che tutto ciò mi fa veramente paura. E volendo essere chiaro, devo aprire, qui, una breve parentesi, il cui tema sarà la seguente proposizione: la storia è un susseguirsi di momenti storici. Verità lapalissiana?
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Sì, nella forma, No, nelle sue implicazioni. Alcuni storici ritengono che ogni momento storico proponga agli uomini soltanto problemi che comportano una unica soluzione: la carta obbligata. Ne segue che dall'inizio dei tempi, tutti i momenti storici si sono collocati nell'esatto prolungamento gli uni degli altri, secondo una specie di linea retta che costituisce il senso stesso della storia. Analizzando correttamente ciascuno di essi, è possibile quindi la previsione del successivo: questo è il determinismo storico. La sola domanda che l'uomo possa porsi, non è dove vuole andare, né che deve fare per giungervi, bensì solamente: dove va. Per darsi, allora, una risposta gli basta guardare indietro e prolungare la linea: rigirandosi, davanti a sé vede il socialismo. Potrà avere degli arretramenti (come davanti alla forma assunta dal socialismo in Russia) e rallentare il passo. Ma in nessun caso può arrestarsi, né mutare direzione: il suolo brucia sotto i suoi passi, da ciascun lato della via vi sono precipizi mortali. Allora, più o meno rapidamente, si avvia verso il socialismo. Questi storici sono i marxisti e hanno avuto il favore del XIX secolo. Ma questa concezione troppo semplicistica che riduce il ruolo dell'individuo nella storia a poco o a nulla, ha fatto loro perdere il plauso del XX secolo, e la loro razza sembra attualmente in via di estinzione.
Gli storici odierni, in genere, pensano che ogni momento storico propone all'uome un'infinità di problemi dalle infinite soluzioni, delle quali forse, anzi senza dubbio, una sola è la buona, la razionale, mentre le altre sono tutte, più o meno, cattive. Tra la buona e le cattive la scelta dell'uomo dipende da una presa di coscienza più o meno corretta dei dati del problema.
Gli stessi storici ritengono, inoltre, che molti di questi problemi lo affiancano per tutta la vita senza che egli ne abbia la percezione: tra quelli che lo colpiscono sino ad essere presi in considerazione, ve ne sono di minore o maggiore importanza, di più o meno gravi, più o meno urgenti: non potendo risolverli tutti, l'uomo è obbligato a vagliarli uno per uno, secondo un ordine da determinarsi. La sola determinazione di questo ordine esige una presa di coscienza tanto corretta quanto la determinazione della scelta tra le soluzioni che si offrono. A seconda delle qualità delle sue prese di coscienza - premesso che qui si tratta di prese di coscienza collettive per problemi collettivi e che l'età mentale delle collettività è inversamente proporzionale al numero degli individui di cui è composta - di ciascun momento storico, l'uomo vede un maggiore o minore numero di problemi, e quelli che gli sfuggono non è certo che siano i più trascurabili. La sua "idea" della congiuntura alla quale è confrontato è in funzione del carattere e dei problemi che egli paventa. Poiché, infine è proprio in funzione di questa rappresentazione che egli decide il grado d'importanza e la gravità dell'impellenza di ognuno, quindi dell'ordine di priorità secondo il quale li risolverà e delle soluzioni
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che darà, le congiunture che risultano dal suo intervento negli avvenimenti possono essere le più diverse. Anche le più contraddittorie. E il senso della storia diviene una linea che avanza, arretra, gira in tondo, vira, va in tutti i sensi e può essere tutto, tranne che una linea retta.
Ricondotta ai suoi due principi fondamentali, questa teoria si presenta come segue: concede un posto preminente al ruolo dell'individuo nella storia, e afferma al tempo stesso che in tutti i momenti della sua storia, essendo egli sempre messo di fronte a congiunture che continuamente rinnovantesi l'hanno sorpreso e sorpassato, l'individuo sempre è stato condannato a interpretare quel ruolo empiricamente. Come l'apprendista stregone che interpreta il suo, e con insuccesso? Ecco tutto il problema della conoscenza e dei limiti della scienza, che ha come corollario i limiti dell'uomo nelle sue possibilità. Gli storici e in genere gli specialisti delle scienze umane sono consci dell'enorme sproporzione che esiste tra l'estrema complessità dei problemi della congiuntura di ciascun momento storico e l'immensa debolezza dei mezzi, in specie della conoscenza, di cui l'uomo dispone per risolverli. E sanno, inoltre - una delle loro rare certezze - che questa congiuntura è la risultante delle reazioni accumulate dalle precedenti generazioni, e non una creazione dell'uomo che le deve risolvere. Altra alternativa egli non ha: l'accettazione di affrontarle senza inventario preliminare o il rifiuto col suicidio; sanno insomma che egli non è responsabile della situazione nella quale si trova, né dei mezzi limitati di cui dispone per uscirne. Per gli storici e gli specialisti di scienze umane questa teoria è l'ipotesi di lavoro. Perciò nei giudizi sul comportamento dell'uomo, danno prova di molta indulgenza quando trovano a ridire su tale comportamento.
Un altro dei loro meriti, al quale non siamo insensibili, è il loro profondo cartesianesimo: come il loro maestro non accettano mai "alcuna cosa per vera" se non l'hanno conosciuta "evidentemente come tale". Diffidano quindi delle idee fatte, origine dei dogmi da essi aborriti; infatti la loro dottrina è costruita sui risultati delle personali osservazioni, elaborate da profonde e serrate analisi. Partendo dalla banale osservazione che non avendo mai avuto a disposizione tutti i mezzi di conoscenza, non può per conseguenza, avere tutti quelli della riflessione, l'uomo storico nel corso dei secoli ha svolto il suo ruolo, se non anteriormente a ogni riflessione morale, di certo avendo dedotto, il più sovente, dalle sue riflessioni, errate e incomplete conclusioni circa l'importanza dei suoi atti. Ossia, più o meno - forse più che meno - empiricamente. Gli storici ritengono che egli ha orientato la storia nei sensi più vari e che sarà così fino a quando non gli riuscirà di dominare tutti i mezzi per conoscere. Il metodo si vale del doppio vantaggio di orientare le investigazioni dell'uomo attuale verso gli orizzonti più svariati del suo destino storico aprendo davanti a lui tutte le vie che portano all'universalismo
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del pensiero, da cui viene caratterizzata ciò che noi definiamo cultura, e verso la ricerca di nuovi mezzi della conoscenza, sempre più moderni e più adeguati ai suoi bisogni. A tale metodo dobbiamo infatti la sociologia e la biosociologia, che sono, è vero, strumenti assai rudimentali poiché la prima raggiunge appena cento anni d'età, e la seconda è appena nata, ma dalle quali sembra vi sia molto da sperare, se l'uomo rimarrà orientato in questo senso.
Ma per gli storici e gli specialisti di scienze umane che hanno assunto come ipotesi di lavoro l'altra teoria, le cose stanno diversamente. Per costoro, tutto è idea ricevuta e dogma. Un solo orizzonte: la società senza classi verso la quale evolvono fatalmente gli uomini; gli altri irrimediabilmente sbarrati. Un solo ruolo assegnato all'uomo storico: premere più o meno fortemente, o affatto, su quell'acceleratore detto "lotta di classe" per arrivare, come ho detto, più o meno rapidamente, e nonostante tutto, alla società senza classi. Tutti gli stadi intermedi, considerati senza importanza, più o meno ignorati.
Su tutto questo, altri dogmi sono stati più o meno artificialmente innestati: la missione storica del proletariato, la dialettica nella sua accezione più oltraggiosamente sofisticata, il materialismo storico, la coscienza di classe, ecc.
Verità decretate, tuite, dal 1840 al 1850, senza riferimento o quasi alla realtà, poiché essendo la filosofia positiva ancora in fasce, la sociologia, e a più forte ragione la biosociologia, che da lei derivano, non erano ancora nate. Quindi verità rivelate, e già sorpassate dalla storia. Un metodo infantile: Hegel dixit, Marx dixit, Lenin dixit, Stalin dixit, Roosevelt o Ben Gurion dixit... I profeti non si verificano. Il guaio è che questa gente non si accorge che non siamo più ai tempi di Hegel, di Marx, e che dopo di loro, molta acqua è passata sotto i ponti di tutti i fiumi del mondo: che nelle società civile le classi sociali stanno per scomparire, dissolte in un'infinità di categorie assai prossime le une alle altre, comunque meno opposte tra di loro di quanto non lo fossero le classi, e di conseguenza invitano l'uomo attuale a premere su un acceleratore che non esiste più, e un proletariato quasi puramente ipotetico a compiere una missione storica. Assomigliano stranamente a quei militari dei quali si dice che nelle loro tecniche sono sempre in ritardo di una guerra: loro, sono in ritardo di un'epoca o di un momento storico.
Raul Hilberg, poi, è in ritardo di parecchi momenti storici: sta ancora compitando: Luther dixit. Nel 1963! Non invento nulla: nella introduzione di: The destruction of the european jews, in sostanza, spiega, nel modo più incredibilmente serio, che il nazionalsocialismo discendeva in linea diretta dall'antisemitismo medievale dei tedeschi, dal loro cattolicesimo e da Lutero. Sono indispensabili molte osservazioni:
1) Lutero non era antisemita, ma antiebreo. Il che è molto differente. Infatti secondo gli storici vi furono otto popoli semi-
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tici (Assiri, Caldei, Fenici, Ebrei, Samaritani, Siriaci, Arabi, Etiopi) de quali almeno tre esistono ancora oggi (Arabi, Ebrei o Giudei, Etiopi) e il cattolicesimo medioevale e Lutero erano ostili soltanto agli ebrei.
2) Questo anti-giudaismo verteva unicamente sulla religione. Entrambi universalisti, la Chiesa romana dell'epoca e Lutero erano convinti che, eccezione fatta per gli ebrei, tutti i popoli della Terra erano permeabili alle seduzioni del loro sistema di propaganda della Fede. Niente altro.
3) Tutto il Medio-Evo è stato religiosamente anti-giudaico, con uguale intensità ovunque. Nei paesi dove il luteranesimo è rimasto identico a quello dei tempi di Lutero, come l'Olanda; in altri come la Spagna e l'Ungheria dove la Chiesa romana è restata quale era nel Medio-Evo, i sentimenti anti-ebrei si sono considerevolmente attenuati nel corso degli ultimi secoli e nessuno dei tre paesi è stato teatro d'un fenomeno simile al nazionalsocialismo. Ma v'è di più: ai nostri giorni, le Chiese, luterana come romana, in Germania, sono le più accessibili ai problemi della scienza!
4. Il nazionalsocialismo era sì, antisemita ma lo era in forza del suo razzismo. Manteneva, infatti, ad esempio, le migliori relazioni con gli Arabi. Avrebbe mantenuti i migliori rapporti anche con gli ebrei se questi ultimi non avessero avanzato la pretesa di vivere come popolo distinto - per di più, eletto! - nella stessa Germania; se gli arabi avessero avuto la stessa arroganza, i loro rapporti coi tedeschi non sarebbero certo stati pacifici. L'atteggiamento del nazionalismo su questo punto era ben definito: da un lato, dottrinalmente, dalla sua concezione della nozione di popolo (su un suolo determinato, una sola razza protetta contro il meticciato); dall'altro, dal movimento sionista internazionale al quale esso attribuiva un ruolo decisivo nello scatenamento della prima guerra mondiale (per ottenere la Palestina, affermava il nazionalsocialismo), come pure per le decisioni prese a Versailles (che riservavano tutte le possibilità al popolo ebreo di ottenere anche il Medio-Oriente, dopo aver ottenuta la Palestina, appoggiandosi al bolscevismo, sempre per i nazisti).
E' per queste ragioni che il Nazismo, dal suo primo formarsi, accusò gli ebrei di essere responsabili di tutte le sciagure della Germania, dopo Versailles. Quando ebbe il potere, non cessò dall'accusarli di tentare di provocare una seconda guerra mondiale, di essere in permanente collusione col bolscevismo, sperando di riuscirvi, e annientare la Germania, meritandosi l'aiuto del bolscevismo nel Medio-Oriente.
Tali sono gli argomenti fondamentali della politica del nazismo nei confronti degli ebrei. Antisemitismo? Sarebbe dire troppo e troppo poco. La definizione esatta è: razzismo. Tali ragioni, in nessun modo, hanno qualche parentela, per filiazione o per associazione, con l'antigiudaismo della Chiesa romana del Medio
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Evo o con Lutero e si resta alquanto imbarazzati di doverlo, se non insegnare, certo, ricordare a un professore americano debitamente fornito della pergamena di laurea in scienze politiche, e secondo le apparenze, solidamente accreditato. In effetti, dopo il 1933 - Raul Hilberg era un monello - e specialmente dopo il 1945 - Hilberg usciva appena dall'adolescenza - moltissimi giornali hanno spiegato all'opinione pubblica come il nazismo affondasse le sue radici giù, fino al cattolicesimo romano medioevale e fino a Lutero, quindi come il suo antisemitismo e razzismo fossero una tradizione molto tedesca, sostanzialmente tedesca. Raul Hilberg, uomo dalle idee fatte e dai dogmi per eccellenza, ha tutto accettato senza sentire il dovere di verificare. Il suo caso, non è Luther dixit, ma Vox populi dixit. Assai grave, per un universitario. Se si pensa che per essere bene informato gli sarebbe bastato leggere: Das Weltbild des Judentums: Grundlagen des Antisemitismus dell'austriaco Bruno Amman (Vienna 1939) oppure: Warum-woher- Aber Wohin del tedesco Hans Grimm (Lippoldsberg 1954). I quali benché scritti, il primo da un partigiano, l'altro da uno spirito indipendente ma che ebbe sotto il nazismo solide amicizie nelle alte sfere del Partito e del Governo, sono i due studi più seri perché i più documentati sulle origini del razzismo nazionalsocialista e sulle soluzioni che questi intendeva dare al problema ebraico. Ma Raul Hilberg, come tutti i suoi simili, non pensa che per essere correttamente informati è indispensabile leggere qualcosa di diverso da quello che proviene dai profeti e dai loro amici politici.
Una volta presi in questo ingranaggio, non vi è altra sollecitudine che quella di dimostrare che i profeti e gli amici politici hanno ragione.
Si procede così di errore in errore, poiché tutto si concatena. Esempio: avendo un'idea falsa delle origini del razzismo nazionalsocialista, Raul Hilberg non poteva avere un'idea esatta della sua autentica figura storica. Così, egli pone come principio che Hitler aveva deciso di sterminare gli ebrei: Chaim Weizmann e Ben Gurion dixerunt... Per sostenere questa sua tesi egli cita (p. 257) unpassaggio del celebre discorso pronunciato il 30-1-1939 davanti al Reichstag:

"Oggi mi occorre di essere una volta ancora profeta: se il Giudaismo internazionale finanziario all'interno e all'esterno dell'Europa dovesse riuscire ancora una volta a precipitare le nazioni in un'altra guerra mondiale, la conseguenza non sarebbe la bolscevizzazione della terra, e quindi la vittoria del Giudaismo, ma l'annientamento della razza ebraica in Europa."

Mi si è già presentata l'occasione di far rilevare (a proposito del documento Hossbach) che gli argomenti minacciosi di questo genere abbondano nella letteratura degli uomini di stato di tutto il mondo. Gli storici li considerano, generalmente, come una sopravvivenza della sfida che si lanciavano a vicenda gli eroi
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antichi, e non attribuiscono loro alcun significato. Tra le due guerre, gli uomini di stato russi ne hanno profferite a profusione contro il capitalismo e, dopo l'ultima guerra, alla sessione dell'ONU del 1960, mi si scuserà se mi ripeto, Kruscev, battendo con la scarpa sul banco, ha ancora lanciato, parola per parola, la stessa minaccia a.gli americani. Solo una volta, a Norimberga, il passo del discorso del 30-1-1939 è stato menzionato (T. III, p. 527), ma senza attribuirvi importanza e non figura nella requisitoria. A torto, ritiene senza dubbio, Raul Hilberg e insiste pesantemente, citando (p. 266) a titolo di conferma di questa decisione di sterminio, un altro passo di un discorso pronunciato da Hitler allo Sport- Palace, il 30 settembre 1942:

"At one time, the Jews of Germany laughed about my prophecies. I do not know whether they are still laughing or whether they have already lost all desire to laugh. But right now I can only repeat: they will stop laughing everywhere, and I shall be right also in that prophecy."
(Unanimi gli ebrei tedeschi hanno riso delle mie profezie. Non so se stanno ancora ridendo o se hanno già perduto ogni desiderio di ridere. Ma proprio ora posso solo ripetere: essi cesseranno di ridere ovunque e non mi sbaglierò nemmeno in questa profezia.)

Non solo non è stato recuperato a Norimberga questo passo, ma non è nemmeno stato menzionato! Il che non è serio, ed eccone la prova: il 30 gennaio 1939, il concentramento degli ebrei nei campi non era ancora cominciato (secondo lo storico ebreo Til Jarman vi erano solamente sei campi di concentramento in Germania, all'inizio della seconda guerra mondiale, che complessivamente contenevano 21.300 internati, dei quali 3.000 ebrei: The Rise and Fall of Nazi Germany, N. York 1956), e al 30 settembre 1942 il concentramento degli ebrei che era avvenuto solo in Polonia (1940- 41) cominciava appena (marzo 1942) in rapporto all'Europa occupata dalle truppe tedesche.
Raul Hilberg deve aver previsto la critica, perché in circa 700 pagine espone un piano sistematico in 4 tappe, solamente l'ultima delle quali era lo sterminio. Le 3 precedenti si susseguivano in questo ordine: Definizione dell'ebreo, espropriazione e concentramento (certo in vista dello sterminio, affinché tutto riuscisse più facile). Raul Hilberg, allora, ci potrebbe rispondere che, per portare a termine un'impresa di quella ampiezza, occorre tempo e nel 1942 non si poteva essere molto avanti in questo lavoro, ma ciò non impedisce che fosse previsto. Non si riesce bene a capire quali siano i fondamenti sui quali Raul Hilberg basi questa convinzione: non produce nessun documento che corrobori questo piano, il quale, in ogni caso, suppone che in piena pace era necessario molto più tempo (1933- 1939), per determinare e espropriare circa 600.000 (?) ebrei (totale per la Germania nel 1933 + l'Austria a partire dal 1938 + la Cecoslovacchia 1939) che i tedeschi con
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trollavano durante questo periodo, che per trasportarne e sterminarne 6.000.000, in piena guerra (1942-1944). Ma non meno sorprendente è il fatto di averci detto (p. 177) che le intenzioni del Nazismo erano di sterminare gli ebrei secondo un piano metodico, e di affermare poi (pp. 257-258) che "Hitler fu esitante circa la politica di sterminio, fino a quando non fu convinto che non gli restava altra scelta. Dal 1938 al 1940 egli ha compiuto gli sforzi più straordinari per l'attuazione di un vasto piano di emigrazione". A proposito, poi, della serietà di Raul Hilberg: in un altro punto del suo libro (p. 256) ha la pretesa di dimostrare che 1,4 milione di ebrei sono stati eliminati dai Gruppi Speciali, ma dopo aver utilizzati tutti i suoi mezzi di prova: (C. R. dei capi di queste unità; testimonianze delle vittime superstiti...) gli mancano sempre 500.000 cadaveri per ottenere il suo totale; e allora tranquillamente ne aggiunge di autorità 250.000 per "omissione", e altri 250.000 per "lacune nelle nostre fonti". Francamente non credo che nel genere hurluberlu sia possibile escogitare qualcosa di molto meglio.
D'altra parte, oggi si è fatta luce su tutti questi ordini di sterminio impartiti da Hitler, che nel libro di Raul Hilberg ogni cinquanta o cento pagine si ripetono, a proposito e a sproposito, come pure sui piani metodici che ne derivano; come già ebbi a dire, Raul Hilberg, nel 1961, era in ritardo di una scoperta storica: infatti in La terra ritrovata (Parigi) del dicembre 1960, il dr. Kubovy, direttore del Centro mondiale di documentazione ebraica contemporanea di Tel Aviv, ha convenuto che non esisteva nessun ordine di sterminio decretato da Hitler, Himmler, Heydrich, Goering, ecc...
Se dovessimo scendere ai particolari, non finiremmo di citare le iniziative di forzatura dei fatti di cui Raul Hilberg si è reso colpevole: la sua presentazione della Kristallnacht (9-10 novembre 1938) a proposito della quale l'accusa da lui lanciata alle autorità del III Reich di esserne responsabili si basa su alcuni telegrammi del commissario di polizia o dei dirigenti della NSDAP, datati, tutti, al 10 novembre 1938 e provenienti da gente minuta (pp. 19 e 655); i Gruppi Speciali che egli mostra in azione in Polonia nel 1939, mentre è noto che furono creati soltanto nel maggio 1941 (Ohlendorff - Nur. 3-1-46, T. V, p. 322); la sua interpretazione della parola tedesca "Judenfrei", che, applicata a un territorio conquistato, non significa più di quello che intende indicare: "senza ebrei", a motivo del trasferimento di questi nei campi, ma che per lui è invece equivalente di paesi liberi da ebrei in seguito al loro avvenuto "sterminio"; le altre sue forzature di documenti come il Protocollo di Wannsee, nel quale l'espressione "weitere Lösungsmöglichkeit = new solution possibility" (nuova possibilità di soluzione) viene da lui tradotta (p. 264) "further solution possibility" (possibilità di ulteriore soluzione); gli ebreì che fa morire due volte, come quelli di
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Simferopol "liberata da 10.000 ebrei che vi vivevano nel dicembre 1941" affinché "l'esercito possa passare un Natale tranquillo" (p. 192), poi "sterminati nel febbraio 1942" (p. 245); tutti quegli ebrei di cui dice (p. 192) che "sulla via da Smolensk a Mosca e in molte città i Sovietici avevano completamente evacuato la popolazione ebraica" (dietro l'Ural da dove essi partirono coi loro mezzi verso l'Est fino a Hong-Kong, o verso il Sud in Turchia e nel Medio-Oriente per avvicinarsi alla Palestina, non potendovi arrivare) i 10.000 di Chernigor, ridottisi poi a 300 all'arrivo dei tedeschi (ibid.), i 100.000 di Dniepropetrovsk, ridotti a 30.000 (ibid.); quelli di Mariupol e di Taganrog evacuati dai Sovietici fino all'ultimo uomo (ibid.), in tutto 1.500.000 di persone (p. 190) che non sembra siano state dedotte dalla statistica generale delle perdite totali ebraiche, poiché non sarebbe possibile ottenere un totale di 5.419.500 (p. 670) o anche solamente 5.100.000 (p. 767); grossolani errori di calcolo come questo: 3.350.000 ebrei dati come vivi in Polonia nel 1939 (p. 670), 3.000.000 di morti nel 1945 (767) ma solamente 50.000 superstiti (670) ecc...
A che scopo insistere? Credo di avere dato un'idea abbastanza completa del metodo e dei meschini procedimenti di Raul Hilberg, perché il lettore abbia potuto farsi un'esatta opinione; e ritengo sia giunto il momento di parlargli dei testimoni, delle testimonianze e dei documenti.

Note

(5) Direttrice delle ricerche.
(6) Direttrice amministrativa.


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Paul RASSINIER, Il Dramma degli ebrei, Edizioni Europa, Roma, 1967.
Edizione francese:
Le Drame des juifs européens, Paris, 1964, Sept Couleurs; rééd.: Paris, La Vielle Taupe, 1984.




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