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Pierre Guillaume


DELLA MISERIA INTELLETTUALE IN FRANCIA

in ambiente universitario e specialmente
nella corporazione degli storici


Jean-Claude Pressac, preteso demolitore
del revisionismo olocaustico


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Premessa

Come dappertutto, anche da noi del libro di J.-C. Pressac, nel momento in cui ne usciva l'edizione italiana, si è parlato (adesso se ne parla molto meno dovunque, e pour cause...) come del lavoro che assestava un colpo mortale al revisionismo dopo averlo sfidato su quel medesimo terreno su cui esso aveva osato accamparsi: il terreno della possibilità materiale -- dal revisionismo negata attraverso un articolato esame condotto sia sul piano storico sia su quello tecnico -- che milioni di esseri umani venissero soppressi in quei giganteschi mattatoi chimici (Faurisson) -- le camere a gas -- intorno ai quali è stato costruito il mito dello sterminio di ebrei, zingari e slavi ad opera della Germania nazista. Va osservato che già questa maniera di presentare la cosa implicava un sostanziale disconoscimento della ricchezza tematica propria alla critica revisionistica. Questa, infatti, non si è cimentata soltanto con la questione dei presupposti tecnologici e delle modalità operative delle asserite gassazioni di massa. Ha investito altresì la questione, direttamente connessa alla prima, delle predisposizioni logistiche in assenza delle quali appare, non appena vi si pensi, del tutto inimmaginabile un'impresa di liquidazione fisica di dimensioni anche assai più limitate di quella che, grazie a decenni di multiforme imbonimento, per una porzione cospicua dell'umanità si è trasformata in un vero e proprio articolo di fede. E si è estesa anche ad altri problemi. Tra tutti, a nostro modo di vedere, primeggia, a parità di importanza con la vexata quaestio delle camere a gas, quello della effettiva consistenza demografica dell'ebraismo postolocaustico. È, questo, un tema veramente fondamentale per ogni seria indagine intesa ad accertare -- a fronte di una realtà non ancora ben conosciuta, che durante tutto questo secolo, e soprattutto dagli anni Venti alla fine degli anni Quaranta, ha comportato, sotto l'ininterrotta azione erosiva esercitata dalle correnti migratorie dirette verso il continente americano, la dissoluzione dei massicci contingenti di popolazione ebraica stanziati da secoli e secoli nell'Europa orientale -- l'entità delle perdite umane collegabili alla persecuzione hitleriana. Lo studio che W. N. Sanning ha consacrato a questo basilare ed affascinante problema (del quale si era già occupato, pioniere anche in ciò, Rassinier) è soggiaciuto ad una confutazione del cui rigore logico e della cui pertinenza giudicherà il lettore quando sappia che essa ha preso la forma dell'incendio che il 4 luglio 1978 venne appiccato alla sede dell'Institut of Historical Review di Torrance, California, incendio in cui perì parte della tiratura del libro, oltre che la biblioteca e l'archivio dell'istituto. È vero che di un procedimento confutatorio in cui le sostanze comburenti hanno un ruolo così decisivo si può affermare senza temere smentite che si inscrive in una lunga e, a modo suo, illustre tradizione, il che non manca di suscitare riflessioni che lasciamo al lettore. Ciò che qui importa, tuttavia, è la circostanza che oggi siamo al punto che la perplessità, ad esempio, sulla pregnanza argomentativa dell'impiego di quelle sostanze basta ad integrare, agli occhi di taluno, un atteggiamento così inequivocabilmente sofistico e pretestuoso da trasmettergli la certezza morale che chi lo assume deve appartenere -- non si scappa!-- all'internazionale nera, quand'anche questo chi sia un vecchio marxista orgoglioso di essere tuttora tale, com'è il caso sia del curatore del presente volumetto sia dei componenti la casa editrice che lo pubblica.

Ora, se Pressac avesse fatto toccar con mano che la documentazione di cui si è valso prova la storicità del genocidio e la sua attuabilità mediante gli impianti di Auschwitz, la partita la si potrebbe considerare chiusa à jamais e il discorso, allora, potrebbe anche restringersi -- dato pure che valesse la pena di farne uno -- a quello sui revisionisti», secondo la nota pretesa di un tizio il cui nome si è costretti, in tutta questa vicenda, a fare troppe volte per non tacerlo là dove lo si può tacere. Ma ha forse, Pressac, non diremo fatto toccar con mano, diremo invece dimostrato anche solo alla lontana la non-infondatezza della vulgata olocaustica?

Ci si metta nei panni di un lettore che nulla conosce, in concreto, della critica revisionistica, posto che le sue fonti di (dis)in-formazione sono le cacatine di mosca depositate dal tizio anzidetto, antichista reputato, del quale le cronache d'Oltralpe registrano le frequenti palinodie sulle più varie questioni (compresa la guerra del Golfo, che lo vide, ovviamente, schierato con Bush: come i Bocca e i Pannella e i Bobbio e i Galante Garrone e i Leo Valiani e i Vittorio Foa nostrani), e la prosa di qualche giornalista che accenna fugacemente, con aria saputa, a cose delle quali non si è curato di informarsi (e che, del resto, se informato e desideroso di scrivere sull'argomento con un certo rispetto della verità vedrebbe i suoi articoli finire inesorabilmente nel cestino).Ci si metta nei panni di questo lettore di Pressac, di questo lettore, e non del lettore a giorno dei cento o mille problemi sollevati -- e risolti! -- dal revisionismo: arriva all'ultima pagina del libro e avverte qualcosa che assomiglia ad un malessere. Gli si può dar torto?

Il libro -- che nell'edizione italiana lo ha indotto, con il suo titolo, a pensare di aver tra le mani una monografia sulle camere a gas, laddove l'edizione originale non lascia dubbi sul suo oggetto, i forni crematori di Auschwitz, della costruzione quali si vuole mostrare, ma incorrendo in un completo fallimento, l'ulteriore adattamento a camera a gas -- gli propone, del luogo assurto a simbolo dell'asserito genocidio, questa nozione: da una parte, una strage che, quantunque drasticamente ridimensionata, resta (resterebbe) pur sempre di proporzioni apocalittiche; dall'altra parte, le camere a gas, ossia lo strumento principale della perpetrazione di questa strage, degradate ad inafferrabile prodotto di una sinistra attività di bricolage, e come tali bisognose -- con notevolissima riduzione della loro efficienza -- di incessanti rabberciamenti: e questo sarebbe stato il punto di approdo di una decantata scientificità omicida. Il farmacista della banlieue parigina, smontato che sia pezzo per pezzo il suo castello di deduzioni e illazioni gratuite, offre al pubblico capace di riflettere l'esempio di ciò che è regolarmente capitato agli sterminazionisti quando hanno preteso di confutare il revisionismo in sede di analisi dei dati (documenti, testimonianze, tecnica, demografia): gli sciagurati si sono dedicati ad esercizi di contorsionismo così complicati che si sono ridotti con le gambe intorno al collo, le braccia rientrate nelle spalle e la testa all'altezza dell'ultima vertebra dorsale. Portateli via così come sono sulle vostre barelle, perché non saranno in grado di snodarsi da soli.» (G. Bernanos).

C'è una morale in tutta questa faccenda: il mito, se si vuole che viva, lo si deve affermare, alimentare, propagare, radicare nei riflessi condizionati del buon popolo; il giorno in cui ci si avventura a volerlo dimostrare, è finita. Durerà ancora, certo, ma è avviato al tramonto. Già oggi gli storici più ortodossi sono cauti. Pensano che andare al di là della più generica evocazione dello sterminio e delle camere a gas sia affare degli specialisti. Ora più che in passato le note a piè di pagina hanno il senso di una discreta, ma decisa, separazione delle rispettive responsabilità. Durerà ancora, il mito; con danno di ebrei e non-ebrei e a tutto vantaggio dello Stato sionista -- di esso, e non, s'intende, della generalità dei suoi cittadini, che il sionismo chiude, loro e gli ebrei tutti, in un ghetto psicologico e morale. Durerà ancora: a patto che chi ne denuncia la natura sia messo a tacere. ARassinier resero la vita difficile; lo stesso, e peggio, hanno fatto a Faurisson, e in più hanno tentato di toglierlo dalle spese. Contro François Duprat il tentativo è riuscito. Michel Caignet è orribilmente sfigurato, e il suo vetrioleggiatore se ne va a spasso per l'unico paese democratico del Medio Oriente, dopo che le autorità francesi fecero tutto il necessario per lasciarselo scappare. Nella terra dei diritti dell'uomo e del cittadino il saggio di cui diamo la versione italiana e che è opera del coraggioso editore della Vieille Taupe circola come samizdat: a vietargli di venire alla luce è una legge assurda e scellerata che, mirando a sottrarre la cosiddetta Shoa, e, guarda caso, solo essa tra tutti i fatti, o presumati tali, della storia universale, all'esercizio della critica storica, mette il bavaglio ai revisionisti; una legge che per colmo d'ipocrisia continuano a chiamare loi sur la liberté de la presse. Attenzione! Uno sconcio del genere c'è chi briga per introdurlo anche qui.

Cesare Saletta

Le note con * sono del curatore; dell'autore le note in fine al testo.

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Jean-Claude PRESSAC, Les Crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, CNRS Éd. , Paris, 1993, 156 pp., 60 ill. [Ed. ital. : Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, postfazione di Serge Klarsfeld, trad. di Mino Chamla, Feltrinelli, ottobre 1994 ("Saggi")] [* Nostra la traduzione dei passi del libro del Pressac citati da Guillaume].

Di rado un libro avrà beneficiato fin dalla sua comparsa di una tale accoglienza mediatica e di recensioni così unanimemente elogiative. Ha aperto il fuoco L'Express» (23 sett. ), seguito da Libération» (24 sett. ), da Le Monde» (26 sett. ), da Le Nouvel Observateur» (30 sett. ), da Témoignage Chrétien» (9 ott. ), da L'Événement du Jeudi» (14 ott. ) e probabilmente da qualche altro. Libération» torna sull'argomento il 21 ottobre e Le Monde» il 23 in una lettera del professor Jacques Bariéty. Nello stesso tempo l'autore veniva invitato a Ex libris, su TF1, da Poivre d'Arvor e da Elkabach su France-Inter.

Il motivo di questa agitazione? È Témoignage Chrétien» che lo formula più sinteticamente: Le tesi negazioniste sono annientate».

Che i giornalisti non leggano i libri che commentano è risaputo. Che trattino un argomento copiandosi l'un l'altro e preoccupandosi innanzitutto di ciò che ha voglia di sentire chi li impiega, anche questo è estremamente risaputo. Quello che lo è di meno è che questa volta la massa di menzogne, di errori e di sciocchezze che essi hanno imbandita è stata fornita loro direttamente da alcuni universitari perfettamente omologati, come François Bédarida, che ci si presenta ne L'Express» come Direttore di ricerca al CNRS [Centre National de la Recherche Scientifique] e segretario generale del Comitato internazionale delle scienze storiche. Autore de La politique nazie d'extermination (Albin Michel)», e Denis Peschansky, Incaricato di ricerca al CNRS, Institut d'histoire du temps présent».

Il libro è apparso in una collana, Histoire du XXe siècle», che è diretta da Peschansky. Il comitato scientifico è formato da Bédarida, Serge Bernstein, Françoise Cribier, Serge Ingerflom, Jean-François Sirinelli e Jean Steingers [sic] (questo, almeno, è ciò che figura a pag. VI dell'esemplare con dedica che l'autore mi ha inviato, ma, assunte le informazioni del caso, bisogna leggere Jean Stengers, professore all'Université Libre di Bruxelles, il cui nome olandese era stato germanizzato, come quelli degli ebrei tedeschi e dei tedeschi ebrei, nella prima tiratura del libro, errore rettificato nelle tirature successive).

Bédarida, che sembra proprio essere l'architetto e il garante intellettuale di tutta l'operazione, nel suo articolo de L'Express» fornisce la totalità delle menzogne che connoteranno il susseguente sfruttamento mediatico dell'evento. Sotto il titolo Un'acquisizione ineludibile», egli comincia coll'annunciare che il libro di Pressac è Definitivamente incontestabile». La didascalia dell'illustrazione -- la riproduzione della copertina in formato ridotto -- conferma: Un lavoro terrificante e senza replica».


Sediamoci un momento per terra... Prendiamoci la testa tra le mani... e domandiamoci: cosa significa Un lavoro senza replica»? È un incantesimo! Bédarida prende i propri desideri per realtà! E i suoi desideri sono rivelatori di un miraggio delirante e totalitario... Nel mondo reale degli uomini reali una tesi definitivamente incontestabile, un lavoro senza replica, tutto ciò non esiste e, soprattutto, tutto ciò non ha nessun senso.

In ogni caso, bisognerebbe pur sempre aspettare di vedere quello che eventualmente i revisionisti avessero da replicare. Ma, a tale riguardo, il signor Bédarida -- questo è vero -- non rischia molto. Anche se i revisionisti pretendessero di replicare, il pubblico di Bédarida non corre il rischio di esserne informato. Ogni contestazione del dogma a mezzo stampa è passibile di una pena che può giungere fino a un anno di reclusione e a 300. 000 franchi di ammenda, ai quali eventualmente si aggiungono i risarcimenti per danni e gli interessi richiesti dalle associazioni costituitesi parti civili. Non v'è, dunque, pericolo di veder pubblicata dai grandi media la minima replica. E, nella società dello spettacolo e del cittadino televisionario, ciò che non esiste nel mondo dello spettacolo non esiste affatto.

E tuttavia esistono, queste contestazioni e queste repliche. Sono state, perfino, eccezionalmente rapide, dato che una lettera del professor Faurisson intitolata Su Auschwitz: un altro scoop bidone» e datata 23 settembre 1993 replicava il giorno stesso in cui usciva L'Express». Ed era seguita da una seconda lettera in data 30 settembre intitolata "Libération", "Le Monde" e "Le Nouvel Observateur" su Les Crématoires d'Auschwitz, di Jean-Claude Pressac». D'altro canto, nel n. 8 de La Gazette du Golfe & des Banlieues», novembre '93, Serge Thion pubblicava una recensione che a mio avviso costituisce una confutazione esaustiva del libro; egli la intitolava Storia della notte o della nebbia?» Queste lettere e questo bollettino confidenziale, non essendo diffusi se non in una cerchia ristretta di amici, non sono soggetti ai colpi della legge sulla stampa, ma, al tempo stesso, non rischiano di raggiungere il grande pubblico, per il quale il libro di Pressac ha effettivamente tutte le probabilità di rimanere senza replica», cioè senza repliche mediatiche.

In queste condizioni, le spacconate di messer Bédarida puzzano d'infamia. E lo studio del comportamento dell'insieme dei "mediatici" sarà di competenza di una nuova disciplina ancora da creare: l'infamologia.

 

Il lavoro compiuto da Jean-Claude Pressac» sarebbe stato, secondo Bédarida, reso possibile dall'apertura degli archivi di Mosca». Questa versione permette di ammannire al pubblico un'idea semplice ed efficace: negli archivi moscoviti, sempre un po' misteriosi e solforosi, si sarebbe scoperto di che confutare gli argomenti revisionistici. Uff!

E nessuno che si meravigli del fatto che si sarebbe dovuta aspettare l'apertura di questi archivi per scoprire finalmente dei documenti che recherebbero la prova di ciò che la legge 13 luglio 1990 fa obbligo ad ogni cittadino di credere... E nessuno che si interroghi sul valore delle prove che ci erano state proposte finora...

Ma questa versione è una menzogna.

Pressac è autore di un enorme libro di 564 pagine nel formato 30/45, dal titolo Auschwitz: tecnica e funzionamento delle camere a gas. Questo libro, scritto in francese, non è stato pubblicato in Francia. È stato tradotto in inglese ed è stato pubblicato a New York dalla Beate Klarsfeld Foundation nel novembre del 1989! Per l'essenziale consiste in documenti tratti dagli archivi del museo di Auschwitz e commentati molto succintamente. Tenuto conto dei tempi di traduzione, di correzione e di stampa, era stato redatto assai prima che Pressac avesse accesso agli archivi di Mosca, e finanche prima che questi archivi diventassero accessibili. Ora, le novantasei pagine di testo (non contando le illustrazioni e gli annessi) in cui consiste il nuovo libro di Pressac sono una sintesi dei commenti del libro antecedente. La documentazione proveniente da Mosca non modifica in nulla la tesi generale. Tutti quelli che hanno preso conoscenza del libro in inglese Auschwitz: Technique and operation of gas chambers possono constatare che il nuovo libro non porta alcunché di nuovo e che l'argomento degli archivi di Mosca non è altro che un argomento mediatico per attirare il cliente.

Neanche i libri dei morti, i famosi Sterbenbücher, costituiscono una rivelazione per i revisionisti, dato che quattro volumi si trovano al museo di Auschwitz, ed è stato l'accanimento del professor Faurisson che ha costretto Charls Biedermann, direttore dell'ITS (International Tracing Service) di Arolsen, a rivelare, nella sua testimonianza del 9, 10,11 e 12 febbraio 1988 al processo contro Ernst Zündel a Toronto, in Canada, l'esistenza a Mosca di una quarantina di volumi complementari, rivelazione che è all'origine dell'improvviso interesse per i libri dei morti.

Sono dunque i revisionisti, e specificamente il professor Faurisson, ad essere all'origine della rivelazione al pubblico dell'esistenza di questi documenti. Ed è andando a consultare questi documenti -- cosa che non è consentita ai revisionisti -- che si scoprì che gli Sterbenbücher riposavano in un immenso fondo di carte. Ora, fin qui questo immenso fondo di carte non ha dato nulla di abbastanza nuovo da imporre di riconsiderare le conclusioni tratte dalla frazione delle carte di Auschwitz che già era nota.

Confessare prosaicamente questo avrebbe condotto Bédari-da ad ammettere che il libro da lui inforcato come nuovo cavallo di battaglia contro il revisionismo, nella misura in cui, per l'essenziale, riprendeva la tesi sostenuta nel libro antecedente, non che essere senza replica, aveva, al contrario, la particolarità di essere stato preceduto dalla replica di Faurisson. Questa replica la si troverà nel n. 3 della Revue d'Histoire révisionniste», apparso nel gennaio del '91, ossia ben prima del libro francese di Pressac! Soltanto il controllo dei media, che censurano ogni replica dei revisionisti, rende possibili le bugie impudenti di Bédarida.

 

(In più rispetto al momento della prima stesura di queste pagine, esiste ora una replica del tutto specifica del principale interessato, il professor Faurisson, al libro di Pressac. Réponse à Jean-Claude Pressac è un libretto di 96 pagine e può essere chiesto, contro versamento di 80 franchi, a RHR, Boîte postale 122, F-92704 Colombes Cedex, Francia. Quest'opera, pubblicata nel gennaio del '94, ha procurato all'autore una citazione a comparire davanti al tribunale di Parigi, ai sensi della legge Gayssot. Il tribunale ha fissato l'udienza al 9 maggio 1995. Il professor Faurisson rischia dunque di venir condannato per una replica di cui Bédarida pretende che non esista e che non possa esistere! Questa messa in stato di accusa indica fino a qual punto i censori temano ogni dibattito e fino a qual punto siano ridotti a curare le apparenze. Le dichiarazioni dei Bédarida, Vidal-Naquet e altri grandi inquisitori non sono che spacconate di tartarini che si riparano dietro la censura di Stato e la complicità dei media. ) [* Questa volta la magistratura non se la è sentita di adoperare la mano pesante, e ciò si spiega con il fatto che Pressac, già coperto di ridicolo da Faurisson nel corso del contraddittorio, si è poi rivelato incapace di rispondere alle domande elementari rivoltegli dalla presidente. Faurisson è stato, sì, condannato, ma solo ad un'ammenda (15. 000 franchi) e a risarcire nella misura di un franco i danni morali di cui lo si è ritenuto responsabile nei confronti delle associazioni di deportati che si erano costituite parti civili. La ghenga dei professionisti della memoria mitolocaustica ha accolto questa sentenza singolarmente mite con il malumore che si può facilmente immaginare.]

 

Questa edizione americana del libro di Pressac, non rientrava nella strategiadella coppia Klarsfeld di diffonderla largamente, e soprattutto non in Francia, dove il libro sarebbe immediatamente caduto sotto il fuoco della critica revisionistica e dove dalla documentazione in esso contenuta avrebbe tratto alimento questa stessa critica. Nella strategia dei Klarsfeld questo libro era solo destinato ad accreditare l'idea che anche gli sterminazionisti disponessero sia di una documentazione e di un'argomentazione basate su elementi materiali, sia di esperti in dettagli. A questo fine era sufficiente che il libro esistesse in "prestigiose" biblioteche di "prestigiose" istituzioni ebraiche. Non era necessario che venisse letto, né era desiderabile che venisse diffuso altrimenti che come oggetto di culto. L'edizione americana di Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers era sufficiente perché la voce circolasse e venisse divulgata da tutte le autorità responsabili: "L'opus magnum esiste, esso contiene la prova della camera e l'inconfutabile confutazione delle tesi revisionistiche". Non era augurabile che l'indicibile Verità venisse profanata col comunicarla al volgo.

La faccenda procedeva bene, perché Bédarida stesso, in occasione di una conferenza organizzata alla Normale Superiore per protestare contro l'apertura al 12 della rue d'Ulm della libreria (oggi sparita) La Vieille Taupe, aveva annunciato la buona novella -- la confutazione definitiva ed esaustiva delle tesi revisionistiche ad opera di Pressac -- quando ancora non aveva letto il libro! Cercava ancora di procurarselo presso l'autore più di una settimana dopo che ne aveva fatto l'argomento supremo della sua conferenza! e prima di apprendere con stupore che il libro mirabolante faceva mostra di sé nel bel mezzo della vetrina de La Vieille Taupe, l'abominevole libreria!

 

Come e perché Pressac ha dovuto abbandonare il carro dei coniugi Klarsfeld e passare sotto la frusta di Bédarida e del CNRS per proseguire la sua carriera? Perché di punto in bianco Klarsfeld si è messo a diffidare del suo puntello? Klarsfeld ha rifiutato di dare la propria garanzia allo sfondamento a ritroso del muro di un milione di vittime ad Auschwitz, quando la cifra di ottocentomila -- cifra, del resto, tanto poco fondata quanto le cifre superiori avallate in precedenza -- era stata già lanciata or sono più di trent'anni da Gerald Reitlinger, autore sterminazionista ortodosso che aveva osato qualche rettifica di dettaglio alla versione ammessa e che aveva suggerito di lasciar perdere alcuni documenti troppo evidentemente apocrifi, affinché il canone della dottrina fosse meglio preservato. Il muro del milione di vittime Pressac l'aveva fatto proprio solo in via provvisoria, pensando che questo precedente gli sarebbe valso da parafulmine per evitare le prevedibili folgori. Bédarida, informato del fatto che prima o poi la documentazione disponibile avrebbe costretto a scendere molto più in basso, si decise al gran passo. Potere finalmente rivelare al popolo sbalordito la prova definitiva e sufficiente dell'esistenza della camera qualitativa gli sembrava meritasse questo sacrificio quantitativo. Non è così?

Quando si ama non si conta!

Chi sarà stato il più giudizioso, Klarsfeld o Bédarida?Secondo! Perché, come convincere il popolo nel suo insieme della realtà di JHWH? (1)

Al tempo del primo tempio solo il gran sacerdote rivestito di lino bianco entrava una volta all'anno nel Santo dei Santi per contemplare l'Arca. Non sarebbe stato preferibile permettere al popolo di contemplare l'Arca e di sentire esso stesso e direttamente l'ineffabile? Salvo che questo non sia stato il solo mezzo inventato dai sacerdoti perché il gran sacerdote fosse statutariamente il solo a sapere che non c'era nulla da vedere e che l'Arca era vuota. Questo metodo per convincere il popolo è senza dubbio più efficace e più giudizioso se l'Arca è vuota.

 

Fatto sta che il libro esiste. Si intitola Les Crématoires d'Auschwitz, mentre ci si aspetterebbe di trovare Les Chambres à gaz d'Auschwitz». È molto in ritirata rispetto alle pretese ostentate nel libro precedente, il cui titolo era Tecnica e funzionamento delle camere a gas». Il sottotitolo La machinerie du meurtre de masse» indica la tesi che sarà sostenuta, e senza la quale, d'altronde, il libro non sarebbe apparso, dato che questa tesi è obbligatoria per legge.

Si tratta dunque di un libro sui crematori di Auschwitz che sostiene la tesi secondo cui questi crematori sarebbero stati le macchine di un assassinio di massa. Questi archivi sono intatti, perché

Fin dalla prima pagina apprendiamo che Questa conoscenza è fondata sullo sfruttamento intensivo degli archivi, di nuovo riuniti, dell'antica "Direzione delle costruzioni SS" o "Bauleitung SS" di Ausch-witz». Questi archivi sono intatti, perché contrariamente ad un altro servizio del campo, la sezione politica, che bruciò la quasi totalità delle sue carte prima dell'evacuazione del complesso concentrazionario nel gennaio 1945, la Bauleitung lasciò intatte le sue». Il fatto è sorprendente. Pressac fornisce una spiegazione di questo fatto sorprendente: La ragione di questo abbandono in stato di integrità si spiegherebbe (la spiegazione è condizionale) con la personalità (la spiegazione condizionale poggia su una personalità) del secondo e ultimo direttore della Bauleitung di Auschwitz, il luogotenente SS Werner Jothann. Ingegnere in sovrastrutture (Hochbau), questo professionista non si era occupato personalmente dell'allestimento omicida dei crematori che era stato operato dalla fine del 1942 all'inizio del 1943 dal primo direttore, il capitano SS Karl Bischoff. Ignorando il contenuto esplosivo dei dossier di costruzione legati a questo allestimento, Jothann se ne andò senza curarsene, non prendendo misura alcuna per distruggerli. »

Si noterà che tutta la tesi difesa nel libro si trova qui esposta in poche righe. Questa tesi è appesa a una condizione che avrebbe inerito alla persona del luogotenente SS Jothann. Questo luogotenente SS sarebbe stato nell'ignoranza. Se, per impossibile, questa condizione non si fosse verificata, bisognerebbe concludere che il luogotenente SS, capo della Bauleitung, partì senza prendere misura alcuna per distruggere le carte perché queste carte nulla contenevano che fosse in relazione con un'attività criminosa segreta e perché, quindi, non c'era nulla da nascondere. Di certo si sarà sorpresi di imparare che il capo della Bauleitung di Auschwitz nel gennaio del '45 abbia potuto ignorare che veri e propri mattatoi umani avevano funzionato nei locali dei crematori costruiti e allestiti dai servizi sottoposti al suo comando. Ci si meraviglierà anche del fatto che nella Bauleitung non si sia trovato nessun subordinato che informasse il suo capo, o che il precedente capo, il primo direttore, il capitano Karl Bischoff, abbia omesso di avvertirlo e non si sia preoccupato della distruzione dei documenti, per lo meno se era in vita e se le circostanze della guerra gli consentivano di mantenere un contatto. Ci si meraviglierà anche del fatto che non vi siano stati né ordini né misure globali prese dalle istanze superiori, dai responsabili e dagli organizzatori del Grande Segreto».

Quel che ci viene, in ogni caso, suggerito è che il capo della Bauleitung che occupava il posto al momento dell'evacuazione del campo era arrivato ad Auschwitz tardi. Sembra essere questa la condizione indispensabile perché la personalità» di Jothann permetta di soddisfare alla condizione indicata dallo stesso Pressac, senza la quale l'abbandono in stato di integrità» delle carte rimarrebbe inesplicabile (nel quadro della legge Gayssot).

Adesso andiamo a pag. 134. Sotto il titolo Principali nominativi delle persone, degli organismi SS e delle imprese civili citati» leggiamo:

JOTHANN Werner, nato nel 1907 a Eldenburg (Meclemburgo), SS-Obersturmführer (F) e Bau-leiter dall'ottobre 1943 fino al gennaio 1945. Ingegnere in sovrastrutture, addetto all'inizio 1941 alla Bauleitung di Auschwitz come semplice SS-Schütze. Caporale nel marzo 1942, gli vengono conferiti da Bischoff alla fine del 1942, nonostante il suo grado poco elevato, "pieni poteri" in rapporto alle "azioni speciali". In particolare è incaricato della costruzione dell'officina di armi Krupp A. G. e di quella dell'installazione di riscaldamento a lunga distanza. Nominato direttamente luogotenente specialista nel marzo 1943. Succede a Bischoff alla testa della Bauleitung nell'ottobre 1943, ma rimane strettamente subordinato al suo antico capo. Fa revisionare i forni dei crematori di Birkenau e montare la disaerazione delle camere a gas del crematorio V all'arrivo degli ebrei ungheresi nel maggio 1944».

Non vogliamo aggiungere nulla a ciò che ha scritto l'autore, ma solo leggere ciò che è scritto. E constatare che la pagina 134 annienta l'affermazione condizionale di pagina 1. Il lettore scrupoloso si rifarà altresì alla nota biografica di Bischoff, che troverà divisa in tre parti, pagg. 132, 133 e 135. In fondo a pag. 132 il lettore scoprirà quanto segue:

2) SS-Sonderbauleitung für die Errichtung eines KGL (Birkenau):

BISCHOFF Karl, nato nel 1897 a Nehembach. SS-Hauptsturmführer (F), Bauleiter dall'ottobre al novembre 1941. [... ]».

E nella terza parte, sotto il titolo:

4) Bauinspektion der Waffen-SS und Polizei "Schlesien",» seguito dall'indirizzo a Kattowitz, potrà leggere:

BISCHOFF Karl, SS-Obersturmbannführer, Bau-inspektor a partire dall'ottobre 1943 fino al gennaio 1945. Morto negli anni 50 senza mai essere stato inquietato dalla giustizia. »

Bischoff è, quindi, rimasto in relazione con Jothann dall'inizio del 1941 fino all'evacuazione del campo. Non aggiungeremo commento alcuno a ciò che scrive Pressac, ma constateremo che la Sonderbauleitung, molto anteriore alla pretesa deriva criminale, non ha, in questo contesto, alcunché di criminale, e così pure le azioni speciali per le quali Jothann è stato investito dei pieni poteri». Queste cose sono altrettanti formidabili macigni gettati nello stagno dei babbei [* Gioco di parole spiritoso, ma, ahimè, intraducibile: l'espressione la mare aux canards (lo stagno delle anatre») è diventata la mare aux conards. Rendiamo conards con babbei, ma la radice con legittimerebbe la traduzione lo stagno dei mona». Senonché l'espressione mona, anche se risulta largamente comprensibile in tutta Italia, è pur sempre dialettale. Una variante accettabile potrebbe essere: lo stagno dei coglioni».]. I revisionisti si sono fatti sbranare per aver detto assai di meno!

Dopo un così eccellente inizio passiamo direttamente alla fine dell'opera. L'ultima frase dell'ultima pagina: Il processo dei due "architetti dei crematori" si aprì a Vienna nel gennaio 1972 e si chiuse con l'assoluzione dei due accusati, visto che nessuno, giudici o pretesi esperti, fu capace a quel tempo di sfruttare l'eccellente materiale storico fornito dai polacchi e dai sovietici317. »

Questa frase contiene parecchie informazioni. In primo luogo, i crematori, di cui ci si dice che furono le macchine di un assassinio di massa, sono stati concepiti da architetti. In secondo luogo, questi architetti vennero accusati. Dunque, si sono spiegati. In terzo luogo, sono stati assolti. Per i revisionisti queste tre informazioni non sono nuove, ma essi non erano mai riusciti a farle uscire dal ghetto revisionista. Grazie al libro di Pressac, è la prima volta che un vasto pubblico ostile al revisionismo, così passionalmente ostile da rifiutarsi di leggere la minima pubblicazione revisionistica, viene a conoscere

queste informazioni. E queste informazioni stanno per fare la loro strada nelle teste... Pressac aggiunge che questa assoluzione non è giustificata. Ci dice che i giudici e gli esperti si sono ingannati, visto che hanno assolto. (Ma i giudici e gli esperti non si ingannano mai quando condannano!) Non hanno saputo sfruttare l'eccellente materiale storico fornito dai polacchi e dai sovietici. » La nota 317, d'altronde, ci informa che questo eccellente storico polacco-sovietico precursore di Pressac, di Bédarida e del CNRS altri non è che il KGB. Alla stessa pag. 96, del resto, ci vengono rivelati gli eccellentissimi metodi di questo eccellente storico: Ai sovietici quattro interrogatori bastarono per regolare il caso di Prüfer. Sander non ne sopportò che tre e morì per arresto cardiaco prima o nel corso del quarto, il 26 marzo. »

Così, la prima e l'ultima pagina di testo contengono una imperturbabile riaffermazione della più perfetta ortodossia sterminazionistica olocaustica. Esse contengono altresì tutte le informazioni che logicamente imporrebbero una conclusione revisionistica, informazioni che, per parte loro, i revisionisti non sono mai riusciti a far circolare al di fuori del ristrettissimo ambiente dei ricercatori revisionisti.

 

Il capitolo XII, intitolato &laqno;Epilogo», che consiste in sole due pagine, 59 righe, rappresenta, nel suo genere, una sorta di capolavoro. Contiene non meno di ventisei importanti informazioni assolutamente devastanti per la tesi olocaustica, e la riaffermazione del dogma. Quest'ultima sta in due frasi: quella già sopra riprodotta concernente il processo dei due "architetti dei crematori"» e la frase che segue: Gli inquirenti americani, obnubilati dai forni e in assenza di una perquisizione presso la sede dell'impresa, non riuscirono a penetrare il vero segreto della Topf, il suo ruolo nell'allestimento delle camere a gas omicide di Auschwitz. »

Bisogna inoltre rilevare che la riaffermazione del dogma viene fatta in maniera indiretta e rivelando l'esistenza di argomenti eterodossi: i giudici e pretesi esperti hanno avuto torto non assolvendo... e gli inquirenti americani hanno avuto torto non accusando. Solo gli eccellenti storici del KGB, Pressac (e il CNRS) hanno penetrato il segreto...

Così, il vero segreto della Topf, che è altresì il più grande segreto del III Reich, gli inquirenti americani non arrivarono a penetrarlo per non avere perquisita la sede dell'impresa. Dunque, il più grande segreto del III Reich si trovava, senza nessuna particolare precauzione, presso la sede di un'impresa civile. Ma oggi possiamo perquisire sulle tracce del KGB nelle carte, lasciate intatte, della Bauleitung, cosa che "non" si spiegherebbe se la personalità della SS Werner Jothann non fosse stata quella che era... e che ci viene svelata a pag. 134... !

 

L'opera di Pressac è decisamente insolita: sembra contenere un dispositivo di autodistruzione della tesi che difende. E ancora non abbiamo analizzato se non le due pagine dell'introduzione e le due della conclusione, cioè quattro pagine in tutto, e non lo abbiamo fatto se non molto parzialmente, giacché non abbiamo ancora citata una frase che da sola annienta l'insieme della storiografia ufficialmente ammessa e, in specie, il catechismo scritto dal calamitoso Bédarida ad uso dei professori dell'insegnamento pubblico e distribuito gratis in decine di migliaia di esemplari a cura delle edizioni Nathan. Questa frase, che dovrebbe essere all'origine di un'onda d'urto devastante se rimanesse un solo storico degno di questo nome, eccola qui: la data comunemente ammessa dell'avvio della fase industriale della "Soluzione finale" si trova respinta. Questa tappa ultima non fu decisa dalle autorità SS di Berlino se non a partire da maggio-giugno 1942, per essere poi concretizzata tecnicamente dalle SS della Bauleitung di Auschwitz e dagli ingegneri dell'impresa J. A. Topf und Söhne di Erfurt. »

In altre parole, pur affermando la versione più ortodossa, senza di che il suo libro non sarebbe potuto essere pubblicato, secondo la quale Auschwitz è stato il centro di una fase industriale della "Soluzione finale"», e pur pretendendo di aver trovato proprio nelle carte tracce di indizi rivelatori, egli non trova assolutamente nulla di sospetto e di rivelatore prima di maggio-giugno del '42. È ciò, almeno, che risulta dalla citazione surriportata.

Difatti, se ci si rifà alle spiegazioni di Pressac nel corpo dell'opera, o semplicemente alla cronologia ricapitolativa», le prime tracce di concretizzazione tecnica ad opera delle SS della Bauleitung» appaiono solo il 27 novembre del '42 (la menzione di sotterraneo speciale» da parte del sottotenente SS Wolter) e il 19 dicembre del '42 (il disegno di rettifica eseguito dal sottotenente SS Walter Dejaco del sottosuolo del crematorio II, in cui è soppresso lo scivolatoio per i cadaveri) e nel corso dell'annata '43.

Per non mettere alla disperazione Bédarida e il comitato scientifico del CNRS Pressac ha fatto uno sforzo. Congettura un tempo di reazione abbastanza lungo, cinque mesi, tra la presunta decisione delle autorità SS di Berlino e la concretizzazione» sotto forma di progetti di allestimento ad Auschwitz. Ma, ad ogni modo, maggio-giugno 1942, è già, per gli storici, uno scompiglio terribile. È un po' come se di punto in bianco fosse necessario riscrivere la storia dello sbarco alleato e della campagna di Francia dopo aver scoperto che solo nel giugno del '44 il presidente USA e il Pentagono avrebbero preso la decisione di uno sbarco in Europa occidentale. Anche gli storici del CNRS debbono capire che non sarebbe sufficiente spostare in avanti di qualche mese la data dello sbarco di Normandia, che a torto si era creduto di poter fissare al 6 giugno 1944, e spostare in avanti di qualche mese anche la data dell'abbandono di Parigi da parte delle truppe tedesche! Perché, se errori di tal fatta fossero stati commessi, ciò porrebbe il problema delle fonti storiche sulla base delle quali avrebbero potuto venir commessi errori di tal fatta, e, horribile dictu, questo porrebbe il problema del metodo degli "storici" che avessero commesso errori di tal fatta, gli ammirevoli Hilberg, Poliakov, Billig, Wellers, Reitlinger et alii, e, a loro discarico, questo porrebbe il problema del clima sociale generale che avrebbe permesso che errori di tal fatta si imponessero come vangelo.

 

Ricordo al lettore che siamo a pag. 2 del libro e che la storiografia generalmente ammessa dell'olocausto è annientata! L'ultimo capoverso di questa seconda pagina le dà il colpo di grazia: La riunione dei dossier (... ) permette una ricostituzione storica finalmente affrancata dalle testimonianze orali o scritte, sempre fallibili e che con il tempo si fanno sempre più scarse. » Frase assassina tanto per ciò che sottintende quanto per ciò che dice. Perché è falso che le testimonianze orali o scritte siano sempre fallibili. È altrettanto falso che le testimionianze scritte si facciano sempre più scarse con il tempo. Questa asserzione è priva di senso. Quanto a quelle orali, le sole su cui gli storici, revisionisti o sterminazionisti, possano appoggiarsi sono quelle che hanno formato oggetto di una registrazione scritta o sonora, e, dunque, anche a loro riguardo l'asserzione è priva di senso. Ciò che, invece, è vero, è che i ricordi di una stessa persona tendono a modificarsi con il tempo sotto l'influenza di numerosi fattori. La registrazione in epoche diverse della testimonianza dello stesso testimone spesso rivela evoluzioni stupefacenti. Ma, mentre il racconto del testimone veridico si impoverisce mano a mano che il ricordo diviene sfumato, il racconto mitomaniacale si sviluppa con il tempo e la volontà di convincere si adatta alla domanda sociale. La testimonianza veridica ha il suo referente nel passato, la testimonianza mitomaniacale ha il suo referente nel presente e nell'avvenire. Questo, è la psicologia che l'ha stabilito. E, così pure, sono stabilite, per chi le vuol conoscere, le regole della critica delle testimonianze, che occorre sempre confrontare tra loro e confrontare alla materialità dei fatti e ai documenti: cose, tutte, che i pretesi storici non hanno mai fatte per quanto concerne le testimonianze olocaustiche.

Il problema, dunque, non è quello di affrancare il racconto storico dalle testimonianze, è quello di affrancare il racconto storico dalle false testimonianze. Il racconto storico può soltanto venire arricchito da testimonianze veridiche. Pressac solleva qui la spinosa questione del ruolo della falsa testimonianza nella storiografia olocaustica generalmente accettata. Lo fa in maniera confusa, forse perché ha timore di essere troppo chiaro e per non mettere Bédarida alla disperazione.

In tutti i modi, il meno che si possa dire è che questa frase manifesta una reticenza nei confronti di una storiografia che fino ad oggi è stata troppo influenzata da testimonianze fallibili. Questa reticenza non ha senso se non in rapporto alla proporzione di false testimonianze che questa storiografia avrebbe fino ad oggi preso per oro colato e nella misura in cui il racconto pretesamente storico dell'olocausto non poggi su nessun'altra fonte documentaria. In tal caso la frase di Pressac diverrebbe assolutamente devastante per tutta la storiografia olocaustica prima di Pressac.

Ed è proprio questo il caso!

Nel suo libro Pressac ci reca una sovrabbondanza di prove del fatto che il racconto pretesamente storico del preteso olocausto» non poggiava, in effetti, fino ad oggi su nessuna seria documentazione diversa da quelle testimonianze di cui egli ci dirà che non valgono granché, e ci offre un nuovo racconto dello stesso olocausto, racconto che poggerà, esso, su una seria documentazione (essenzialmente, le carte della Bauleitung) e... ! su... ? sulle medesime testimonianze!!!???!!!

 

Il libro di Pressac è decisamente insolito: qui ritroviamo il dispositivo di autodistruzione che avevamo già scoperto. A conclusione dell'introduzione, pag. 2, ci annuncia una ricostituzione storica finalmente affrancata dalle testimonianze», e tutto il suo libro costituisce una dimostrazione del fatto che, oltre a testimonianze» estremamente sospette, non esiste nessun'altra fonte riguardo all'olocausto».

Dopo aver annientato la storiografia ammessa dell'olocausto, il metodo Pressac annienta la tesi di Pressac medesimo, cioè il nuovo racconto che egli propone dell'immutabile olocausto!... È facile verificare che a sostegno del proprio racconto della costruzione dei crematori egli apporta dei documenti probanti. Ma, come evoca camere a gas o gassazioni, egli fa riferimento alla vulgata sterminazionistica senza indicare fonti, oppure un semplice richiamo in nota rinvia alla testimonianza di Höss, di Kremer, di Langbein, di Konrad Morgen, di Henryk Tauber o al Kalendarium di Danuta Czech, che ha raccolto piamente e sintetizzato senza critica le testimonianze conformiste. Pressac ci dà, d'altronde, tutte le buone ragioni di dubitare dell'affidabilità di tali testimonianze e del Kalendarium!

Pressac, non soltanto non mantiene la sua promessa proprio su questo punto centrale, che gli è valso elogi e approvazioni, ma fornisce la dimostrazione a contrario che, a parte queste testimonianze del tutto svalutate, non esiste nessun'altra fonte!

Ma ciò che più stupisce sono queste approvazioni e questi elogi universali.

Anche quelli che, come Claude Lanzmann o André Kaspi, attaccano, in nome della memoria», il procedere di Pressac su di un punto non mancano mai di rendergli omaggio: egli ha (secondo loro) annientato il negazionismo» coll'arrivare a descrivere l'assassinio di massa» basandosi unicamente sui documenti e sfruttando la propria conoscenza tecnica. Anche i gran sacerdoti della storia universitaria come Vidal-Naquet e Raul Hilberg non soltanto fanno finta di non sentire i rilievi sferzanti che Pressac indirizza loro e curvano la schiena, ma proclamano con giubilo che Pressac è arrivato a rispondere per le rime a Faurisson sul suo specifico terreno, la tecnologia.

Quest'accoglienza entusiastica e il sollievo che si manifesta provano quanto apparisse necessaria una tale risposta e rivelano fino a qual punto fosse diventato generale il dubbio circa il valore delle testimonianze su cui si fonda il racconto olocaustico, e dunque mostrano che la critica revisionistica aveva prodotto disastri perfino nello spirito dei gran sacerdoti. Il che prova che, passata la fase dell'esaltazione al settimo cielo, il film Shoah, di Lanzmann, non aveva convinto nessuno, né con il suo Figaro in camera né con il suo unico documento assolutamente irrefutabile. Talmente irrefutabile, del resto, che ho dimenticato di cosa si tratti, che i revisionisti hanno dimenticato di confutarlo e che gli sterminazionisti hanno dimenticato che era irrefutabile!

 

Ricordo che non siamo ancora se non alla seconda pagina del testo di Pressac, dopo una breve incursione nelle due ultime, che costituiscono l'epilogo!

Entriamo ora nel vivo dell'argomento. Il capitolo I si intitola La Preistoria dell'Incinerazione nei campi di concentramento»; contiene cose generali e qualche contraddizione che solo alla fine del libro rivelerà la sua importanza decisiva. Ci torneremo sopra, quindi, alla fine.

Ma questo capitolo ci permette di scoprire il primo richiamo in nota (l'introduzione non ne ha). Leggiamo, dunque, la nota 1: Livre Brun sur l'incendie du Reichstag et la terreur hitlérienne, collection "Réquisitoires", Éditions du Carrefour, septembre 1939 (errore: leggere 1933)». Molto bene. Il problema non è che si tratti di un libro di propaganda antifascista. Avversari politici dichiarati possono perfettamente denunciare e descrivere con esattezza e onestà gli avversari che combattono. Ma non è proprio questo il caso. Questo famoso Livre Brun è un prodotto della propaganda staliniana. Si sa tutto circa la sua fabbricazione secondo gli sperimentati procedimenti più volgari della propaganda politica. Vi si trova, a fianco di informazioni vere, tutta una raccolta di dicerie, di montaggi e di invenzioni di sana pianta. Il libro è stato fabbricato da Willi Münzenberg, delegato a Parigi della III Internazionale per applicare la nuova linea antifascista del Komintern, la quale permetteva di offrire uno sfogo ai numerosi bolscevichi ebrei, disorientati dall'evoluzione staliniana e tentati dalle diverse opposizioni, specie le trotzkiste, e che alla fine si metteranno al servizio dello stalinismo perinde ac cadaver per l'esigenza di lottare contro l'antisemitismo. Lo spauracchio nazista era già molto utile e molto necessario per distogliere gli sguardi dalla realtà staliniana. Tutto vien buono per realizzare l'Union sacrée antifascista.

La tesi centrale del Livre Brun consiste nell'attribuire ai nazisti l'incendio del Reichstag. I nazisti avrebbero manipolato il comunista ultrasinistro Van der Lubbe!

Simmetricamente, i nazisti tentarono da principio di imputare l'incendio ai comunisti» moscoviti. Oggi si sa che Van der Lubbe, com'egli ha affermato fino alla morte, ha agito da solo;Si sa anche che fu il comunista Gustav Regler, che aveva combattuto nei sotterranei del Reichstag fianco a fianco con i socialdemocratici nella repressione dell'insurrezione proletaria detta spartachista», a fornire a Willi Münzenberg le informazioni materiali sui sotterranei e i fabbricati del Reichstag che servirono al montaggio accusatorio contro i nazisti.

Comunque, ogni storico competente sa che il Livre Brun in nessun modo può rappresentare una fonte storica affidabile. All'opposto, esso costituisce un cumulo di false testimonianze (mescolate a testimonianze vere) e di menzogne, e un esempio eccellente della maniera in cui si può conferire l'apparenza della verità alle menzogne più spudorate. E Pressac lo sa perfettamente, lui che alla nota 5, una pagina più avanti, cita, sugli effettivi concentrazionari, Joseph Billig le cifre del quale smentiscono le invenzioni del Livre Brun.

Passiamo ai capitoli successivi. La documentazione di cui dispone permette a Pressac di descrivere con dovizia di dettagli privi del benché minimo interesse la concezione e la costruzione dei crematori di Auschwitz, vale a dire del crematorio I, al campo principale o Stammlager, e dei crematori II, III, IV, e V a Birkenau. I lettori cui ciò interessa potranno dunque rifarsi al libro. Ma l'esistenza e il funzionamento dei crematori non sono mai stati contestati da nessuno. Niente di segreto, in tutto questo.

Pressac dice di aver scoperto in questa documentazione elementi che gli consentono di descrivere altresì la messa in opera dell'assassinio di massa» e dell'insieme specifico delle sue macchine: le camere a gas. Avrebbe dunque scoperto dei documenti che costituiscono delle tracce, degli indizi, che rivelano che i differenti crematori di Auschwitz e di Birkenau sarebbero stati anche lo strumento di un assassinio di massa» e, sotto la loro apparenza banale e ben nota, avrebbero nascosto queste famose camere assassine. Vi sarebbe dunque stata, da parte della Bauleitung e da parte delle imprese civili che lavoravano sul posto, o almeno da parte di taluni dei loro responsabili, una deriva criminale. Pressac sta dunque per raccontarci la storia di questa deriva.

Questa deriva criminale può essere diretta quando la Bauleitung in collaborazione con le imprese civili apporta ai locali concepiti per essere delle camere mortuarie (dove si depositano i cadaveri in attesa della cremazione) modifiche tendenti a trasformarli in camere a gas di esecuzione. Può essere indiretta quando la Bauleitung e le imprese civili costruiscono dei normali crematori, ma destinati, secondo Pressac, a incenerire corpi di vittime le quali sono state gassate altrove, cioè nei famosi Bunker 1 e 2. Pressac, dunque, ci racconterà l'abominevole storia del lupaccio cattivo, l'SS Bischoff, e il suo incontro con la passione criminale e cremazionistica dell'ingegner Prüfer, della Topf und Söhne, e di alcune comparse di minor stazza, le SS Ertl e Dejaco e l'ingegnere civile Koehler. Pressac redige dunque un atto di accusa. (Era già stato redatto, questo atto di accusa, dagli "storici" dello SMERSH (2) specie contro Ertl e Dejaco, ma gli accusati erano stati assolti. )

Studiamo, allora, l'atto d'accusa redatto da Pressac. È a pag. 52 che comincia il delitto: Nel suo rapporto su questa riunione, Ertl indicò i Bunker 1 e 2 come "installazioni da bagno per azioni speciali". A partire dal 19 agosto, i due partecipanti civili, Prüfer e Koehler, seppero in via ufficiale che i forni e i camini dei crematori IV e V che essi stavano per costruire erano legati ad un'operazione criminale. » A pag. 53 ci viene ancora confermato che nell'agosto del '42 niente nei piani, negli studi, nei progetti, nella corrispondenza, niente viene a materializzare un'intenzione criminosa e un impiego omicida dei crematori: I passi e le conversazioni che avevano condotto a queste due giornate durante le quali fu definitivamente fissata la costruzione dei quattro crematori di Birkenau, previsti allora senza camere a gas omicide, si riassumono così: quantunque il crematorio II sia servito da catalizzatore per la scelta di Auschwitz nella liquidazione degli ebrei, esso non si collega direttamente a questo sterminio. » Vedremo più avanti perché, secondo Pressac, il crematorio sarebbe servito da catalizzatore»; ma constatiamo che, in assenza di ogni altro indizio, l'imputazione criminalizzante poggia sull'impiego delle parole "installazione di bagno per azioni speciali. "»

Ma Pressac si è levato, in particolare in un articolo della rivista L'Histoire», contro l'interpretazione arbitraria delle parole azioni speciali» come sinonimo di gassazioni», interpretazione cui si erano dati "storici" quali Wellers, Poliakov, Hilberg o un qualunque altro Vidal-Naquet. Egli, dopo molti autori revisionisti, ha dato molteplici esempi di azioni speciali (Sonderaktionen) che nulla avevano di criminale. Perché mai, dunque, egli qui ci offre un'interpretazione manifestamente arbitraria che altrove ha denunciato? Con tutta evidenza, ce la offre perché non ha altri indizi da mettersi sotto i denti.

Questa accusa è legata alla faccenda dei Bunker 1 e 2. Il lettore ha da tener presente, poiché Pressac lo stabilirà con dovizia di dettagli, che la costruzione dei fabbricati reputati aver contenuto le camere a gas canoniche è terminata soltanto nel marzo e nel giugno del '43. Ma la voce pubblica, molti racconti, molte testimonianze, situavano delle gassazioni molto prima di questa data, ossia prima delle camere a gas! I Bunker 1 e 2 svolgono, dunque, funzione di camere a gas prima delle camere a gas. Il comandante Höss ha confessato i Bunker 1 e 2 come tutto il resto. Altre SS, giudiziosamente interrogate dagli "storici" del KGB, gli sono andate dietro. Le testimonianze sono abbondate.

I revisionisti non hanno mai prestata molta attenzione a questi Bunker, che erano poi due piccole case coloniche polacche delle quali non rimane più altro che la traccia delle fondamenta incluse nel perimetro del campo al confine nord-ovest del Birkenwald (boschetto di betulle, vicino alla zona sanitaria e ai crematori IV e V). In pratica non si disponeva, circa questi Bunker, di nessun elemento materiale, di nessun documento. Si disponeva, per contro , di confessioni estremamente vaghe e di una massa di testimonianze contraddittorie la cui somma consentiva di mettere insieme, di questi Bunker, un'immagine surrealistica del tutto stramba. Ho studiato nei particolari una di queste testimonianze nel mio libro Droit et Histoire (La Vieille Taupe, 1986), quella di Moshé Garbarz, e questo mi permetteva di studiare il metodo di un faro del pensiero storico contemporaneo, la più alta coscienza morale dei tempi moderni, il prefatore di Garbarz, Vidal-Naquet.

Ma i revisionisti non si interessavano affatto di questi Bunker per la buona ragione che negli anni Settanta le autorità del museo di Auschwitz avevano completamente smesso di parlarne! Il sito non era né segnalato né visitato. La letteratura a pretese storiografiche (Poliakov, Hilberg, Vidal-Naquet et alii... ) in pratica non ne parlava e le autorità del museo di Auschwitz parevano disposte e molto vicine a lasciar perdere questi Bunker, a patto che fossero mantenute le camere canoniche. Di fatto le piccole case coloniche polacche non esistevano più se non in filigrana, e ciò perché la letteratura di riferimento obbligato continuava a evocare gassazioni nel 1942, e quindi antecedenti alle costruzioni in cui si asserisce avessero luogo le gassazioni.

Le piccole case coloniche diventavano, dunque, dei bruchi teologici necessari che non potevano non resuscitare dopo che gli importuni revisionisti avevano dato un deplorevole orientamento materialistico alle investigazioni. Tanto più che era rigorosamente impossibile abbandonare le piccole case coloniche senza annientare completamente la credibilità delle confessioni di Höss (o, per essere più esatti, senza confessare pubblicamente il completo annientamento della credibilità di quelle confessioni, credibilità che, comunque, è assai acciaccata, ma della quale si ammette soltanto l'annientamento parziale in quanto Höss è evidentemente un pilastro indispensabile dell'accusa).

Pressac, a pag. 39, ci racconta quello che si crede di sapere sul Bunker 1, o piccola casa rossa», cioè pressappoco niente. Egli fa riferimento al Kalendarium, vale a dire alla vulgata sterminazionistica, e riprende un racconto di gassazione che è assolutamente privo di una qualsiasi base: La casa comprendeva due stanze dalla superficie totale supposta di 60-80 metri quadri sulla quale potevano essere compressi 300-400 uomini. » La superficie è supposta». Poche righe più avanti Pressac ci dice che questa installazione entrò verosimilmente in servizio a fine maggio del '42. » Il Bunker 1, già perfettamente evanescente, non è che ne risulti materialmente rafforzato. A pag. 41 Pressac ci conferma che il Bunker 1 non era dotato di ventilazione, il che è piuttosto fastidioso per una camera a gas, ma, a pag. 42, egli, in un racconto di gassazione la fonte del quale è... il Kalendarium (note 141 e 143), per la prima volta ci fornisce dei dati precisi sul Bunker 2, piccola casa colonica bianca». Questi dati in parte sono tratti dal museo di Auschwitz (note 133 e 136), dove i documenti erano potuti passare inavvertiti dai revisionisti per la ragione, già segnalata, del totale disinteresse in cui erano cadute queste piccole case coloniche». Ma queste informazioni sono tratte soprattutto dalle carte conservate a Mosca e dunque sono inedite (note 135 e 137; le note 138, 139 e 140 si riferiscono alle stesse carte e sono dedicate allo scatenarsi dell'epidemia di tifo). Ora, la totalità di questi dati precisi forniti da Pressac sulla base delle carte di Mosca concerne l'utilizzazione del Bunker 2 come camera di spidocchiamento. I piani nulla hanno di misterioso o di criminale. Vi partecipano imprese civili, tra cui la Boos. Tutte le informazioni concrete rivelate da Pressac annientano il racconto convenuto cui egli si dedica dell'Inizio dell'Assassinio di Massa degli Ebrei e L'Epidemia di Tifo»: tale è il titolo del capitolo VII, e di questo titolo rispettiamo strettamente l'assetto tipografico.

Constatiamo che è Pressac a stabilire un legame tra due cose logicamente separate: l'assassinio di massa degli ebrei e l'epidemia di tifo che si manifesta nei giorni 1 e 3 luglio 1942. Il capitolo VII è evidentemente cruciale, come il suo titolo sottolinea. Occupa tre pagine e mezza e vi si riferiscono le note da 132 a 143. La nota 132 vale tanto oro quanto pesa. Pressac constata che Höss racconta qualsiasi cosa (e in specie ciò che gli accusatori gli chiedono di dire), ma è la sua sola fonte circa l'assassinio di massa», con il Kalendarium che riprende in modo acritico la "testimonianza" di Höss. Per sovrappiù, modifica le date fornite da Höss di almeno dieci mesi quando ciò è necessario alla coerenza del suo racconto (si vedano le tre ultime righe della nota 132), ma da nessuna parte dice che Höss fu torturato, mentre se ne hanno molteplici prove e si dispone finanche del racconto di uno dei torturatori (v. Faurisson, Comment les Britanniques ont obtenu les aveux de Rudolf Höss, commandant d'Auschwitz, in Annales d'Histoire révisionniste», n. 1, pag. 137).


Questo capitolo VII è veramente straordinario in quanto ci rivela, in questa trattazione del crimine prima del crimine, del crimine prima delle camere, tutto il metodo degli sterminazionisti: non c'è assolutamente nulla nelle carte, ma c'è, a supplire a questo nulla, la vulgata sterminazionistica... e della polvere negli occhi. Questo capitolo ha di straordinario che svela crudamente tutto il procedimento pur dando nel titolo la chiave del mistero: è lo scatenarsi -- inizio luglio 1942 -- dell'epidemia di tifo che è all'origine specifica del Birkenwald e dell"assassinio di massa degli ebrei". Ci torneremo sopra alla fine. In ogni caso, metà di questo brevissimo capitolo è dedicata alla prima epidemia di tifo, che determina la messa in quarantena del campo, parziale il 10 luglio '42 e totale il 23 luglio. Gli altri capitoli contengono una massa di informazioni riguardanti le diverse epidemie e i considerevoli sforzi compiuti per padroneggiare la situazione. Pag. 43: Cominciava la prima epidemia di tifo di Auschwitz e, se non fosse stata combattuta in maniera drastica, avrebbe compromesso l'esistenza stessa della regione di Auschwitz139. » Le SS lottano dunque efficacemente. I detenuti vengono protetti dall'introduzione del flagello nel campo mediante lo sradicamento del vettore, il pidocchio. Così si fece, ma il male venne da coloro che non erano stati sottoposti ad un tale trattamento, i civili, che ogni giorno erano gomito a gomito con i detenuti. » Alla fine le SS arriveranno a stroncare il tifo. La seconda, poi la terza epidemia vengono domate assai più rapidamente, con un numero di vittime inferiore a ciò che la storia ha conosciuto in casi analoghi, e, questo, grazie ad uno sforzo notevole anche sul piano del materiale, specie le camere di spidocchiamento ad onde corte. Pressac ci dà una massa di informazioni indiscutibili provenienti dalle carte, informazioni che chiariscono che le SS dispiegavano una considerevole attività onde evitare che gli internati venissero sterminati dal tifo, intanto che avrebbero dispiegato un'attività non meno considerevole, ma che non ha lasciato traccia alcuna nelle carte, per sterminare gli ebrei a mezzo di un procedimento estremamente perverso e poco pratico, mentre sarebbe bastato lasciar prosperare i pidocchi! Pressac, nei capitoli VIII e XI (e il loro titolo non lo indica affatto), ci darà delle informazioni sorprendenti sulla lotta delle SS contro il tifo: Per arrestare la malattia, il suo vettore, il pidocchio, doveva essere soppresso. Bisognava urgentemente spidocchiare le vesti, le baracche, gli edifici, i laboratori, e ciò richiedeva tonnellate di Ziklon-B per salvare il campo. »

 

Ma nel contempo Pressac ci distilla "informazioni" sulla sorte dei morti del Birkenwald l'esistenza delle quali poggia sulle "confessioni" di Höss, dirette o indirette (il Kalendarium), di cui è stata modificata la datazione. Questi morti non hanno lasciato traccia negli Sterbenbücher... , e neanche tracce materiali... giacché nessun resto è mai stato ritrovato. Ora, queste vittime del Birkenwald e delle piccole case coloniche sarebbero state messe a morte prima della costruzione dei crematori a Birkenau! Pressac, dunque, ci intratterrà sulla sparizione magica delle tracce di 50. 000 cadaveri in focolari all'aria aperta sotto la direzione di un certo Hössler (pag. 58). Sua fonte: le confessioni di Höss, che egli corregge (note 180 e 181), e, sul piano tecnico, quelle della SS Paul Blobel, che di primo acchito sembrano più serie, ma che poi si rivelano essere le risposte di Blobel, registrate dagli accusatori, alle domande degli "storici umanisti" dello SMERSH (nota 178). E Pres-sac, desideroso di far mostra del proprio spirito critico e del proprio rigore, si permette il lusso di decretare che Höss la spara un po' grossa... quando a queste inenarrabili barbecues attribuisce il trattamento» di 107. 000 corpi: Nelle sue "Me-morie" Höss parla a torto di 107. 000 corpi e pretende che delle incinerazioni fossero praticate direttamente in fossa, il che è impossibile in questo caso. » Ma ciò che è impossibile in questo caso» diventa apparentemente possibile nel 1944 (pag. 58): egli fa confusione con il metodo utilizzato al tempo dell'estate 1944, con fosse inizialmente vuote181. »

A che cosa rimanda la nota 181? E tutto questo, che significa? Se il lettore non ha ancora indovinato e se veramente si pone la domanda, può sempre comperare il libro di Pressac, 140 franchi in tutte le buone librerie.

 

Ma se i revisionisti hanno ragione, almeno per quanto concerne le cosiddette piccole case coloniche», la criminalizzazione dei civili che vi sono stati associati poggia su niente, fuor che su di un artificio retorico di Pressac. Infatti, le carte sono mute! E, in effetti, quando, a pag. 58, Pressac scrive: Durante i due mesi che durarono (sic) lo svuotamento delle fosse della zona vietata (la prova che sono state svuotate sta nel fatto che non si è trovato niente!) l'inferno aveva spalancato giorno e notte la sua gola rosseggiante in fondo al bosco di betulle. Il capofficina della Koehler, appollaiato sull'impalcatura che cingeva il camino del crematorio II, ne vedeva direttamente le fiamme, e così quello dell'Industrie-Bau-AG sul tetto», questo non significa che Pressac abbia trovato un qualsiasi documento facente riferimento a tali fatti, altrimenti pubblicherebbe questo documento, che costituirebbe una prova clamorosa. Questo significa, invece, che ha trovato traccia della presenza di uomini su luoghi in cui sono reputati essersi svolti avvenimenti che tali uomini non potrebbero non aver veduto... se ci fosse stato qualcosa da vedere! E cioè se la vulgata sterminazionistica fosse veridica! Si tratta, dunque, di una retorica criminalizzante che si genera da sola. Si tratta di un puro artificio. Di una tautologia totologica, cioè di un paralogismo degno di Totò!

Pressac continua: quando discendevano dalla loro gruccia, essi parlavano degli incendi gialli e porpora che maculavano il verde silvestre della zona vietata ai capiofficina delle altre imprese, a Holick, e, a Koch, agli operai civili dei crematori. Ma comunicare questa informazione all'esterno era provvisoriamente escluso poiché, essendo il KL isolato per causa di epidemia, (dunque per una ragione congiunturale senza rapporto con l'assassinio di massa») essi non potevano partirne. Erano diventati, involontariamente, i soli testimoni, oltre alle SS, dei segni esteriori del massacro degli ebrei perché, tra i detenuti che presero parte a questo "sgombero", nessuno fu lasciato in vita» (a parte Moshé Garbarz, del quale, come già detto, ho studiato la testimonianza in Droit et Histoire, e una caterva di altri testimoni che sono sopravvissuti per miracolo).

 

Il libro di Pressac offre numerosi esempi di queste retorica criminalizzante puramente gratuita e che si annienta da sola, in uno stile inenarrabile che esprime un pensiero esso stesso inenarrabile: Contemplato come normale strumento sanitario per un campo di prigionieri di guerra, questo crematorio divenne, sotto gli effetti coniugati della persuasione commerciale di Prüfer, della sua passione professionale, del suo genio creatore e della cordialità delle sue relazioni con Bischoff, un Moloch in potenza. » (pag. 47). La cordialità delle relazioni di Prüfer con il capo della Bauleitung, cordialità sulla quale Pressac sta per costruire tutto il romanzo di Birkenau, è quella di ogni ingegnere commerciale con il suo principale cliente. La persuasione commerciale di Prüfer consiste nel vendere installazioni di cui il suo cliente ha bisogno. La sua passione professionale e il suo genio creatore consistono nel concepire installazioni un po' più rozze che non sia d'uso, dietro richiesta del suo cliente. D'altronde, Prüfer e Bi-schoff hanno in comune qualcosa che li avvicina, ci rivela Pressac, entrambi erano ex-combattenti della Grande Guerra»! Il nostro fine segugio scopre, con questo, un indizio di peso!

Conclusione di Pressac: Questa stupefacente installazione di incinerazione non poteva che essere notata dai funzionari SS di Berlino e da loro associata in prosieguo alla "soluzione finale" del problema ebraico» (pag. 47). Ora, Pressac ci ha appena mostrato ed è sul punto di confermarci che questa installazione non ha nulla di stupefacente»! Il numero delle muffole di incinerazione disponibili è dello stesso ordine che nel contratto Moghilew, legato all'epidemia di tifo che colpì l'esercito tedesco in Russia fin dal 1941: Sui quasi diecimila membri delle forze armate colpiti, un buon migliaio erano già morti. Ed era poco, e tutto alla gloria della pulizia tedesca, a paragone del 30% di mortalità che abitualmente la malattia comporta. » È Pressac stesso che ci dà tutti gli elementi che mostrano che l'installazione di Birkenau non ha nulla di stupefacente. Le sei muffole del crematorio dello Stammlager sono appena sufficienti, e sono poi soverchiate quando scoppia l'epidemia di tifo. La popolazione carceraria passa da 20. 000 elementi a 200. 000 elementi. Il numero di muffole di incinerazione passa da 6 ad un massimo teorico di 46, ma, tenuto conto delle fermate e degli imprevisti tecnici, sono in realtà molte di meno. E lo si può verificare alle pagg. 47-48 del libro di Pressac, la conclusione sulla "soluzione finale" del problema ebraico» non poggia su nient'altro che su una deduzione attribuita alle SS a partire da questa stupefazione che esse avrebbero provato alla scoperta (?) delle capacità di incinerazione... di installazioni che esse stesse avevano ordinato... e per niente sproporzionate all'uso che da principio era loro attribuito... !!

 

Ma il piatto forte, il cuore del libro di Pressac, è il capitolo IX. La prova documentaria che i revisionisti reclamano da anni, la prova materiale indiscutibile che metterà a tacere ogni contestazione possibile della camera a gas, è in questo capitolo che deve trovarsi. Al punto che, anche se avessero avuto ragione su tutto il resto, i negazionisti» sarebbero smentiti sull'essenziale: la camera a gas è esistita!

Alleluia, si sarebbe tentati di aggiungere.

Il capitolo IX si intitola &laqno;L'Allestimento di Camere a Gas Omicide nei Crematori». La tesi è che delle sbavature», degli sbagli» commessi dagli ingegneri e dagli operai tradiscono l'uso omicida, come camere a gas, di fabbricati inizialmente previsti per essere degli obitori (dove vengono depositati i cadaveri in attesa di essere cremati) e trasformati in camere a gas (da cui ermeticità, introduzione dell'acido cianidrico, evacuazione dei corpi, ecc. ).

Tutta la tesi e tutta l'argomentazione del libro si basano su questa nozione di sbavatura» Citiamo esattamente, dunque, Pressac: Questa singolare domanda si collega alla prima netta "sbavatura criminale", commessa il 27 novembre. È chiamata così ogni indicazione rilevata in un documento qualsiasi (scritto, planimetria, foto) relativo ad un impiego anormale dei crematori e che non può venire spiegato se non con la gassazione massiva di esseri umani. » Se ci facciamo ad esaminare questa singolare domanda», troviamo che quello che è singolare è che Pressac trovi singolare» una domanda banale e che costruisca un romanzo intorno a questa domanda perfettamente normale della Bauleitung, quando i muri maestri dei crematori sono terminati ed è giunto il momento di passare alle rifiniture. La sbavatura criminale» è esplicitata a pag. 60, cinque righe prima della fine. L'operaio incaricato di montare le condotte di aerazione è responsabile di questa prima sbavatura criminale»: Wolter redasse per informare Bischoff una nota intitolata "Disaera-zione dei crematori (I e II)", e nella quale indicava il "locale (cave) per cadaveri 1" del crematorio II con il nome di "locale speciale" (Sonderkel-ler). » In altre parole, l'operaio Wolter che lavora nel sotterraneo del crematorio, sotterraneo rappresentato in tutti i documenti sotto il nome generico di Leichenkeller, obitorio, e che sulle planimetrie è suddiviso in Leichenkeller 1, 2 e 3, in una nota sul proprio lavoro indica la Leichenkeller 1 adoperando la parola Sonderkeller, locale speciale, molto semplicemente per differenziare questo luogo speciale, dotato in via speciale di porta stagna e di valvola di otturazione dell'aerazione, perché, contrariamente alla Leichenkeller 3, divisa in più locali, come uffici, ecc. , e alla Leichenkeller 2, ampia sala dove i corpi vengono spogliati , la Leichenkeller 1 è la sola ad essere specialmente destinata allo stoccaggio dei cadaveri e ad essere spe-cialmente attrezzata per questo, e questa banale notazione sarebbe una... sbavatura... e una prova? Ma di che cosa, vivaddio?

A pag. 61 Pressac, che ha fornito molteplici esempi di impiego perfettamente frequente, banale e anodino del prefisso sonder, reitera la criminalizzazione intempestiva della parola, e scrive: Quarantuno strutture vennero inventariate, così diverse tra loro quanto lo possono essere le baracche per detenuti, i loro servizi igienici e le loro infermerie, le installazioni di spidocchiamento, i quattro crematori, i recinti di filo spinato e le torri di guardia, l'impianto del campo delle guardie SS, la sua Kommandantur, il panificio, le baracche degli operai civili, le strade e i binari della ferrovia collegante Birkenau alla stazione di Auschwitz. Tutti le strutture vennero munite dell'iscrizione seguente:

Oggetto: Kriegsgefangenenlager Auschwitz/

Campo di prigionieri di guerra di Auschwitz

(Durchführung der Sonderbehandlung)/

(Applicazione del trattamento speciale),

il che rappresenta una enorme "sbavatura amministrativa", ripetuta centoventi volte, che conferma categoricamente che da fine novembre-inizio dicembre 1942, il KGL di Birkenau non era più un campo di prigionieri di guerra, ma era diventato, nel suo insieme, il luogo in cui veniva applicato il "trattamento speciale"192. » Pressac ha dunque trovato tra le carte centoventi documenti recanti l'iscrizione Applicazione del trattamento speciale che costituirebbero centoventi sbavature. Ma sicuramente ci sono molti documenti siffatti in ciascuna delle dodici imprese civili catalogate da Pressac come operanti ai crematori. (Ricordo che a fine novembre-inizio dicembre del '42 siamo ancora quattro mesi prima della consegna del primo crematorio di Birkenau e che Pressac, che non sa più molto bene quand'è che comincia il crimine, ha scritto a pag. 55: ... , ma nessuno di questi brillanti ingegneri della Topf ebbe coscienza di avere appena oltrepassato il limite tra il normale e l'anormale»).

 

Si tratta, dunque, di sbavature», oppure, molto semplicemente, dell'applicazione del trattamento speciale» per la quale la SS Werner Jothann, quello che ignorava il contenuto esplosivo dei dossier (pag. 1), aveva ricevuto i pieni poteri in rapporto alle azioni speciali» (pag. 134)? Queste azioni speciali» che consistevano non nello sterminio degli ebrei, ma nella mobilitazione specifica degli uomini e dei mezzi materiali in rapporto allo sviluppo del campo, allo sviluppo della deportazione e ai trattamenti sanitari che si sviluppavano nel Birkenwald, all'estremità del campo, mentre gli altri erano distribuiti nei numerosi altri campi che dipendevano da Auschwitz?

Ma Pressac demolisce lui stesso la sua tesi molto speciale dando, fin da pag. 63, un esempio di azione speciale» che nulla ha a che vedere con una gassazione omicida e con lo sterminio degli ebrei.

Seconda Parte


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GRAPHOS© 1996 -- Campetto, 4 - 16123 Genova.
Titolo originale: De la misère intellectuelle en milieu universitaire et notamment dans la corporation des historiens. Véridique rapport sur un exemple consternant d'aveuglement collectif et de cuistrerie prétentieuse [... ].
A-t-on
lu Pressac? ou Pressac, mode d'emploi
Samizdat, 1995. Edizione italiana a cura di Cesare Saletta. Febbraio 1996.
Secunda edizione riveduta (dicembre 1996)
Il testo originale in francese




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