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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

Cesare Saletta

 

Parte 1/5

 

[7] Benché non sia mancata l'attenzione -- iniziata, ormai tanti anni fa, con una trasmissione della televisione svizzera di lingua italiana, nella quale Robert Faurisson compariva oscurato da un drappo inquietante, e sulle pagine di "Storia illustrata" -- non si puodire che vi sia stato un dibattito italiano sulle posizioni degli storici detti "revisionisti" - specialmente riguardo alla questione dell'Olocausto. Di fatti clamorosi, a cominciare dalla prefazione di Noam Chomsky ad un volume di Faurisson, ne sarebbero successi, e tali da stimolare anche qualche diatriba, stagionale magari, peroenergica. Invece se ne continua si a parlare, nel senso che capita di vedervi fare riferimento, ma in modo occasionale, generico e disinformato.

Destinatari ovvii di un discorso che nega i mezzi e l'entità dello sterminio degli ebrei da parte del nazismo parrebbero essere quegli uomini di una destra estrema cui preme riabilitare i fascismi europei non solo come artefici di un ordinamento statale protagonista di chissà quali novità politiche e sociali, ma innanzi tutto come forze ideali ancora di attualità. A questo proposito, non ci si puonascondere che esiste pure chi, più estremo, è di fatto refrattario ad ogni revisione ed esalta lo sterminio come un programma che non ha potuto ancora realizzarsi completamente. Il revisionismo storico ha attecchito invece presso alcune frange, soprattutto francesi, di quello che si usava chiamare "gauchisme". All'inizio, come già era accaduto con Chomsky, si è trattato di difendere, vincendo magari non pochi attriti psicologici, la libertà della ricerca e delle opinioni anche quando fossero rivoltanti; in seguito - soprattutto a mezzo di Pierre Guillaume e della Vieille Taupe - di compromettersi in una ricerca della verità, costi quel che costi, che si è rapidamente trasformata in una campagna di informazione. E proprio cioche è mancato in Italia, insieme all'inesistente recezione accademica.

L'olocausto è una materia che non si riesce a maneggiare con disinvoltura. Succede di dover riprendere nella propria coscienza temi che sembravano definitivamente sviluppati, per nulla problematici, certi, terribili. Gli argomenti degli storici revisionisti, per quanto possano urtare le suscettibilità ideologiche dei più, sono tuttavia molto semplici: la mancanza, salvo accenni che possono diventare significativi solo pregiudizievolmente, di documenti nazisti che provino la pianificazione dello sterminio in massa degli ebrei; i dubbi che sussistono sulle testimonianze, per le condizioni in cui sono state date; l'implausibilità del meccanismo dello sterminio (leggi camere a gas) cosi come fino ad oggi è stato raccontato. Sono argomenti che si dispongono nel senso delle regole di base dell'indagine storiografica, come di ogni metodologia giornalistica o giudiziaria seria, volta ad accertare i fatti.

E per questo che risposte isteriche, anche se comprensibili, sono fuori luogo. Se si pensa che si possano dare spiegazioni a cioche fra i revisionisti è considerato materiale inutilizzabile, sospetto o addirittura fantasioso, è bene darle fondando la polemica sui fatti, riconoscendo cioè come legittimi quei dubbi che si ammettono per quello che sono in qualsiasi indagine che si rispetti. Ogni resistenza porta invece acqua al mulino di chi ritiene che su questi argomenti una "grande menzogna" effettivamente ci sia stata.

L'autore dei testi qui raccolti, che trattano degli scritti di Pierre Vidal-Naquet, rappresentante di punta del campo antirevisionista, ha militato in quell'ala della "sinistra comunista italiana" che si è soliti definire semplicisticamente "bordighista". Non chiediamo di condividere le certezze cui è giunto. L'argomento è di quelli che richiedono (come egli peraltro ha presente) l'uso sistematico del dubbio. Si vedrà comunque che non vi è nulla di specioso o di esibizionistico nei testi e sarà bene che al dubbio, che da solo puopoco, si accompagni la riflessione.


Prefazione

[9]

Menzionando due dei brevi scritti che qui raccolti rivedono la luce dopo essere usciti privatamente tra l'85 e l'87 Vidal-Naquet ha creduto di dover rilevare che, essendosi, a suo dire, il revisionismo italiano sviluppato - cosa di cui egli è il solo ad avere notizia - intorno a "due personaggi", uno di sinistra (saremmo noi) e l'altro di destra (il riferimento è a Carlo Mattogno), era al personaggio di destra, e non invece a quello di sinistra, che le "Annales d'Histoire révisionniste" (1), pur pubblicate da una casa editrice di sinistra rivoluzionaria, avevano aperto le loro pagine (2). Il gros bonnet tira cosi in ballo una circostanza sulla quale è opportuno che ci si fermi: facendolo ci sarà dato sia di chiarire i motivi che hanno determinato i compagni della Vieille Taupe, la casa editrice delle "Annales", a prender parte a quella campagna revisionistica in cui è spettato loro un ruolo primario, sia di situare nella debita luce l'impegno pubblicistico erogato con oracolare intermittenza dall'"antichista impancatosi mentore civile" per combattere un fenomeno intellettuale, e politico, che turba i sonni di lui e di parecchi altri.

Con la sua osservazione Vidal-Naquet mira ad accreditare presso i meno avvertiti tra i suoi lettori l'immagine che egli vuole loro suggerire delle pretesa evoluzione, o, piuttosto, involuzione politica della Vieille Taupe. Questa sarebbe partita da "Socialisme ou Barbarie" per approdare ad un'impresa - quella revisionistica, appunto - in cui gli originari intenti di sinistra sarebbero confluiti, dimentichi di se stessi e smarrendosi irremissibilmente, con le pulsioni antisemitiche sia dell'estrema destra (varietà vetero e neo-nazista e varietà cattolico-integralista), sia di una parte del mondo islamico. Diciamolo subito: è un'immagine falsata da cima a fondo. L'esigua particella, non già di verità, ma di non-inverosimiglianza sulla quale essa fa leva si riduce al fatto che si puolegittimamente congetturare che sia a destra, e all'estrema destra, piuttosto che a sinistra che fino ad ora abbia trovato accoglimento quella revisione della leggenda olocaustica - la leggenda, cioè, dello sterminio di milioni di ebrei che sarebbe stato attuato in esecuzione ad un piano etnocida e per mezzo specialmente di camere a gas appositamente costruite in alcuni lager (3) -- cui la Vieille Taupe ha consacrato le sue energie dalla fine degli anni '70 in avanti: tutto qui. Questo stato di cose, quand'anche lo si potesse senz'altro dire reale anziché legittimamente congetturabile, si sarebbe pur sempre in diritto di considerarlo soggetto a modifica, ossia provvisorio; e i segni di una modifica nel senso auspicabile da sinistra non mancano, a parte la circostanza che in Francia, grazie a Paul Rassinier, antico militante del Pcf passato nel '34 al partito socialista e che socialista rimase sempre (pur facendo espressa professione di antimarxismo: il che ci separa da lui nel modo più netto, anche se la grosse tête, con il fastidioso pressapochismo che le è peculiare, ci presenta come discepoli di lui (4)), il revisionismo, di cui egli fu il capostipite, ha sempre avuto un'udienza, marginale se si vuole, ma non trascurabile nella sinistra non irreggimentata elettoralisticamente: circostanza cui fa suggestivo riscontro l'atteggiamento di distacco tenuto dalla Nouvelle Droite come tale e nel suo insieme. Il revisionismo ha di fronte a sé una lunga strada da percorrere, non solo per quanto concerne l'approfondimento dello specifico tema in rapporto al quale è sorto (e sotto questo profilo esso puovantare acquisizioni di straordinaria importanza, nel negare oscurantisticamente le quali un Vidal-Naquet fa strame della sua qualità di studioso e si associa ad una compagnia che di certo non gli invidieremo), ma, e ancora più, per quanto concerne la recezione delle sue conclusioni da parte di chi fino ad ora a esso è rimasto estraneo od ostile; e tale, particolarmente in Italia, è il caso dei più tra i militanti delle residue sinistre rivoluzionarie.

O non ne sanno nulla, ed è quello che si constata con la maggior frequenza, oppure ne hanno sentito vagamente accennare e sono passati oltre; e, questo, vuoi perché non hanno colto le implicazioni che dal loro punto di vista la questione è suscettibile di avere (le abitudine mentali diffuse nell'ambiente, e che hanno tanta parte nella soggettiva incapacità di operare per una prospettiva di superamento di una condizione minoritaristica, non li predispone, bisogna riconoscerlo, a cogliere queste implicazioni), vuoi perché nel loro atteggiamento nei confronti dei regimi totalitari di destra sopravvive molta dell'eredità di quella linea di sinistra convenzionale il cui antifascismo, anche nei suoi aspetti più radicali, ha sempre sofferto del limite di stare tutt'intero, anche se non senza contraddizioni intime, all'interno della dialettica tra le forme nelle quali il capitale esercita il suo dominio politico: da cui la sopravvivenza di un riflesso condizionato che li induce a rigettare ogni tematica che appaia loro intrinsecamente di destra (il che non significa affatto che lo sia). Questo punto esige un chiarimento di ordine generale; ci sia percioconsentito di allontanarci per un attimo dall'argomento per precisare che, senza aver mai, in precedenza, pensato il contrario, da lungo tempo noi che scriviamo andiamo sostenendo che ai fini dello sviluppo, e meglio sarebbe oggi dire: della rinascita, della lotta di classe - il reinstaurarsi della quale è epocalmente messo in forse nella maniera più grave dall'interferenza di processi (si pensi, ad esempio, all'afflusso massivo dell'immigrazione afroasiatica, che va ponendo le premesse demografiche e sociali di una tragica sostituzione della lotta tra le razze alla lotta di classe) che troppo spesso, per non dire di regola, da sinistra rivoluzionaria vengono considerati con la solita, vecchia cecità preparatrice di fallimenti futuri e in uno spirito di desolante incoscienza - ci si deve augurare che la democrazia borghese abbia, si, pieno campo a dispiegare tutto il suo squallore e tutta la sua degradazione, ma senza portare alla ricomparsa di regimi assimilabili a quelli che abbiamo conosciuto nell'interguerra, giacché l'esito più certo di una svolta siffatta sarebbe il soffocamento dei germi di ripresa della lotta anticapitalistica e il rinverdimento di quelle illusioni democraticistiche contro la possibilità di ricaduta nelle quali un'esperienza di mezzo secolo non è valsa a vaccinare sul serio neanche cioche ancora residua di forze antisistema: quando, or sono settant'anni, Bordiga affermava che il peggior prodotto del fascismo sarebbe stato l'antifascismo manifestava una percezione sicura dell'avvenire. Caldeggiando l'opera di revisione siamo, quindi, lontani quanto più non si potrebbe dal civettare retrospettivamente con i prototipi di regimi nel cui riaffacciarsi vedremmo il prodromo della peggiore delle iatture. Cioposto, crediamo che multinazionalmente e transnazionalmente enormi interessi - ora probabilmente fatti più aggressivi dal venir meno della bipolarità Usa-Urss, dalla riunificazione tedesca, dal pur problematico ruolo dell'Europa, e della Germania nell'Europa, dagli attriti tra i partners europei - premano senza posa, ben consapevoli, anche senza aver letto Orwell, del fatto che "chi controlla il passato controlla il futuro", per l'enfatizzazione della scelleratezza di quei prototipi, e innanzitutto di quello nazista, adoperandosi a far si che il passato non passi davvero mai e mettendo, come ieri se non di più, sul loro conto non solo cioche essi fecero (e che non era, poi, granché diverso da ciodi cui si macchiarono e di cui hanno continuato a macchiarsi i loro avversari del '39-45 (5)), ma anche cioche essi, magari, sarebbero stati moralmente capacissimi di fare -- non era certo di umanità che erano ricchi... -, ma che nondimeno non fecero.

La critica revisionistica non solo è meritevolissima di quel rispetto che non va mai lesinato alla capacità di andare controcorrente quando l'andare controcorrente corrisponda ad altro che non sia soggettivismo imbecille o estetistico prurito di épater le bourgeois, ma è altresi meritevolissima di attenzione sia per i risultati cui mette capo sul terreno della conoscenza storica (risultati che, su quello stesso terreno, tanto più ci sembrano apprezzabili quanto meno riescono graditi al nulla lardoso e sonoro corrispondente alla seconda carica istituzionale della nostra repubblica borghese), sia in quanto costituisce un efficace strumento per evidenziare alcuni di quegli interessi, e non dei minori, a partire dall'individuazione puntuale delle forze da cui, oltre che dalla persistenza dei miti dell'antifascismo e del resistenzialismo, è alimentata la reazione rabbiosa che essa si trova di continuo a fronteggiare. Gli interessi cui ci riferiamo non sono, sia chiaro, solo ebraici (e questi, d'altro canto, non sono riducibili a quelli, peraltro ingentissimi, che l'opinione pubblica israeliana, convinta bensi della realtà del genocidio, ma smagata, motteggia usualmente come Shoah-business: il che ci riporta a "la vigna che rende cosi bene"); e, per non lasciare spazio a equivoci, aggiungeremo che sarebbe gravemente mistificante parlare degli ebrei come dei rois de l'époque, come faceva ai tempi di Luigi Filippo e dell'enrichissez-vous! Alphonse Toussenel, lo storico fourierista della féodalité financière, per il quale, del resto, juifs erano anche i protestanti, gli inglesi e gli olandesi; ma che in misura cospicua siano interessi non già degli ebrei, ma della élite economica ebraica, della porzione ebraica della élite economica mondiale, è incontestabile.

Tacciarci di antisemitismo per questa e siffatte constatazioni sarebbe tanto idiota quanto tacciare di antisemitismo un Carlo Cattaneo che, mentre criticava le interdizioni legali di cui erano vittime gli israeliti, non mancava di ricordare come all'epoca calcoli attendibili indicassero in loro i detentori dell'ottava parte del numerario esistente nel mondo. Sarebbe somma ipocrisia fingere di non vedere che, nella forma storica assunta dal capitalismo nel mondo euroamericano, questa porzione della élite, integrata come forse nessun'altra nell'economia e al tempo stesso autosegregata socialmente in base ad un criterio di specificità culturale, ha acquisito un peso che non ammette sottovalutazioni: uno dei frutti avvelenati di cui ci gratifica il capitalismo sinistramente sopravvissuto alla fase storica nella quale il proletariato sembroavviato a distruggerlo a breve o a medio termine è il riproporsi di una questione ebraica. A questi interessi, il cui centro di gravità è negli Usa, si intrecciano quelli specificamente sionisti; e gli ambienti sionisti (a proposito dei quali, cosi come a proposito della élite economica ebraica, non ci stancheremo di ripetere, contro ogni ossessione antisemita, che sarebbe arbitrario fare tutt'uno di essi e di quelli ebraici in genere, per deplorevolmente appiattiti che i secondi siano sui primi in forza di un groviglio di equivoci carico di possibili conseguenze nefaste) sono permanentemente mobilitati in funzione antirevisionistica in una con quella élite e con gli esponenti intellettuali di quei settori dell'ebraismo che si muovono in un'ottica di apartheid: a tale riguardo valga per tutti il nome di quell'autentico tarantolato che è Elie Wiesel. Nella frenesia antirevisionistica di tutto questo mondo traspare la piena consapevolezza del fatto che lo sbriciolamento del suo mito di fondazione toglierebbe ad Israele la possibilità, preziosa sotto ogni rapporto, di far pesare sul mondo intero o poco meno il rimprovero di una corresponsabilità nel prodursi di una tragedia la quale nei termini consacrati dalla vulgata olocaustica non ebbe luogo mai. Tragedia vi fu, ma, per minor sventura, si articoloin termini del tutto diversi, in meno peggio, da quelli fissati nel mito.

Com'è evidente, le "Annales" non sono state né sarebbero potute essere una rivista di sinistra rivoluzionaria. Ma nemmeno sono state una rivista cui si potesse attribuire una fisionomia politica nel senso proprio della qualificazione. Sul piano politico non hanno rappresentato nulla che assomigliasse ad una convergenza. Sono state, invece, il punto d'incontro di individualità eterogenee per formazione, di sinistra non meno che di destra, e ciascuna di queste individualità rappresentava esclusivamente se stessa. Cioche va sottolineato è che, cosi come l'impegno operoso della Vieille Taupe aveva infranto di colpo al cadere degli anni '70 il monopolio per l'addietro esercitato dalla destra sulla tematica revisionistica, cosi questo punto d'incontro (e con esso uno spazio di libertà) veniva ad esistere grazie ad un'iniziativa di sinistra: vogliamo dire grazie ad un'iniziativa che era di sinistra non solo per riflesso della posizione inequivoca del gruppo editore, ma per essere sottesa dal convincimento che, indipendentemente dalle opinioni soggettive di questo o di quello tra i revisionisti, dai dati che essi fanno emergere emana una sollecitazione, tanto più pressante quanto più è imponente il materiale conoscitivo ormai accumulato in questa ricerca, ad una ripresa di quella riflessione sul ruolo della menzogna nell'ordine sociale borghese che accompagnosempre il pensiero e la prassi del movimento socialista ai tempi in cui era assiomatico che "dire la verità fosse rivoluzionario" (Lassalle) e che "la verità fosse di sinistra" (Rassinier); ai tempi, cioè, in cui, partecipi, ad onta dell'enorme distanza che sotto tutti i profili immaginabili intercorreva tra di loro, del medesimo clima e del medesimo convincimento, Pietro Gori poteva porre in epigrafe alla sua edizione del Manifesto dei comunisti il detto evangelico secondo cui "voi conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" e Lenin dava il nome di Pravda al giornale dei bolscevichi. Da quella persuasione il pensiero socialista non si è discostato neanche nei decenni del disastro, e Bordiga continuava a definire la verità come il solo ossigeno della rivoluzione. Questo convincimento può, certo, venire irriso da filosofastri di varia osservanza, ma non è minimamente affetto da quell'ingenuità di cui gli ha spesso fatto carico la faciloneria dei suoi critici.

Esso ha una precisa base filosofica (ci si permetta la digressione) e poggia sulla coscienza del fatto che, stanti i condizionamenti storici e sociali di ogni sforzo inteso a ottenere una rappresentazione approssimativamente esatta dei nessi interni a cioche è materia di esperienza sensibile, il conseguimento di questa rappresentazione è subordinato, oltre che all'impiego di strumenti logico-sperimentali adeguati, all'assunzione in ogni ciclo storico di un punto di vista socialmente definito come quello correlato a interessi obiettivamente non suscettibili di entrare in conflitto con il livello di conoscenza che, indipendentemente da ogni considerazione di essi, si puoconseguire in quella data congiuntura storica; dal che discende che, nel ciclo segnato dal contrasto tra capitale e lavoro, il punto di vista che puoconiugare obiettività e partitarietà è quello attingibile quando ci si collochi sulla linea esprimente la dinamica storica di quegli interessi che non sono soggetti a venir lesi da un qualsivoglia sapere reale, in quanto qualsivoglia sapere reale è omogeneo a quello stesso sapere che permette di prevedere (in via morfologica, avrebbe detto Antonio Labriola) il loro soddisfacimento avvenire dallo sviluppo delle contraddizioni connaturate al modo di produzione capitalistico, base della forma-limite di società divisa in classi. Ma rappresentazione tendenzialmente esatta di cioche è materia di esperienza sensibile non è altra cosa che quella che si usa designare con l'espressione verità. Tra verità e interessi di fondo della lotta per il socialismo non c'è contrasto per la buona ragione che obiettivamente non puoesserci. Non v'è dubbio possibile: quando "la verità, che era di sinistra, si rifugia a destra e all'estrema destra", come parve a Rassinier che stesse accadendo, questo significa infallibilmente che la sinistra versa in uno sfacelo gravissimo. La scommessa storica è che anche da questo sfacelo, che data dagli anni '20, dal mancato estendersi all'Occidente della Rivoluzione d'Ottobre e dal conseguente Termidoro staliniano, essa si risolleverà.

Che, in specie, la verità sull'asserito sterminio abbia una potenzialità eversiva, non solo rispetto a quella "soluzione" reazionaria della questione ebraica che è il sionismo, ma altresi rispetto alla persistenza - persistenza non in forma di semplici relitti depositati dalla storia passata, ma come elementi costitutivi di una mentalità ben radicata e diffusa - degli orpelli ideologici sovrapposti nel '39-'45 dalle potenze "democratiche" ai loro appetiti imperialistici, lo dimostra la sordida persecuzione condotta -- soprattutto nel paese di Vidal-Naquet -- contro i revisionisti, ai quali è imposto il cimento di dimostrare con la loro tenuta che "il coraggio consiste nel cercare la verità e nel dirla" (Jaurès). C'è bisogno di precisare che l'intellettualità democratico-borghese, quella stessa che paventa il sonno della ragione, quella stessa che si riempie la bocca di liberalismo e neoilluminismo, non trova nulla da ridire a proposito di questo accanimento repressivo? La viltà della categoria è notoria. Quello che mette conto di notare -- non certo ai fini di una constatazione di impensabili convergenze politiche -- è l'obiettiva ironia di uno stato di cose nel quale, in concreto, i diritti della ragione li difende, piaccia o non piaccia, anche gente di destra: quelli, cioè, tra i revisionisti che, in quanto privati, hanno idee di destra e che, quando mantengono il loro revisionismo sul piano della serietà senza attendersene la riprova di un'immaginaria "cospirazione ebraica", si mettono poi - ma questo è affar loro - in contraddizione con una delle storiche componenti del loro mosaico ideologico.

Uno spazio di libertà, abbiamo detto. Più all'immediato, infatti, l'iniziativa concretatasi nelle "Annales" si prefiggeva di offrire una possibilità di espressione a ricercatori sottoposti all'ostracismo più rigoroso da parte dell'intero establishment politico, giornalistico, accademico e culturale: si trattava, senza dubbio, di un obiettivo minimale, ma questo obiettivo rappresentava la precondizione del progredire di un insieme di conoscenze reali, e dunque dell'utilizzazione politica di esse. E a partire di qui che va considerata la faccenda del trattamento preferenziale che, a prestar fede alla grosse tête, la Vieille Taupe avrebbe usato al personaggio di destra rispetto a quello di sinistra.

Il Mattogno, oltre che un personaggio di destra, è qualcosa più che un revisionista. Il vedere i suoi lavori apparire per i tipi de La Sentinella d'Italia e de La Sfinge (ma noi, pur non conoscendolo, sappiamo di passi da lui fatti or è qualche anno, e rimasti infruttuosi, in tutt'altra direzione) ci reca un disappunto non inferiore a quello che ci procura il sapere che egli vota, o votava, radicale (6). Ma, in definitiva, il giudizio che si dovrà dare di quei lavori non lo si potrà far dipendere da quello che si riterrà di dare della soggettività politica del loro autore. Sarebbe incredibilmente ingenuo immaginare che tra questa e quelli non viga un rapporto, e un rapporto stretto; sarebbe non meno ingenuo pretendere che l'esistenza di un tale rapporto abbia come necessaria conseguenza quella di invalidare la loro sostanza. Se la sostanza sarà invalidata, lo sarà da altro, non certo da questo. Senza il minimo dubbio, i convincimenti politici del Mattogno avranno avuto parte nel determinare i suoi interessi intellettuali: questo dovrà indurre ogni persona sensata a considerare i lavori di lui con la massima circospezione, con la massima diffidenza, anzi; non, però, a rigettarli a priori, per sospettabile che sia un revisionismo che si accompagni ad un orientamento di destra. Li si rigetterà se sarà dato di toccare con mano che quei convincimenti non hanno avuto parte soltanto nel suscitare quegli interessi, ma hanno anche interferito nell'indagine: ad esempio, suggerendo al Mattogno di fare sua, tra le varie conclusioni che si potevano trarre da un certo insieme di elementi, quella che meglio si adattava ai suoi pregiudizi, se ha dei pregiudizi, e di farla sua solo per questo.

Tutto quello che si puoesigere da un ricercatore è che la sua tendenziosità, che è un fatto naturale e comune a tutti, non superi un limite del genere. I suoi lavori il Mattogno li pubblica: con ciostesso li espone, e si espone, al giudizio dei lettori, ivi compresi, e siano benvenuti, quei lettori dei quali si deve supporre che non siano propriamente ben disposti nei confronti della tesi che egli sostiene. A questi lettori non mancherà, magari, la possibilità di bollarlo come falsario, ma per farlo debbono essere in grado di dimostrare -- di dimostrare -- che egli si macchia di falso. Non provarcisi neanche e dare per inteso che quei lavori sarebbero squalificati per le opzioni ideologiche dei loro autori o, addirittura, per la loro propria essenza sarebbe un fare carta straccia, non diciamo dell'intelligenza, diciamo dell'umile buon senso. Eppure, per quattro quinti o, piuttosto, per nove decimi la polemica antirevisionistica di Vidal-Naquet si regge su di un presupposto siffatto. A quei lavori, come a quelli di qualunque altro revisionista, bisognerà almeno gettare un'occhiata per capire come li si debba catalogare: se come esercizi di fantastoria o, all'opposto, come ricerche non manifestamente prive dei requisiti della ricevibilità; e della ricevibilità di un'indagine nessuno - neppure un professore della Sorbona - puodecidere né in base alla soggettività del ricercatore né in base alla natura dell'oggetto dell'indagine; se se ne volesse decidere in base a questo secondo criterio, che è quello usualmente, e interessatamente, applicato alle indagini dei revisionisti, ciosignificherebbe conferire a certi temi lo statuto di tabù. Sembrerà un'invenzione, ma in Francia a tanto si è effettivamente arrivati quando si è varata una legge che imbavaglia chi non è disposto a giurare sulla storicità dell'olocausto: non siamo ancora alla pratica brezneviana dell'internamento sistematico dei dissenzienti in manicomio (7), ma la logica sottostante è la medesima. E, allora, nasce un interrogativo, invero di soluzione non ardua: nella defunta Urss era la nomenklatura che si intendeva tutelare, ma nella Francia degli anni '90 quali interessi sono tanto forti da ottenere, in deroga all'indirizzo generale della legislazione del paese, una protezione cosi gelosa e, diciamolo, cosi scandalosa? Nessuno, ma proprio nessuno, si è ingannato: il bavaglio è stato imposto perché, con possibile pregiudizio di quegli interessi, gli antirevisionisti erano paurosamente a corto di argomenti e perché, quindi, l'alibi del "dibattito che era escluso" era sempre meno sostenibile.

Queste conclusioni non troveranno d'accordo, ciova da sé, Vidal-Naquet, ma dalle considerazioni che le precedono non potrà decentemente disconvenire chi, come lui, non ha esitato a farsi grand patron di un Jean-Claude Pressac sorvolando sulla circostanza che il Pressac (senza essere mai stato un revisionista, checché ne dica il luminare) è un naziskin di mezza età e badando, per contro, solo alla circostanza che, a differenza di quelle del Mattogno, le ricerche del naziskin di mezza età sembrano convalidare -- il che, però, è tutto fuor che pacifico (8) -- qualcosa che assomiglia, anche se un po' molto da lontano, all'ortodossia sterminazionistica; ma se, per implicito o per esplicito, ne disconverrà (ne ha già subite tante di violazioni, la decenza!), allora bisognerà ammettere che due e due fanno quattro e che Vidal-Naquet offre la palmare dimostrazione del fatto che si puoessere colonne portanti dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales e nello stesso tempo nutrire una ben singolare idea e della ricerca scientifica e della libertà della medesima. La cosa era già nota dal 1979.

Quello che il sant'uomo lascia virtuosamente in ombra è che a tutt'oggi il Mattogno rimane l'unico studioso che l'Italia abbia dato al revisionismo, mentre è stato di tutta evidenza fin da principio come chi qui scrive non sia se non un semplice lettore che ha sentito la necessità di dar voce alla persuasione maturata in lui dopo che aveva preso coscienza dei reali termini del problema; e questa persuasione si è irrobustita via via che egli ha constatato cioche chiunque puoconstatare solo che lo si metta sull'avviso, vale a dire che l'ortodossia cui tanto tengono l'ellenista, lo Stato-ghetto israeliano e i suoi legati in partibus infidelium è risoluta a perpetuarsi ricorrendo, quando altri mezzi riescano insufficienti, alla calunnia, alla frode, alla sopraffazione e alla violenza spregiudicatamente impiegate ai danni di chi, servendosi dei normali metodi dell'analisi e della critica storica, di nient'altro che di quei metodi contro la cui applicazione (è necessario batterlo, questo chiodo) nessuno trova alcunché da ridire quando si tratta di un qualsiasi problema che non sia quello della persecuzione nazista, vuol controllare la fondatezza di quell'ortodossia.

Ora, la calunnia, la frode, la sopraffazione e la violenza sono tutte cose per vedere le quali il gros bonnet non ha avuto bisogno di guardare al di là dei confini francesi: i magistrati, rarissime eccezioni a parte, ligi fino all'assurdo alle pressioni esercitate dalle sfere ministeriali da cui dipendono o solleciti per proprio conto a non urtare suscettibilità che vanno risparmiate ad ogni costo; le innumerevoli angherie amministrative; una stampa che non ci pensa due volte a disonorarsi col ricusare ogni effettivo diritto di replica a chi da essa viene attaccato nella maniera più velenosa; firme illustri del giornalismo (democratico, che diamine!) che si sono espresse in termini che erano un invito appena camuffato, quando pure era camuffato, all'aggressione fisica; l'emendamento antirevisionistico fatto oscenamente scivolare di soppiatto, nottetempo, all'insaputa della commissione parlamentare competente, dal guardasigilli Chalandon in un progetto di legge contro lo spaccio di stupefacenti; la legge liberticida Fabius-Gayssot che reprime duramente ogni pubblica espressione di idee revisionistiche erigendo le "verità" olocaustiche di Norimberga a dogmi dell'ordinamento repubblicano; la vita resa impossibile alla Vieille Taupe; il vetrioleggiamento di Michel Caignet; l'atroce pestaggio inflitto a Faurisson da squadristi delle organizzazioni paramilitari sioniste che sapevano di poter contare sulla sperimentata disattenzione della polizia; l'auto imbottita di esplosivo con cui venne eliminato a suo tempo François Duprat, che era, non c'è motivo di celarlo, un uomo di destra. Non c'è dubbio: tutti questi sono mezzi che provano, si, qualcosa, e qualcosa di importante, ma contro chi li adotta, non contro chi li subisce; e lo stesso si dica della speculazione ogni giorno rinnovata sui sentimenti e le psicosi di chi dal dramma che investi l'ebraismo europeo durante la seconda guerra mondiale ha riportato ferite che lo stravolgimento di quel dramma ha reso, da gravissime che erano, insanabili: come si voleva che fossero. Dire le cose che abbiamo detto nell'85-87 aveva un senso qui da noi, dove il pubblico, e non solo il grande pubblico, era - se si eccettuano qualche isolato e la minuscola frazione che aveva letto Rassinier nell'ottica deformante della hitleroevolomania - all'oscuro di tutto. Ma il pubblico francese non aveva alcun bisogno che gliele andasse a dire un italiano: da un pezzo le aveva sotto gli occhi. Viceversa, gli studi del Mattogno, proprio perché tali, proprio perché accrescono un patrimonio di acquisizioni del quale noi non siamo se non dei fruitori, potevano e possono venir conosciuti con profitto anche fuori d'Italia. Il personaggio di sinistra confida che anche ad altri apparirà condivisibile questo suo giudizio: che bene fecero le "Annales" a non farsi guidare da considerazioni di schieramento e a pubblicare percioquel che scriveva lo studioso, e non invece quel che scriveva il semplice lettore.

Ma qui quel che scriveva il semplice lettore puoforse avere una qualche utilità ancora oggi: qui la disinformazione continua ad essere massiccia e non mancano le cerchie in cui, all'opposto che nel suo paese, un Vidal-Naquet è considerato all'incirca come un guru. Fortunatamente non mancano, però, neanche gli indizi di un fenomeno che il guru e i suoi accoliti sembrano non aver messo in conto: la curiosità per il revisionismo è andata cosi crescendo dall'85, grazie proprio a cioche se ne è conosciuto, quantunque in forma distorta, attraverso le astiose banalità del professore, che ci si puosolo compiacere del fatto che ora egli torni o che lo si faccia tornare alla carica. Non ci giureremmo, ma neppure ci sentiremmo di escluderlo: in futuro la grosse tête potrebbe passare per colui che più efficacemente di chiunque altro avrà agevolato lo sviluppo del revisionismo in Italia. Sarebbe un bel caso di eterogenesi dei fini!

Salvo correggere trascurabili errori di stampa, completare i dati bibliografici di una o due tra le opere citate e ripristinare nella sua integrità il passo di Bordiga riportato a p. 58, passo del quale nell'85 erano saltate alcune parole in fase di fotocomposizione, lasciamo gli scritterelli che seguono cosi com'erano; alcune note a pie' di pagina, accompagnate dall'indicazione tra parentesi dell'anno corrente, segnalano qualche inesattezza, chiariscono qualche punto particolare, ecc. In appendice un articolo di Robert Faurisson risalente al 1988 fornisce al lettore una buona panoramica delle conoscenze acquisite negli studi revisionistici sul finire del decennio passato.

Cesare Saletta

 

Note

(1). Uscite in 8 fascicoli tra la primavera dell'87 e quella del '90; li si puorichiedere alla Vieille Taupe, B.P. 9805, 75224 Paris Cedex 05. Cessate le "Annales", è subentrata la "Revue d'Histoire révisionniste", della quale sono apparsi 6 fascicoli tra maggio-luglio del '90 e maggio del '92. Anch'essa è tuttora disponibile: "Revue d'Histoire révisionniste", B.P. 122, 92704 Colombes Cedex (Francia).

(2) P. Vidal-Naquet, Les Assassins de la mémoire, La Découverte, Paris, 1987, p. 210, n. 64; trad. ital.: Gli assassini della memoria, Editori Riuniti, 1993, p. 158, n. 64. Il libro -- nel quale figurano anche vecchie cose, e tra esse (rivisto nel maggio dell'87: quasi fosse roba intorno alla quale mettesse conto di lavorare) il penoso saggio dell'81 -- prende il titolo da un nuovo scritto, pp. 97-136, la cui lettura va raccomandata a chi voglia rendersi conto della pneumatica vacuità dell'argomentare dell'antichista. Il climax la grosse tête lo raggiunge con una considerazione di cui non vogliamo defraudato il nostro lettore: "bisogna acconciarsi al fatto che a questo mondo ci sono i Faurisson come ci sono i macroe i produttori di film pornografici" (p. 134). V. la recensione di V. Mansour Monteil (antico resistente, islamista insigne), "R. d'Hist. rév.", no 2, novembre-dicembre 1990 / gennaio 1991, pp. 155-67.

(3) Questa specificazione: piano -- camere a gas -- campi di sterminio, è estremamente importante: nessun revisionista serio nega che massacri di ebrei abbiano avuto luogo fuori dai campi. Se in base ad un piano, questo piano non è stato mai trovato, il che, tenuto presente l'accanimento con cui se ne è fatta ricerca, lascia pensare non sia mai esistito. Se non un piano, allora, direttive generiche e non episodiche? Puoessere. Quanto al numero delle vittime, la questione delle perdite ebraiche ascrivibili alla persecuzione nazista è stata trattata da Rassinier in un libro del '64 di cui parliamo nel testo a proposito della combinazione di sfrontatezza e di elusività con cui l'ellenista fa mostra di liquidarlo. Leggiamo che il demografo statunitense Sanning, in un lavoro di cui non abbiamo diretta conoscenza, ha affrontato poi di nuovo il tema pervenendo a conclusioni che confermano quelle di Rassinier.

E interessante il fatto che di questi massacri fuori dai lager (e, ça va sans dire, non eseguiti a mezzo di camere a gas) all'epoca si è potuto in almeno un'occasione avere notizia in Italia attraverso organi di stampa che andavano per le mani di tutti. Verso la fine del '42, a Bucarest, l'Istituto italo-romeno di studi demografici e razziali editava un volumetto, Il problema della razza in Romania, in cui l'antropologo Guido Landra, uno dei firmatari del manifesto fascista sulla razza, riuniva una serie di suoi articoli apparsi l'anno avanti ne "Il Tevere", ne "La Difesa della Razza" (del cui comitato di redazione il Landra faceva parte) e ne "Le Vie del Mondo". Ora, in uno di questi articoli il lettore italiano aveva potuto leggere queste infamie: "Siamo certi che con la riannessione di questi territori [Bessarabia e Bucovina] alla madrepatria romena, la questione ebraica sarà risolta radicalmente. La fucilazione di cinquecento giudei a Jasi, colpevoli di avere tentato di colpire alle spalle le vittoriose armate romeno-tedesche, è a questo riguardo molto significativa" (p. 168; cfr. p. 195 [Conclusione, dat. Bucarest, novembre 1942]: "molti [sono gli ebrei] che hanno pagato con la vita le colpe della loro criminosa attività antinazionale". Nondimeno -- sia detto a proposito della latitudine di significato conferita dall'uso razzistico del tempo a parole quali "eliminazione" e "soluzione" -- l'eliminazione di "grandi masse di zingari asociali [...] dalla Romania" corrisponde, p. 194, al loro avviamento "ai campi di concentramento della Transnistria", e la Moldavia, la Bucovina e la Bessarabia "hanno vista finalmente risolta una questione che si trascinava da anni" grazie, p. 196, alla deportazione in Transnistria della "maggior parte degli ebrei". Si veda, però, anche la considerazione sinistramente ambigua che figura alle pp. 165-166).

(4) Ibid.; ibid.

(5) Una pagina particolarmente bieca la scrissero americani e francesi a guerra terminata, causando la morte per fame, stenti e maltrattamenti di circa un milione di militari tedeschi in mano loro. Lo ha rivelato un coraggioso pubblicista canadese, James Bacque, in un libro di cui Mursia ha pubblicato quest'anno l'edizione italiana: Gli altri lager. I prigionieri tedeschi nei campi alleati dopo la seconda guerra mondiale. Vogliamo qui ricordare le sconsolate considerazioni che questo eccidio perpetrato a freddo, nel quale giganteggiano le responsabilità di Eisenhower e di De Gaulle, ha suggerito a Guido Almansi, che scrisse ne "La Repubblica", ... novembre (?) 1990, del libro del Bacque quando ne usci l'edizione inglese. Va notato che l'Almansi non rinuncia ad accennare un paragone tra il libro del Bacque e "quello di Faurisson": quale, "quello di Faurisson"? Salvo errore, siamo in presenza, duole dirlo, del consueto parlare per sentito dire.

(6) Sua dichiarazione riportata da Mario Scialoja, "L'Espresso", 27 maggio 1990. Articolo informatissimo, questo dello Scialoja: chi qui scrive si muove "sulla scia di Mattogno [!], ha scritto qualche articolo per "Storia Illustrata" [!!!] e un libro [!] "in risposta" allo storico francese Pierre Vidal-Naquet".

(7) L'aggettivo sistematico non è pleonastico: sporadicamente contro i revisionisti si è fatto ricorso ai manicomi. Vedi il caso di Ditlieb Felderer, cittadino svedese di origine tedesca. Vedi il caso di Joseph G. Burg (Ginsburg), cittadino tedesco di origine romena ed ebreo osservante, autore di vari lavori, testimone della difesa nel secondo processo contro E. Zündel; alla sua morte (1990) le autorità rabbiniche non hanno permesso la sua inumazione nel recinto ebraico del cimitero dove già riposava sua moglie (sulla tomba della quale egli, nel '75, era stato aggredito da un gruppo di giovani sionisti). Su questa nobile figura: R. Lenski, Un Juif révisionniste témoigne à Toronto, "R. d'Hist. rév.", no 5, novembre 1991, pp. 23-29.

(8) V. il lungo esame che R. Faurisson ha consacrato all'opus magnum del Pressac (una "aubaine pour les révisionnistes", secondo il professore francese) pubblicato nell'89 da The Beate Klarsfeld Foundation, New York, "R. d'Hist. rév.", n° 3, novembre-dicembre 1990/gennaio 1991, pp. 64-154; Mark Weber ne aveva già scritto nel medesimo periodico, no 2, agosto-ottobre 1990, pp. 163-70.
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seguènte

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Prefazione di Cesare Saletta a Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet. (1993)
Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta da Arturo Peregalli. La compra de questo libro da une libreria e fortamente consigliata..




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