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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

Cesare Saletta

 

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L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet

A proposito dell'edizione italiana di un suo libro (1/2)

(1985)

[23]

Per una corretta comprensione delle pagine che seguono s'impongono due avvertenze.

La prima è che questo opuscolo non si prefigge di rispondere al Vidal-Naquet antirevisionista: la risposta che gli era dovuta gli è stata data da quegli stessi contro cui egli tra l'80 e l'82 aveva rovesciato un torrente di pseudoargomenti e di vituperi; ed è stata tale da indurre il nostro personaggio a tacere. Ma a tacere in Francia: infatti, mentre rinuncia a rivolgersi ancora ad un pubblico che comincia ad essere informato quel tanto che basta a far si che le mistificazioni corrano il rischio di apparire per cioche sono, Vidal-Naquet -- come avremo ripetute occasioni di ricordare -- vuol parlare in Italia, dove in grandissima parte il pubblico ignora sia i termini della questione che costituisce la materia del contendere, sia il fatto che le repliche oppostegli hanno, appunto, consigliato Vidal-Naquet ad attenersi nel suo paese ad un saggio quanto significativo silenzio -- un silenzio, peraltro, che egli aveva previsto per tempo e per il quale si era munito di un'anticipata, ma insostenibile, giustificazione. Non a caso il sottotitolo di questo piccolo scritto rimanda all'edizione italiana del libro che riunisce la quasi totalità delle povere cose che egli ha pubblicato contro i revisionisti.

La seconda avvertenza la forniremo sotto forma di domanda; una domanda in cui è implicita una protesta; una domanda che già da sola dovrebbe dissipare la confusione che viene mantenuta a disegno su di un punto essenziale: che cosa deve intendersi per "antisemitismo"? Ogni atteggiamento, forse, che non sia di supina acquiescenza nei riguardi dello Stato sionista e della sua ideologia? Ogni non conformistica indagine su scopi, natura ed esiti della più drammatica persecuzione che l'ebraismo abbia conosciuto in epoca moderna? O non, piuttosto, una squallida attitudine discriminatoria e vessatoria nei confronti di un determinato gruppo di uomini? Fino a che le parole hanno un senso, la risposta non puoessere dubbia; e questa risposta ci dice che si puoe si deve coniugare l'antisionismo e l'esercizio della libera ricerca in materia storica con il più convinto rispetto per quello specifico fenomeno culturale che è l'ebraicità e con la più recisa condanna di ogni pulsione persecutoria nei riguardi di essa. Attenersi saldamente a questa linea è l'unico mezzo per vanificare l'obliquo espediente di cui si servono i corifei del sionismo, in partibus infidelium come a Tel Aviv, per coprire d'infamia i loro avversari. Nella questione cui dedichiamo il presente opuscolo, con quei corifei è allineato Vidal-Naquet, il quale, senza essere antisionista, non è neppure sionista e le cui vedute sul nodo palestinese si possono considerare combacianti con quelle che - in una prospettiva del tutto difforme dalla sua - sono anche le nostre. In questa occasionale contiguità tra noi e lui ravvisiamo una ragione di più per bollare come spregevole il suo tentativo di dipingere il revisionismo, che rivendichiamo da posizioni di sinistra rivoluzionaria, come un rigurgito antisemitico.

***

I "tanti amici italiani" di Vidal-Naquet i quali hanno, "in un modo o nell'altro, reso possibile questa traduzione" de Les Juifs, la mémoire et le présent (Maspero, Paris, 1981), e che percioegli ricorda in quella specie di tabula gratulatoria con cui si apre la prefazione a Gli ebrei, la memoria e il presente (Editori Riuniti, Roma, 1985), hanno permesso all'autore, lo sappiano o no, di aggiungere una nuova malefatta alle non poche di cui si è reso responsabile da quando ha deciso, forte della sua qualità di pezzo grosso del mondo accademico-pubblicistico-editoriale del suo paese, di segnalarsi nella canea ivi scatenata contro la scuola revisionistica, canea nell'alimentare la quale egli ha avuto un ruolo di tutto rilievo. Se già dell'edizione francese si puodire che il senso delle parole più usuali sarebbe stato puramente e semplicemente rovesciato ove a Vidal-Naquet fosse mai venuto in mente di scrivervi a mo' di epigrafe quella frase di Montaigne: C'est ici un livre de bonne foi, lecteur, l'apposizione di questa medesima frase in epigrafe all'edizione italiana avrebbe rappresentato il coronamento di un'anche più sfrontata violazione dell'abbicci della probità intellettuale. Il coronamento manca, la violazione anche più sfrontata delle precedenti c'è. In che consiste?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna cominciare con l'occuparsi dell'"equivalente sul piano intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di stampa". Prima ancora, però, si dovrà tener presente che nella sua stragrande maggioranza il pubblico italiano è tuttora all'oscuro della questione storica e politica che oppone la scuola revisionistica a quella in appoggio alla quale Vidal-Naquet non esita a fare strame del più elementare decoro di studioso. Una rapida premessa informativa è dunque necessaria.

* * *

Coloro che sono sulla cinquantina, i loro figli e ormai i loro nipoti hanno appreso o stanno per apprendere fin dai banchi di scuola che la persecuzione cui l'ebraismo è stato fatto segno dal regime nazista mirava alla sua eliminazione fisica; che questo obiettivo venne realizzato principalmente mediante gassazioni di massa consentite da appositi impianti; che, se la realizzazione fu incompleta, lo si dovette al corso degli eventi bellici e alla disfatta della Germania; che l'esito di questa persecuzione si riassume nella cifra immane di sei milioni di morti. Sono nozioni cosi profondamente radicate nelle coscienze da apparire come verità chiare di per sé, chiare al punto che la possibilità stessa che vengano discusse, revocate in dubbio, negate, riesce per i più inimmaginabile.

Esiste tutta una storiografia, o sedicente tale, sull'argomento; a monte di essa, in sordina, al riparo da sguardi profani e da orecchi indiscreti, convivono in concordia discors due tendenze interpretative. Cioche le unisce è l'assunto della veridicità del genocidio a mezzo della camere a gas: entrambe sono, dunque, sterminazionistiche. Cioche le divide è la questione del quadro nel quale andrebbe collocata la pratica delle soppressioni di massa. Per gli intenzionalisti questo quadro avrebbe corrisposto ad una precisa volontà etnocida nutrita dai vertici della dirigenza nazista e questa volontà si sarebbe senz'altro articolata in un agghiacciante progetto cui solo le sorti della guerra avrebbero impedito di ricevere piena esecuzione. Per i funzionalisti la cosa è più complessa: lo sterminio sarebbe scaturito da una folla di disposizioni amministrative contraddittorie che non potevano non aggravare le già insostenibili condizioni di vita in atto nei campi e che fatalmente avrebbero esacerbato gli antagonismi fino all'estremo della liquidazione fisica previa selezione delle vittime [* V. p. 76 s., n. 7 e relativa precisazione a pie' di pagina (1993).], senza peroche sia possibile stabilire da chi, quando e come la decisione di giungere a questo estremo sia stata presa. Dalla circostanza che la tendenza intenzionalistica riscuote l'adesione di uomini e ambienti saldamente legati al sionismo, mentre funzionalisti sono soprattutto ricercatori tedesco-occidentali, è dato di trarre illazioni che lasciamo al lettore. Cioche qui importa è il fatto che, come si diceva, sull'argomento esiste tutta una storiografia, o quella che si pretende tale. Ora, se si ammette che cioche viene chiamato l'olocausto, oltre ad essere oggetto di culto, puoanche formare materia di ricerca storica -- puoforse esistere storiografia degna di questo nome senza ricerca storica? --, non si comprende perché mai l'applicazione a esso di quegli stessi criteri di indagine e di critica che sono considerati di rigore in qualunque altro settore della ricerca storica debba venir colpita da anatema. O, piuttosto, lo si comprende benissimo: gli è che troppi e troppo grandi interessi fanno si che una storiografia dell'olocausto debba esservi, ma che debba essere quale la esigono quegli interessi: una storiografia di corte, una storiografia a tesi, una storiografia a senso unico; una storiografia, insomma, che crollerebbe irrimediabilmente -- e la cui rovina comporterebbe prima o poi quella dei suoi sottoprodotti ad uso delle scuole e dei mass media -- se il dramma dell'ebraismo europeo venisse affrontato con quei criteri la necessità del cui impiego nessuno, almeno in linea di principio, osa porre in discussione quando lo storico vi si attiene nel trattare non solo di cose lontane nel tempo come lo sono le guerre puniche o le crociate, ma anche delle vicende che appartengono ai nostri giorni. E infatti: dall'applicazione di quei criteri allo studio del dramma dell'ebraismo nel '39-45 risulta, di questo capitolo della storia d'Europa, una visione che contrasta nel modo più netto con quella che, imposta dalla storiografia ufficiale e da una propaganda multiforme, ai più tra noi, imbottiti come tutti siamo di menzogne, appare di una chiarezza assiomatica solo e soltanto perché ci è stata inculcata a partire, appunto, dai banchi di scuola.

Il merito di aver fatto emergere questa nuova visione e di aver messo a nudo il carattere sostanzialmente mitologico di quella apprestata dalla storiografia ufficiale spetta alla scuola revisionistica, la quale -- è indispensabile fissarlo fin d'ora -- non riabilita il nazismo, non nega che massacri di ebrei si siano verificati, non contesta che il sistema concentrazionario abbia prodotto una montagna di cadaveri; ma fa risalire questa montagna di cadaveri al sistema concentrazionario in se stesso (al meccanismo, cioè, di relazioni che esso, in conformità alla sua stessa natura, instaurava nella collettività dei prigionieri, in quella dei guardiani e nei rapporti tra l'una e l'altra) e al potenziamento arrecato ai già micidiali effetti del sistema dal caos che sommerse progressivamente il III Reich nel '44-45; ridimensiona il numero, che resta pur sempre imponente, delle perdite umane; nega che siano esistite camere a gas (1); sottopone metodicamente al vaglio della critica -- ossia al vaglio della ragione esercitantesi sulla base e alla luce di quanto è storicamente e scientificamente acquisito -- quella massa di presunte, contraddittorie e inverosimili testimonianze, di insostenibili interpretazioni di documenti, di manipolazione di testi, di statistiche fantasiose, di illazioni o infondate o tutte da dimostrare, che costituiscono l'equivoco materiale di cui la storiografia ufficiale si è servita per erigere la sua non disinteressata leggenda.

Non c'è bisogno di precisare che questo minuto e paziente lavoro di revisione non puonon esporre la scuola che lo porta avanti all'accusa comoda quanto infamante di pronazismo e di antisemitismo. Nulla di più gratuito. E esistito ed esiste, non v'è dubbio, anche un revisionismo di estrema destra; non solo, ma è scontato che da dati settori di estrema destra non si rinunci a sfruttare temi e risultati della critica revisionistica per scopi che con quest'ultima nulla hanno a che fare. Si converrà facilmente che se cionon avvenisse vi sarebbe di che stupirsi, Vogliamo dire di più: un Paul Rassinier -- il capostipite del revisionismo --, militante comunista dal '22 al '32, socialista dal '34, pacifista, resistente della prima ora, torturato per undici giorni dalla Gestapo, deportato a Dora (uno dei sottocampi di Buchenwald) per un anno e mezzo e tornatone in condizioni di invalidità totale e permanente, espulso dalla Sfio per l'imbarazzo che creavano al partito le sue posizioni sulla questione concentrazionaria, coperto di calunnie e vittima di ripetuti tentativi d'imbavagliamento; persuaso d'altro canto che in Francia "gli uomini di sinistra, adottando a partire dal 1938-39 il nazionalismo e lo sciovinismo che erano di destra, avessero perciostesso costretto la verità, che era di sinistra, a cercare asilo a destra e all'estrema destra" (2), e che nondimeno rimarrà fedele fino alla morte (1967) ai suoi ideali di sempre; un Paul Rassinier, dicevamo, che, pur continuando a combattere il colonialismo e a collaborare a giornali libertari e pacifisti, pubblicava i suoi scritti anche in organi di destra e presso case editrici di destra, non rendeva, quali che fossero le ragioni di questa sua scelta (3), il migliore dei servigi alla causa da lui tanto coraggiosamente e lucidamente sostenuta. Ancora: un Robert Faurisson che, prima di trovare l'appoggio della Vieille Taupe e mentre era fatto oggetto di un vero e proprio linciaggio, non vedeva ostacoli di principio alla possibilità di prefazionare un'edizione francese del libro di Arthur Butz, The Hoax of the 20th Century, che doveva venir pubblicata (poi non lo fu) ad iniziativa di un gruppo neonazista (4); che, con un atto di fede nella neutralità e autosufficienza dell'indagine scientifica, appare preoccupato di non discostarsi dal terreno che gli è proprio e sul quale ha indiscutibilmente conseguito risultati di un estremo interesse: il terreno, cioè, circoscritto dall'uso di quegli strumenti di analisi il cui possesso egli deve alla sua specializzazione in critica testuale; che anche ora, pur dichiarandosi non antisemita e neppure antisionista, resta indifferente ad ogni qualificazione politica, fino a consentire che la traduzione tedesca di un suo lavoro figuri in una collana di inequivoca intonazione hitleriana (5); anche Faurisson, come Rassinier, ci obbliga alla medesima considerazione. E questo un punto cui si collegano questioni riguardo alle quali esporremo più avanti il nostro modo di vedere. Ma per intanto diamo tutto il risalto che gli compete a questo fatto: che, se in Francia il revisionismo è stato ed è al centro di un infiammato dibattito, lo si deve ad un gruppo di sinistra rivoluzionaria, che non soltanto ha spezzato il monopolio della destra, ma ha fatto qualcosa di più: ha ricollocato il revisionismo nel suo ambito naturale inserendolo in un contesto di riferimenti storici e teorici che comporta il rigetto di ogni rappresentazione degli avvenimenti di ieri che sia funzionale agli interessi permanenti delle potenze egemoniche di oggi; un contesto di riferimenti nel cui recupero va ravvisato un elemento fondamentale del processo di ricostituzione di quel partito rivoluzionario di classe che oggi come oggi, ammesso che abbia un'esistenza qualsiasi, l'ha ancora sotto forma di molecole separate. Di contro, a che sono serviti e a che servono la storiografia sterminazionistica e i suoi sottoprodotti di varia indole? A inchiodare in milioni di cervelli cose come queste: che i vincitori del '45 fossero qualcosa di essenzialmente diverso dai vinti, questi ultimi rappresentando il Male per definizione; che il meno che si possa fare di un paese che avrebbe partorito tanto abominio è tenerlo indefinitamente diviso: il che, guarda caso, quadra perfettamente con i disegni di entrambe le centrali imperialistiche; soprattutto, che un popolo che aveva cessato di essere tale da circa duemila anni per trasformarsi in un gruppo sociale a caratterizzazione religiosa avrebbe avuto i suoi diritti di reimpiantarsi nella terra che fu anche di parte dei suoi lontani antenati estromettendone chi vi ha sempre vissuto e che per il suo Stato bisogna pur sempre avere un occhio di riguardo se ricorrentemente va soggetto a tentazioni espansionistiche nel cedere alle quali si comporta con tracotanza non diversa da quella di cui si fa carico alla Germania hitleriana e se fa propria, per quanto concerne i paesi limitrofi, la dottrina della sovranità limitata: cose tutte, invero, della cui accettabilità, revisionismo o no, sono ormai parecchi a dubitare. Per fortuna!

E ora possiamo tornare a Vidal-Naquet: è tempo di farlo.

* * *

Per mettere nel dovuto risalto l'improntitudine del gros bonnet, per afferrarne tutta l'estensione, occorre, si diceva, chiarirsi le idee in merito all'"equivalente sul piano intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di stampa". Di che mai si tratta? A leggerle cosi come fluiscono dalla penna del nostro, queste parole lasciano la sensazione di qualcosa di facilmente comprensibile, di intuitivo. Nondimeno è su di esse che s'impernia un equivoco: non un equivoco innocente, intendiamoci, ma un equivoco cercato e voluto, un equivoco imbastito perché funzionale alla natura di tutto lo sproloquio vidalnaquettiano; il quale, obbedendo all'esigenza di far figura di regolare i conti alla critica revisionistica, mentre poi non li regola affatto per il buon motivo che non li puoregolare, trova la sua unica risorsa nella sistematica reductio ad stultitiam dell'avversario. Vale forse la pena di prendere sul serio gli argomenti e le obiezioni di un avversario palesemente sciocco o palesemente in malafede o le due cose insieme? Quando il lettore avrà risposto nel solo modo possibile a questa domanda retorica suggeritagli da tutta la prosa di Vidal-Naquet, costui si troverà esentato dalla fastidiosa necessità di rendere ragione in dettaglio e in contraddittorio delle sue affermazioni. Et voilà!

Cosi facendo, del resto, egli si attiene nell'85 alla linea da lui, in una con uno stuolo di suoi eminenti confratelli della Sorbona (6), altamente enunciata nel '79: "non c'è, non puoesserci dibattito sull'esistenza delle camere a gas" ("Le Monde", 21 febbraio di quell'anno). Dibattito non puoesserci, ci dice Vidal-Naquet, in quanto, l'olocausto essendo al di là di ogni immaginabile dubbio, di una scuola storica revisionistica non si puoneppure parlare (p. 198). Non esiste e non puoesistere: non ha di che esistere, proprio come non avevano di che sedersi quei cherubini la cui corporeità si limitava ad una testina, ad un paio di alucce e all'immancabile nuvoletta e dei quali perciouna leggenda medioevale narra che, accolti in un maniero, corsero il rischio di passare per scortesi agli occhi del signore che li ospitava: questa l'idea che si farà il lettore che sta ai detti. Non di "scuola storica" si parli, ma di "setta", con tanto di "profeta" (p. 267) e di "ideologo numero uno" (p. 274). Non c'è di che dibattere con il "piccolo gruppo in cui si trovano vicini alcuni perversi, alcuni paranoici ed alcuni flagellanti" (7) (p. 81), alias "la piccola banda abietta che ha trovato la sua identità e la sua ragion d'essere nella denegazione del grande massacro" (p. 94). Il ridicolo risiede nella circostanza che, essendovi stato ed essendovi tuttora dibattito ad onta, ed anche a causa, di una pronuncia cosi categorica e autorevole come quella del '79, il nostro cattedratico abbia creduto tra l'80 e l'82 di intervenirvi sia di persona, sia (pp. 259-264) per interposta persona, ma riparandosi dietro la foglia di fico che il dibattito non era dibattito ("il dibattito, che [Faurisson] non cessa di reclamare, è escluso") e che comunque lui vi prendeva parte "tentando, anche, di elevarlo" (pp. 189 s.).

Dunque, gli "errori d'ortografia", quelli "di stampa" e "il loro equivalente sul piano intellettuale": la grosse tête affastella cose disparate. C'è bisogno di dire che anche chi dà un giudizio estremamente severo del Vidal-Naquet antirevisionista non si è mai sognato di mettere sul suo conto gli errori di stampa che eventualmente si riscontrino nelle sue pubblicazioni? Lo stesso vale per quelli d'ortografia. E allora? Allora è chiaro che, se Vidal-Naquet tira in ballo gli errori d'ortografia e quelli di stampa, è, si, arbitrariamente che egli lo fa, ma non senza uno scopo. Lo scopo è quello di minimizzare la portata del loro cosiddetto "equivalente sul piano intellettuale"; più esattamente, lo scopo è quello di indurre i lettori a pensare, in primo luogo, che, se "sul piano intellettuale" Vidal-Naquet è incorso in errori, questi errori siano per importanza paragonabili a banali errori d'ortografia o di stampa; in secondo luogo, che la critica revisionistica si eserciti su pure e semplici quisquilie, su inezie, le quali, una volta che siano state rettificate, non cessano di essere tali.

Tralasciamo di occuparci degli errori di stampa: sono affare del compositore e del correttore di bozze. Quanto a quelli d'ortografia, osserveremo che, se Vidal-Naquet ha scritto, come si vedrà a suo luogo, Kielce invece di Kosel [* V. p. 76, n. 7 (1993.], è del tutto incongruo che egli evochi gli errori d'ortografia, giacché, con ogni evidenza, questo non è un errore d'ortografia. Poi rileveremo che se da parte revisionistica è venuta un precisazione a proposito dell'autentica inezia Kielce-Kosel, è venuta solo accessoriamente a precisazioni di ben altro peso che non sia quello di una rettifica in materia di toponomastica. Conclusione: è proprio al fine di svalutare l'importanza di tali precisazioni - delle quali, naturalmente, egli non fa motto: il rifiuto di dibattere è ben comodo quando ci si voglia sottrarre ad obiezioni che disturbano -, è proprio a questo fine, dicevamo, che Vidal-Naquet vuol far passare per un errore d'ortografia quello che errore d'ortografia non è. Ammettendo, e solo in forma generica e indiretta, un proprio errore, che, ripetiamolo, non è d'ortografia e che non è neppure un errore, l'insigne giocoliere tenta di presentare questo preteso errore, che poi è soltanto un'imprecisione toponomastica, come suscettibile, al più, di avere "sul [suo] piano intellettuale" il modesto equivalente che si puoattribuire ad un'imprecisione toponomastica. Cos'è che costringe Vidal-Naquet a questa manovra? La parte stessa che egli si è assunta: quella del san Giorgio che abbatte il drago revisionista. Rientra in questa parte il fare orecchio da mercante alle obiezioni che gli vengono mosse, agli innumerevoli dati di fatto che gli vengono opposti, ivi compresi quelli riguardanti cioche è connesso alla località da lui inesattamente indicata come Kielce. Proclamando ex cathedra l'irrilevanza di quelle obiezioni e sorvolando con la dovuta nonchalance sui dati di fatto che smentiscono la tesi sterminazionistica, Vidal-Naquet cerca di stornare il pericolo che i suoi lettori avvertano il bisogno di risalire alla letteratura revisionistica, e in specie ai testi -- la Réponse indirizzatagli da Faurisson nell'82 in particolare -- che hanno smantellato punto per punto l'esercitazione polemica in cui egli si esibi nell'80 e che ora ricicla ad uso del pubblico italiano.

Avendo anticipato che l'anodino accenno -- su cui dovremo tornare -- al famoso "equivalente sul piano intellettuale" risponde all'esigenza di eludere una questione di sostanza convogliando l'attenzione dei lettori sulla rettifica di un'inesattezza in sé banale, non ci negheremo il piacere di aprire una parentesi la quale, d'altronde, nonché portarci fuori dal seminato, servirà anch'essa a tratteggiare il personaggio di cui ci andiamo occupando.

Vidal-Naquet ha, lo si è visto, l'encomiabile modestia di ammettere che perfino "sul [suo] piano intellettuale" puoaccadere che si annidi l'"equivalente" degli errori di stampa e di quelli d'ortografia. Ciodovrebbe consigliargli una qualche indulgenza per quelle tali cose che si è soliti designare come lapsus calami, quali in effetti esse sono. Il loro "equivalente sul piano intellettuale" non sarà certo più incriminabile dell'equivalente degli errori d'ortografia, per non parlare di quelli di stampa, che c'entrano come i cavoli a merenda. Nei lapsus calami incorrerà lo stesso Vidal-Naquet non solo quando si cimenta con temi che esulano dal suo specifico campo di studi, che è, non ce se ne dimentichi, l'antichità classica, ma anche quando si limiterà a quel campo, cosa che purtroppo non ha creduto di fare: ebbene, succede a tutti. Ma, proprio perché succede a tutti, non diremo che in fatto di lapsus calami sia obbligatorio conformarsi ad una pratica di reciproca esclusione di colpi, ma diremo piuttosto che, prima ancora che corretto, è opportuno resistere alla tentazione di assumere atteggiamenti ispirati ad un fiscalismo stolidamente irritante: non foss'altro perché, ad esagerare in tal senso, si corre il rischio di suscitare l'impressione -- che nel caso della grosse tête è del tutto fondata -- che il fine perseguito sia quello di screditare ad ogni costo l'avversario e che a questo fine tutti i mezzi si reputino atti quando e in quanto difettino argomenti seri a sostegno della tesi della cui giustezza si voglia far persuaso il lettore.

Ma Vidal-Naquet deve strafare: il lettore cui si rivolge - specie quello italiano - non è, è vero, quel che si dice un lettore informato, ma, se ci si rivolge a lui, è proprio perché, se possibile, non gli venga mai fatto di nutrire il riprovevole desiderio d'informarsi di prima mano e soprattutto perché egli sia prevenuto a dovere nella deprecabile eventualità che una qualche eco delle tesi revisionistiche giunga fino a lui. Quale autorità potrà mai riconoscersi a questi "revisionisti", gente sfornita perfino di quel corredo di conoscenze di base che è condizione prima per fare della ricerca storica? Ed ecco il nostro autore parlare delle "solite papere" di Rassinier (p. 251, n. 58). In che consistono? A passare riga per riga tutti gli scritti antirevisionistici inclusi nel volume, le "solite papere", senza il minimo bisogno di stringere-stringere, si riducono a due; e, di queste due, una è cosi indubitabilmente un lapsus calami che il fatto che Vidal-Naquet cerchi di trarne vantaggio lascerebbe allibiti se non la dicesse lunga circa l'effettiva consistenza di un armamentario argomentativo che lo sollecita a fare proprio pro di cose del genere; l'altra è innegabilmente una papera, ma non di Rassinier, sibbene di Vidal-Naquet.

Cominciamo dal lapsus calami. In un passo de Le Drame des Juifs européens (2a ed. [ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, p. 44) Rassinier parla, anziché di papiri egiziani, di palinsesti egiziani: roba che non metterebbe conto di rilevare, non che a carico di Rassinier, neanche a carico di Vidal-Naquet, che pure è, lo si è detto, uno studioso dell'antichità classica, tanto ne è chiara la natura. Si assapori il dettaglio: è nel segnalare questo lapsus che Vidal-Naquet, levando gli occhi al cielo, accenna alle "solite papere" di Rassinier.

E veniamo all'immaginaria papera di Rassinier che si manifesta come una reale papera di Vidal-Naquet: una papera che non manca di una certa gravità, dato che costui la commette a proposito di una circostanza che rientra nel settore di sua accademica competenza. Rassinier scriveva che "a due riprese, Roma incarico Tito (70 d.C.) e poi Adriano (135 d.C.) di distruggere il regno di Giudea, e di disperderne tutti gli abitanti nell'impero [...] Fino a Tito, Roma era stata assai benevola con gli ebrei, e l'affare Berenice ne è la prova" (Drame, p. 128 s.). Vidal-Naquet si sente in obbligo di rimettere le cose in ordine: "l'idillio fra Tito e Berenice [...] è posteriore, non anteriore alla presa di Gerusalemme" (p. 225).

Ne è ben sicuro, l'illustre cattedratico? Se si mette mano all'autorevole Storia d'Israele del Ricciott (8) vi si legge che le relazioni di Berenice con Tito "cominciarono verso il 68" (corsivo nostro), datazione in appoggio alla quale viene allegato Tacito, Hist., II, 2; che precedentemente, nel 66, costei era intervenuta presso Vespasiano in favore dei Giudei; che in quel medesimo anno fu insieme con lei che alcune fazioni giudaiche desiderose di evitare la rottura con Roma compirono una démarche presso il governatore romano della provincia; che, scoppiata in quel medesimo anno la guerra, nel 67 Vespasiano "passando per Tolemaide, si reco [...] a Cesarea di Filippo, ove fu accolto con grandi feste da Agrippa II e da Berenice"; che le relazioni tra Berenice e Tito, "cominciate verso il 68" e a causa delle quali la donna, già fortemente sospettata d'incesto con Agrippa II, suo fratello, "divenne più famigerata" (precisazione che non lascia addito a dubbi circa l'indole di tali relazioni), "si rinnovarono [corsivo nostro] a Roma nel 75". Tutto sta quindi nel sapere se l'anno 68 dell'era volgare venga o no prima del 70, data della caduta di Gerusalemme. Posto cosi il problema -- o il prof. Vidal-Naquet trova (cfr. p. 198) che questa maniera di porlo sia sofistica? --, non si vede proprio di quale papera si sia reso colpevole Rassinier, mentre salta agli occhi che il granchio l'ha preso un cultore dell'antichità classica che va per la maggiore, e che l'ha preso mentre voleva dare la bacchetta sulle dita di Rassinier per una papera insussistente. Dopo di che non si potrà non deplorare che sia soltanto "per lui personalmente" che il luminare della Sorbona "ha fatta [...] una piccola antologia [...] dei molteplici errori e assurdità che si trovano in Rassinier" (p. 251, n. 61): il pubblico non dovrebbe venir privato di leccornie come quelle partorite dall'indigenza di argomenti in cui versa il luminare; e tanto meno dovrebbe venirne privato quando l'occasione di rendergli nota l'esistenza della "piccola antologia" compilata ad uso personale e destinata, come sembra di capire, all'inedito è offerta al luminare dalla circostanza che Rassinier indica Cracovia una volta con la denominazione tedesca di Krakau, un'altra volta con quella francese di Cracovie (Drame, pp. 43 e 44 risp.); circostanza la quale -- secondo una logica le cui regole risulteranno comprensibili esclusivamente a Vidal-Naquet -- toglierebbe a Faurisson ogni diritto di stupirsi quando constata che Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, "nelle testimonianze raccolte dagli inglesi" parla di un "campo immaginario di "Wolzek presso Lublino"", compiendo, lui o chi verbalizzole sue testimonianze, un "errore" che il nostro studioso dell'antichità classica fa risalire ad una "confusione e [ad uno] sdoppiamento di Belzec e Maidanek" (pp. 220 s.), "confusione e sdoppiamento" da Vidal-Naquet ritenuti, chissà perché, "probabili", e che, viceversa, "probabili" non appaiono proprio per niente, come chiunque puogiudicare solo che si affidi al buonsenso. Ah, professore, professore...

Tutto cioè grottesco. Ma non è il grottesco che manca nella polemica di Vidal-Naquet: è l'onestà.

A quoi bon? -- si domanderà il lettore a proposito di questa messa a punto su avvenimenti vecchi di venti secoli o poco meno, quando sono quelli di quarant'anni fa a costituire la materia del contendere. Riprendiamo, dunque, il discorso al punto al quale l'aveva interrotto questa breve digressione sull'ipercriticismo, capzioso e malaccorto ad un tempo, del gros bonnet.

Riferendosi a due testi di parte revisionistica -- De l'exploitation dans les camps à l'exploitation des camps, maggio 1981, e la già ricordata Réponse opposta da Faurisson allo sgangherato articolo Un Eichmann de papier pubblicato da Vidal-Naquet in "Esprit" nel 1980, nell'81 riprodotto ne Les Juifs e ora inserito nell'edizione italiana di questo libro (pp. 195-255), il nostro storico ci informa di

averli utilizzati per rettificare nel testo alcuni particolari come [ci si perdoni questa nuova, e non ultima, ma necessaria, e tuttavia stucchevole ripetizione] come errori d'ortografia, errori di stampa, o il loro equivalente sul piano intellettuale (p. 275, n. 2);

in specie, la Réponse non richiede alcuna nuova discussione da parte sua (p. 298, n. 20);

e con cio Vidal-Naquet vorrebbe lasciare intendere al lettore di aver fatto, di quei lavori, l'unico uso che fosse possibile farne. In realtà, quello che ne ha fatto è stato l'unico uso che gli fosse possibile farne in funzione della tesi a sostegno della quale è sceso in campo, il che è un po' diverso -- quanto meno per chi non è disposto a prendere Vidal-Naquet come misura di tutte le cose. Non abbiamo istituito un confronto pagina per pagina, riga per riga, tra l'edizione francese dell'81 e l'italiana di quest'anno; d'altro canto, ci era ben chiaro che la necessità di difendere la tesi del genocidio implicava una drastica restrizione nell'impiego da parte di Vidal-Naquet dei lavori in parola, lavori che, insieme con altri, colpiscono alle radici la storiografia sterminazionistica. Proprio per questo la sua dichiarazione di averli utilizzati non poteva che metterci sul chi vive circa il contenuto delle rettifiche apportate ad "alcuni particolari". Ignoriamo, al momento, se per questa edizione italiana - la prima successiva alla Réponse e a De l'exploitation - si debba propriamente parlare di più rettifiche, come, a rigore, farebbe credere il passo surriferito, o di una sola; certo si è che quella che illustreremo qui di seguito fornisce un bell'esempio dei giochi di bussolotto mediante i quali la grosse tête, drappeggiandosi nei panni dello studioso coscienzioso, mena per il naso chi lo legge. Scrive dunque Vidal-Naquet:

L'incapacità assoluta in cui si trovano i "revisionisti" di dirci dove andavano coloro che non venivano registrati al campo e il cui nome figura tuttavia nelle liste dei convogli è la prova del carattere menzognero delle loro affermazioni (p. 233),

secondo le quali i deportati, razziali e non, in età o condizioni fisiche tali da non consentire di impiegarli in quel "grande centro industriale, specializzato nella produzione di caucciù sintetico", che era Auschwitz (p. 232), venivano non già sterminati, ma concentrati in campi a parte. Il brano succitato, che nella traduzione italiana ricalca fedelmente il dettato originale, in entrambe le edizioni è accompagnato da una nota. Nell'edizione francese la nota suona cosi:

Pierre Guillaume, da me interrogato a questo riguardo, mi rispose che queste persone erano trasferite alla stazione di Kielce. Perché? (p. 252, n. 88).

In quello stesso 1981 nel cui mese di gennaio veniva dato alle stampe Les Juifs e poi di nuovo, assai più particolareggiatamente, nel luglio dell'82, la domanda di Vidal-Naquet riceveva risposta -- risposta pubblica, ché altrimenti dallo storico coscienzioso non ne sapremmo nulla; e, siccome, appunto, si è trattato di una risposta pubblica, e perciocostui dovrà pur dirne qualcosa, qualcosa, in effetti, ci dirà: il minimo indispensabile, s'intende; e, questo minimo, accuratamente isolato dal contesto della risposta, ossia dal contesto di fatti in relazione ai quali la risposta di Guillaume, "da lui interrogato", acquista un senso: un senso che, com'è evidente, quella risposta, ossia cioche ne residua dopo l'amputazione operata dal cattedratico, perde del tutto per ridursi ad una precisazione ridicola nella sua pedanteria. Non abbiamo detto che la tecnica argomentativa di Vidal-Naquet sta nella reductio ad stultitiam dell'avversario? Cosi, di fronte all'ignaro lettore, il nostro si mostrerà aperto ad accogliere il contributo che, sul terreno dell'accertamento dei fatti, la critica revisionistica possa per avventura recare (cfr. p. 298, n. 21); suggerirà l'idea che questo contributo si riduca a minuzie prive di ogni reale significato; potrà concedersi, in mezzo a tanto corruccio, uno sprazzo d'ironia: tre piccioni con una sola fava. L'edizione italiana cadrà a buon punto per tutto ciò: ecco perché a riguardo di essa parliamo di una violazione ancora più sfacciata degli imperativi della probità intellettuale. E il lettore? Lo abbiamo già detto: il gros bonnet scrive ad uso del lettore disinformato e perché continui a rimanere tale; o, per meglio dire, perché rimanga convinto della fondatezza della vulgata sterminazionistica anche quando quest'ultima manifesterà ancor più chiaramente di oggi la sua irrimediabile fatiscenza. Chi prende per oro colato la broda vidalnaquettiana sarà indotto a credere che tutto il risultato accettabile della critica revisionistica consista a un dipresso nell'aver sostituito il nome esatto di una località ad un nome inesatto. Della questione di cui al contesto di fatti cui accennavamo non avrebbe mai, se la cosa dipendesse esclusivamente da Vidal-Naquet, il più lontano sentore. Ecco come suona, nella sua forma 'aggiornata', la nota inserita nell'edizione italiana:

Pierre Guillaume, da me interrogato su questo argomento, mi rispose che queste persone erano trasferite alla stazione di Kosel. Perché? Avevo scritto Kielce invece di Kosel, nella prima edizione. Devo questa importante rettifica alla Risposta indirizzatami da Faurisson (Réponse à Pierre Vidal-Naquet, Paris, Vieille Taupe, 1982 (2), p. 54. Ma continuo a ignorare cosa andavano a fare tutte quelle persone a Kosel, a 100 km da Auschwitz) (p. 253, n. 88).

Kosel per Kielce: né "errore d'ortografia" né "errore di stampa". Il "loro equivalente sul piano intellettuale"? No, polvere negli occhi. Negli occhi del lettore. Kosel o Kielce, in sé la cosa non ha importanza: la prima non è altro che la denominazione tedesca della località indicata dai polacchi con la seconda. La questione è tutt'altra e il chiarimento è stato dato a Vidal-Naquet. Egli avrebbe una parvenza di diritto di continuare nell'85 a qualificare i revisionisti come gente che pratica "l'arte di non leggere i testi", secondo la sua definizione dell'80 (p. 232), se per parte sua, visto che di loro, se non con loro, ha discusso; visto, cioè, che nel dibattito, che era "escluso", è, si voglia o non si voglia, intervenuto; visto, inoltre, che oggi presenta al pubblico italiano le cose che in tema, o fuori tema, ha dette ieri, avesse preso atto che una risposta la sua specifica domanda l'aveva ricevuta. Invece, silenzio: egli "continua a ignorare". A noi - e, ne siamo certi, non solo a noi - pare indiscutibile che il fatto che gli sia stato risposto dovrebbe vietare a Vidal-Naquet, se nel suo soliloquio-vaniloquio entrasse pur una briciola di onestà, di far finta di non aver sentito. Vediamola, quella risposta, e vediamo cos'è che costui occulta al proprio lettore.

Bisogna intendere Kosel (a 120 km da Auschwitz) e non Kielce. Pierre Guillaume [De l'exploitation, suite et fin, pp. 29-31,] fa qui allusione a un fatto che [S.] Klarsfled riporta a p. 12 del suo Mémorial [de la déportation des Juifs de France, B. e S. Klarsfeld edd., 1978]. Klarsfeld ricorda lo stupefacente metodo utilizzato a Parigi dal Centre de Documentation Juive Contemporaine e, ad Auschwitz, dal Museo Nazionale di Auschwitz per determinare il numero dei gassati: ad esempio, quando succedeva che un convoglio partito dalla Francia non sembrasse aver raggiunto Auschwitz, se ne deduceva tranquillamente che quel convoglio aveva, si, raggiunto Auschwitz ma che vi era stato gassato per intero! E cosi che un convoglio di 3056 persone era stato calcolato come gassato perché, di fatto, si era arrestato a Kosel e non ad Auschwitz. Come abbiamo già visto sopra (paragrafo 37) si era agito nella stessa maniera per i convogli nn. 50 e 51 che, invece di recarsi ad Auschwitz, si erano recati a Maidanek. Idem per il convoglio n. 73 che era andato a Kaunas e Reval. Insomma, qui, e anche altrove, si erano fabbricati dei gassati in serie. Ma l'aspetto piccante della questione è che Klarsfeld che rettifica questi errori ne commette di anche più gravi contando come morte le persone che non sono tornate in Francia a dichiararsi viventi prima del 31 dicembre 1945 (Réponse, par. 40).

Allora? E proprio giustificato il tono ironico dell'illustre cattedratico a proposito dell'"importante rettifica"?

Ma "cosa andavano a fare tutte quelle persone a Kosel"? Domanda legittima quant'altra mai. Vi andavano (non solo a Kosel, del resto) per essere sottoposte a Sonderbehandlung, vale a dire a trattamento speciale. Per gli sterminazionisti non v'è alcun dubbio che il trattamento speciale consistesse nella soppressione e che quest'ultima fosse preceduta dalla Sonderaktion, parola della quale Georges Wellers, del Centre de Documentation Juive Contemporaine di Parigi, è cosi certo che indicasse la selezione per le camere a gas da non sentire neppure il bisogno, scrivendo in "Le Monde" del 29 dicembre 1978, di segnalare che la traduzione letterale suona semplicemente azione speciale. E difficile non condividere le osservazioni che al riguardo svolgeva nell'80 Faurisson:

Curiosamente, G. Wellers [citando a modo suo il diario del dott. Kremer] lascia questa parola [Sonderaktion] nella sua forma tedesca, ma non senza darne preventivamente la traduzione che segue: "selezione per le camere a gas". In nessun momento egli ci fornisce il minimo elemento per giustificare una simile traduzione di una parola tedesca che, in realtà, significa "azione speciale". Beninteso, è possibile prendere in considerazione l'ipotesi [considérer] che i tedeschi cercassero di camuffare sotto questo termine benigno e corrente nel linguaggio militare (come "missione eccezionale", "permesso speciale", "operazione speciale", "trattamento speciale") degli orribili abomini. Tuttavia, nessuno ha il diritto di presentare come un fatto accertato quel che da principio non è se non un'ipotesi da verificare. O, allora, si cade nella pura speculazione. Qui, la speculazione è tanto meno ammissibile in quanto riguarda precisamente un punto che, lungi dall'essere acquisito, è al centro di un dibattito. A coloro che dubitano dell'esistenza delle "camere a gas" omicide è improprio rispondere ponendo fin da principio quell'esistenza come un fatto acquisito. A coloro che dubitano dell'esistenza dei "dischi volanti" non bisognerebbe rispondere che questi "dischi" esistono, eccome, perché, nel tal rapporto di gendarmeria, è scritto: "Ho visto in cielo qualcosa di speciale" oppure "Ho notato in cielo un fenomeno particolare" (Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire. La question de chambres à gaz, La Vieille Taupe, 1980, p. 21 s.).

Quanto a Sonderbehandlung, dunque, questa espressione

poteva avere tutta una serie di significati, dal più grave al più benigno. Il contesto illuminava il lettore. Il senso primo sembra essere medico e, ad esempio, si troverà: "Sonderbehandlung: Quarantänelager (campo di quarantena)". Per contro, nel documento PS-502, la stessa parola significa esplicitamente "Executionen" (esecuzioni). "Sonderbehandlung" poteva applicarsi al trattamento di favore di cui in prigionia fruivano alte personalità [a questo punto viene riportata una dichiarazione, che qui si omette, fatta da Kaltenbrunner al tribunale di Norimberga circa il trattamento usato a internati di riguardo quali Léon Blum, Edouard Herriot, ecc., dichiarazione che si chiude con le parole: "Ecco cioche chiamavamo il trattamento speciale"]. Nei rapporti sugli effettivi giornalieri di ciascun campo si distinguevano gli arrivi e le partenze. Tra le partenze, potevano figurare: i morti, gli "S.B." (Sonderbehandlungen), i liberati (si dimentica che molti fra i concentrati potevano partire da Auschwitz dopo aver espiato una pena di pochi mesi), i trasferiti. Ci si vorrebbe far credere che gli "S.B." erano dei condannati alla "gassazione". Ora, v'erano degli "S.B." in campi sprovvisti, anche secondo la vulgata sterminazionistica, di "camere a gas". Questi "S.B." dovevano dunque, secondo ogni probabilità, essere degli internati diretti verso altri campi per un qualunque motivo (salute per Bergen-Belsen, categoria di ebrei da scambiare con gli Alleati pure per Bergen-Belsen, donne per Ravensbrück, preti per Dachau, persone anziane per Theresienstadt, ecc.). La categoria dei "trasferiti" propriamente detti era costituita da persone assegnate ad un lavoro particolare sia in un campo, sia in un'officina lontana. In autorizzazioni di strada si trovano dei telegrammi del WVHA che permettevano a dei camion di andare a cercare del materiale sia per "Sonderbehandlung", sia per "Desinfektion", queste due parole essendo impiegate indifferentemente. Si tratta più precisamente di andare a cercare a Dessau delle quantità di Ziklon B per procedere alla disinfezione del campo di Auschwitz dove regna il tifo (messaggio radio del 22 luglio 1942 indirizzato a firma del generale Glüks al campo di Auschwitz). In un solo e medesimo libro (Sachso, per l'Amicale d'Oranienburg-Sachsenhausen, Minuit-Plon, 623 pp., 1982) l'espressione di trattamento speciale è applicata a p. 99 al fatto di segnare con lapis bleu a sinistra sul petto colui che era infestato dalle pulci e, a p. 327, è applicata ad un'esecuzione. Quando si cerca un'espressione che possa render conto al tempo stesso di tutti questi significati, ci si chiede se quella che meglio converrebbe a "Sonderbehandlung" non sarebbe "da isolare". Si incontra questo significato in "gesonderte Unterbringung" (soggiorno isolato), espressione spesso applicata a persone in procinto di arrivare. Sta di fatto che, poiché "Sonderbehandlung" poteva eventualmente significare "da giustiziare", si comprende molto bene che Himmler, ricevendo il lavoro dal suo statistico Korherr, abbia fatto dire a quest'ultimo che, in quel dato passo del suo rapporto, doveva sostituire la parola "Sonderbehandlung" con "Transportierung". Molto tempo dopo la guerra, Korherr doveva d'altronde elevare una protesta contro il senso di massacro dato a "Sonderbehandlung". In "Der Spiegel" del 25 luglio 1977 (cit. secondo W. Stäglich, p. 391 di Der Auschwitz Mythos, Grabert Verlag, Tübingen, 1979, XII-492 pp.), egli scrive: "L'affermazione secondo cui io avrei potuto stabilire che più di un milione di ebrei sono potuti morire nei campi del Governatorato Generale [di Polonia] e dei territori della Warthe, a seguito di un trattamento speciale ("Sonderbehandlung") è assolutamente inesatta. Debbo protestare contro l'impiego del verbo morire in questo contesto" (Réponse, par. 2).

Il pomo della discordia essendo il significato di Sonderbehandlung, espressione generica, Faurisson ricerca volta a volta questo significato, largamente variabile, in quello del testo in cui l'espressione in parola è inserita. Non si vede come si possa negare la razionalità di questo modo di procedere, che per lo storico, come Vidal-Naquet certamente sa, non ha nulla d'insolito. Il Vidal-Naquet dell'80-81 poteva fare sua la versione del più ortodosso sterminazionismo e scrivere:

la camera a gas [...] esiste come termine di un processo di selezione che, all'ingresso del campo o nel campo, separava sommariamente uomini e donne che i medici SS stimavano adatti al lavoro e gli altri. Si conosce questo processo sia dai documenti amministrativi nazisti, sia dai racconti dei deportati. Ecco, ad esempio, un telegramma indirizzato da Auschwitz all'amministrazione economica centrale del campo a Oranienburg, dell'8 marzo 1943. Il documento enumera diversi convogli; come ad esempio questo: "Trasporto da Breslau, arrivato il 5.3.43. Totale: 1405 ebrei. Messi al lavoro 406 uomini (officine Buna) e 190 donne. Sono stati sottoposti al trattamento speciale (sonderbehandelt wurden) 125 uomini e 684 donne e bambini". L'addizione è esatta. Chi oserà dire che queste persone sono state condotte in un campo di riposo? [...] nessuno ci ha mai spiegato perché dei bambini dovevano arrivare fin là, e nessuno ci ha mai detto che ne era di questi bambini (p. 232);

e qui la conclusione 'perentoria' che già conosciamo circa "l'incapacità assoluta di in cui si trovano i "revisionisti" di dirci dove andavano coloro che non venivano registrati al campo e il cui nome figura tuttavia nelle liste dei convogli", conclusione alla quale, nell'81, seguiva la nota sull'affermazione di Guillaume secondo cui "queste persone erano trasferite alla stazione di Kielce" e alla quale, nell'85, segue la nota 'aggiornata' relativa all'"importante rettifica" che non della stazione di Kielce si trattava, ma di quella di Kosel. Avendo già preventivamente innalzata la sua cortina fumogena riguardo all'utilizzazione dei due testi revisionistici in parola ai fini della rettifica di "alcuni particolari, come errori d'ortografia, errori di stampa, o il loro equivalente sul piano intellettuale", Vidal-Naquet puoriproporre nell'85 il suo "perché?" dell'81: la cortina fumogena gli serve a nascondere la risposta circostanziata datagli nell'82. E bensi vero che "il dibattito, che Faurisson non cessa di reclamare, è escluso", ma se poi vi si interviene ("tentando, anche, di elevarlo"), non v'è bisogno di occupare, come Vidal-Naquet, una cattedra alla Sorbona per capire che per chi sostiene la tesi che egli sostiene sarebbe estremamente increscioso che il lettore sapesse, circa i problemi interpretativi inerenti all'espressione Sonderbehandlung, qualcosa di più di quanto non sia strettamente indispensabile ai fini del ribadimento di quella tesi, e che anche più sgradevole riuscirebbe a Vidal-Naquet e a tutti gli sterminazionisti una situazione che li vedesse nella necessità di confrontarsi sul serio con un pubblico il quale fosse a conoscenza del fatto che nessun velo di mistero avvolge la deportazione di un materiale umano - vecchi, bambini, invalidi - senz'altro inutilizzabile in "quel grande centro industriale" che era Auschwitz. Continuiamo.

Noto che nello stesso convoglio [menzionato da Vidal-Naquet] 406 uomini e 190 donne sono stati messi al lavoro; per gli uomini si precisa che fu alle officine Buna; per le donne, non vengono date indicazioni. Gli altri uomini, le altre donne e i bambini hanno dunque beneficiato di un trattamento speciale; non hanno dovuto lavorare (Réponse, par. 37).

Se Faurisson si arrestasse qui, si avrebbe ragione di considerare la sua risposta altrettanto arbitraria quanto quella inversa degli sterminazionisti. Ma egli prosegue:

Ecco una cosa che puospiegare perché alla liberazione di Auschwitz sono stati trovati fra (parmi [chiaramente, il senso è: oltre a -- C.S.]) gli "incapaci" di camminare e di prender parte all'evacuazione: tanti uomini, donne e soprattutto bambini in buone condizioni (bien vivants), a fianco, certo, di ammalati e di alcuni morti (quelques morts). Nel calendario degli Hefte von Auschwitz (1961, tomo 4, p. 81), non si teme di affermare tranquillamente che i 125 uomini, le 624 donne e bambini sono stati tutti gassati. Lo stesso calendario considera d'altra parte come gassati due convogli partiti da Drancy il 4 e il 6 marzo 1943. Ora, Serge Klarsfeld nel suo Mémorial (pp. 110, 186-189) corregge la "svista": questi due convogli erano andati a Majdanek e ne ha ritrovato i sopravvissuti (ibidem).

Facciamo, innanzitutto, le nostre riserve sui "quelques morts": l'espressione non appare adeguata agli effetti prodotti dall'istituzione concentrazionaria in sé e per sé, ai crudeli processi di concorrenza vitale da essa innescati tra i prigionieri, allo stato di cose disastroso sotto tutti i profili che vi si instauromano a mano che crollava la Germania nazista: il quadro è stato vividamente tracciato da Rassinier e proprio Faurisson, nel Mémoire en défense, ha messo in rilievo in quale misura, già nel '42, il tifo facesse di Auschwitz l'anus mundi. Faurisson è senza dubbio incline a ridimensionare fortemente la sinistra incidenza di questi fattori. Detto ciò, bisognerà riconoscere che egli ha posto in luce l'arbitrarietà del procedimento mediante il quale i deportati registrati in partenza, ma non in arrivo, perciostesso sono stati calcolati come gassati; l'autorevolezza del calendario degli Hefte von Auschwitz è smentita dalle correzioni operate da uno sterminazionista ad oltranza come il Klarsfeld, il quale, a sua volta, si avvale, come Faurisson ha segnalato e dimostrato (Réponse, par. 8), di un procedimento di calcolo altrettanto arbitrario. La domanda di Vidal-Naquet sta ricevendo risposta; questa sarà completa di qui a poco.

All'inizio i tedeschi non hanno voluto nei loro campi se non internati dai 16/18 ai 55 anni e atti al lavoro. Avrebbero fatto a meno volentieri degli inadatti al lavoro. Perché, tuttavia, poco a poco essi hanno deportato di questi inadatti nei campi, e ciofino ad arrivare ai bimbi? Per più ragioni. La prima è l'insistenza delle autorità governativa dei paesi occupati nel non volere divise le famiglie. Specialmente le autorità religiose protestavano contro questa dissoluzione delle famiglie e contro il fatto che dei bambini fossero affidati a case di correzione, ad asili (foyers), a famiglie estranee [...] Una sezione di Auschwitz-II si chiamava il campo delle famiglie e, sui muri dei luoghi per cosi dire mai visitati dai turisti, restano numerosi disegni e dipinti fatti da fanciulli. Che ne era dei bimbi? Almeno una parte di loro, lo sappiamo dalle inchieste condotto vent'anni dopo la guerra e i cui risultati sono stati parzialmente raccolti nei volumi dell'Anthologie bleu di Auschwitz (riproduzione dattilografica in francese, in inglese...). Questa Anthologie è pochissimo letta. Sul soggetto che qui ci interessa, raccomanderei particolarmente, ma non esclusivamente, il tomo II, 3a parte, pp. 31-114: "Risultati degli esami psichiatrici di persone nate o internate durante la loro infanzia nei campi nazisti di concentramento". Questo studio, pubblicato in polacco nel 1966, è stato tradotto in francese nel 1969. Nello stesso tomo, si puoleggere un articolo su Gli esami relativi ai "fanciulli di Auschwitz" (pp. 18-30). Vi si trovano frasi come questa: "I fanciulli finora esaminati avevano otto anni al momento della Liberazione: la maggior parte di loro avevano meno di cinque anni quando vennero internati" (p. 18); "I fanciulli più giovani avevano il loro numero tatuato su di una gamba. Mano a mano che crescevano, questo numero diventava illeggibile" (p. 25); "Gli esami e gli studi proseguono. Si ritrovano [scritto nel 1965] sempre più "fanciulli di Auschwitz"" (p. 30). [...] Vi sono state altre cause alla deportazione dei fanciulli: ad esempio lo sfoltimento sistematico di ghetti, o l'espulsione sistematica (esempi di Varsavia e di Budapest).

Nell'Anthologie bleu di Auschwitz, si puoleggere il rapporto di una levatrice polacca che su trentott'anni di carriera aveva, nello spazio di due anni trascorsi ad Auschwitz-Birkenau, fatto partorire 3000 donne ebree e non ebree, e questo, dice, con un tasso di nascita eccezionalmente elevato (Varsavia, 1969, t. II, 2a parte, pp. 159-169: "Rapporto di un'ostetrica di Auschwitz", S. Leszczynka, trad. da un articolo apparso nella rivista medica Przeglad Lakarski, nel 1965) (Réponse, par. 39).

In buona sostanza: la risposta al "perché?" che ripropone nell'85 Vidal-Naquet avrebbe potuto trovarla nella stessa letteratura sterminazionistica, enorme ammasso di asserzioni di cui quelle che pretendono di erigere a verità storica il genocidio vengono regolarmente infirmate da quelle che dovrebbero formarne il materiale probatorio. Il "trattamento speciale" che a Kosel, a Maidanek, Kaunas e Reval era stato riservato ai convogli menzionati da Vidal-Naquet e da S. Klarsfeld non aveva comportato soppressione alcuna; anche ad Auschwitz "trattamento speciale" era cosi lontano dall'avere necessariamente un senso funesto che la versione benevola di tale concetto vi ha trovato applicazione anche per quelle che nell'universo concentrazionario risultavano essere tipiche bocche inutili. Nell'81-82 qualcuno si è preso la briga di andarla a cercare per lui, questa risposta, e gliel'ha fatta conoscere. Se questo qualcuno si fosse lasciato andare a uno, a uno solo, dei giochetti consueti a Vidal-Naquet e consorti, il nostro - senza 'dibattere' alcunché, ça va sans dire! -- avrebbe 'aggiornato' l'edizione dedicando, nessun dubbio su ciò, non meno di una decina di pagine a illustrare per diritto e per rovescio le manipolazioni del suo contraddittore: quale migliore occasione per svergognare il falsario?

Invece, il gros bonnet, se vuole continuare a recitare la sua parte, deve fare assegnamento sulla disinformazione del suo lettore, sulle bubbole che questi ha appreso come verità incontrovertibili fin dall'infanzia e sulle risorse del glissez, n'appuyez pas: esercizio, quest'ultimo, nel quale, invero, non gli occorre una speciale maestria, la riuscita della recita dipendendo essenzialmente dal procurato obnubilamento del pubblico e dall'illimitata dotazione di conformismo e di viltà dei maîtres à penser, oltre che da quella dei loro reggicoda del giornalismo e dell'editoria. Una faccia di bronzo, requisito fondamentale; l'"importante rettifica" Kosel per Kielce; una frasetta sull'"equivalente sul piano intellettuale" degli "errori d'ortografia" e di quelli "di stampa": ecco tutto cioche gli abbisogna. Ma prima o poi le furberie non basteranno più; e chi puodire se non sarà prima piuttosto che poi? Ad ogni buon conto, c'è chi pensa sia opportuno giocare d'anticipo: mentre qui esce il libro di Vidal-Naquet, nella Rft si vara la Auschwitzlüge. Il fatto è che là o da qualche parte si sono capite molto bene alcune cose; questa, tra le altre: che la messa in discussione di uno status quo quarantennale rischierebbe di divenire indilazionabile se la generazione giovane, affondando lo sguardo in cioche i suoi padri hanno rimosso, dovesse accorgersi che si trattò, si, di qualcosa di terribile, ma pur sempre di qualcosa di diversissimo da quello che zelanti pedagoghi si sono adoperati e si adoperano a configgerle in testa.

Che il Vidal-Naquet nell'85 rappresenti una versione peggiorata di quello dell'80-81 non è un'affermazione soggettiva. E dall'81-82 che il "perché?" che oggi egli risfodera imperterrito davanti al lettore italiano ha avuto ampia risposta. La disinvoltura dell'illustre sicofante è attestata dalla semplice cronologia. La questione che abbiamo preso in esame concerne un solo aspetto della materia in discussione, ma un aspetto che a nessuno riuscirebbe di far passare per secondario e trascurabile, tanto è chiara la portata delle inferenze che ragionevolmente se ne potrebbero trarre. Chi ci legge è già in grado di farsi un'opinione su cosa il personaggio in parola intenda per "rettifica di alcuni particolari", sulla sua correttezza polemica e sull'onestà con cui egli, dopo aver deciso, cosi sembra, di tacere in francese, si è messo a chiacchierare in italiano. E proprio quest'ultima circostanza ci induce a pensare che non sarà inutile intrattenerci ancora sul suo libro fornendo materiali a conforto di quest'opinione. Lo faremo non senza aver prima ulteriormente chiarito il nostro punto di vista sulle implicazioni politiche del revisionismo, sull'orientamento politico generale al cui interno gli va riconosciuto un posto e un ruolo.

* * *

Dalla larghezza con cui vi abbiamo attinto sarebbe erroneo dedurre che la Réponse costituisca una summa del revisionismo. Non lo è affatto; è semplicemente un libretto in cui quanto vi è di gratuito, di deformato, di elusivo, di furbesco e di mistificante in Vidal-Naquet viene passato metodicamente al setaccio. Ogni sua pagina presuppone percioun'indagine in più direzioni e questa indagine si è tradotta in un'ormai vasta bibliografia che la Réponse non ha certo inteso riassumere e ancor meno surrogare. Nell'una e nell'altra il contributo faurissoniano è del maggior rilievo; oggi questo contributo rappresenta la fase più avanzata della critica revisionistica. Questo riconoscimento non implica, naturalmente, la rinuncia ad ogni riserva. Limitandoci a quella che ci appare come la più importante, diremo che è non solo lecito, ma doveroso porsi il problema se questa critica, mentre continua ad accumulare un materiale prezioso, non sia peroesposta al rischio di subire deviazioni. Per rimanere al suo sviluppo più recente, noteremo che l'inclinazione di Faurisson a ridurre a poca cosa i costi umani del dramma concentrazionario puoesprimere l'interferenza di qualcosa che assomiglia ad un partito preso. Il suo aderire al terra-terra dei fatti caratterizza un'attitudine respingendo la quale riuscirebbe assolutamente impensabile ogni indagine sulla veridicità di questa come di qualsiasi altra tradizione storica; ma dal combinarsi di quest'attitudine con l'indifferenza politica che abbiamo già rilevato nello studioso francese e con la conseguente disponibilità di lui ad avvalersi di qualunque tribuna gli sia accessibile -- disposizioni, queste ultime, che di per sé sole non comportano necessariamente una distorsione interna alla ricerca che egli conduce -- origina un atteggiamento che puodar luogo a pericoli effettivi. Non si deve passare sotto silenzio la questione dell'uso che del revisionismo si fa da certi settori di destra, arcipelago in cui troviamo, ad un estremo, la proterva apologia del genocidio, all'altro estremo, la negazione di esso sull'autorità di Rassinier, Faurisson, ecc., ma piegata, questa negazione, al ruolo di supporto di quegli stessi deliri sulla "guerra occulta" e sul "complotto mondiale ebraico" con cui si vorrebbe apologizzare, là dove lo si ammette come verità, lo sterminio. (A destra, all'estrema destra, si è revisionisti o sterminazionisti allo stesso modo in cui si è antisionisti o prosionisti: sempre con motivazioni antisemitiche; mentre a sinistra si ha orrore dell'antisemitismo e si è con piena coerenza avversi a quella 'soluzione' in chiave reazionaria del problema ebraico che è la sostanza del sionismo).

La sola maniera di neutralizzare -- per quel tanto che puoessere neutralizzato -- questo impiego ripulsivo dei risultati della critica revisionistica (impiego cui conferisce un quissimile di legittimità la speculazione intessuta sull'asserito olocausto da quelle consorterie sionistiche che non sono affatto tutto l'ebraismo) consiste nel respingere ogni collusione con quei settori. Riconosciamo, certo, che possono presentarsi situazioni al limite e che a volte la scelta corra sul filo del rasoio; una linea di compromesso puoallora venire accettata in quanto ponderatamente si consideri il vantaggio che se ne puoritrarre come superiore allo svantaggio derivante non già da una collusione, che escludiamo, ma dalla superficiale e, comunque, eliminabile apparenza di una collusione.

Non sconfessiamo, ad esempio, l'intervento di Faurisson in qualità di esperto della difesa nel processo celebrato in Canada contro il neonazista Ernst Zündel: in primo luogo, che da un tribunale gli venisse riconosciuta quella qualità era già un punto a favore; in secondo luogo, la sua deposizione ha inferto, unitamente a quelle di altri esperti, un duro colpo alla leggenda olocaustica, ed è poi di scarsa importanza che il tribunale abbia accolto le richieste di condanna che sono venute dall'accusa: a livello nazionale le tesi difensive hanno avuto ampia risonanza e, se nulla se ne è saputo in Europa, ciova ascritto al fatto che la vulgata sterminazionistica, pur vincente, almeno per il momento, sul piano giudiziario a Toronto, è uscita dal dibattimento alquanto malconcia; in terzo luogo, l'intervento ha pòrto a Faurisson il destro per una dichiarazione che smentisce categoricamente quell'antisemitismo di cui, con un accanimento pari alla perfidia, lo tacciano i suoi persecutori, pedissequamente echeggiati da una stampa di cui si puoben dire che è al di sotto di ogni sospetto (9). Ma si tratta, appunto, di situazioni al limite e aventi carattere di eccezionalità. Il revisionismo, se alla sua insegna dovesse delinearsi un'assurda convergenza tra sinistra radicale e destra radicale, verrebbe relegato nel peggiore dei ghetti e deviato anche più gravemente di quanto già sia avvenuto prima d'ora rispetto ai fini in rapporto ai quali lo si deve guardare con estremo interesse da sinistra. Storicamente e psicologicamente la sua matrice è di sinistra:

Affare Dreyfus, lotta contro le versioni nazionaliste della guerra del 1914-18, lotta contro le "menzogne" della seconda guerra mondiale e contro la "menzogna" più grande di tutte, il genocidio hitleriano, "la truffa del XX secolo" [...] Con il negare, per molto tempo in totale isolamento, il genocidio hitleriano, Rassinier ritiene di essere al tempo stesso Romain Rolland "al di sopra della mischia" nel '14, e Bernard Lazare, combattente solitario per la verità e la giustizia nel 1896 (p. 281).

E questo uno dei rari punti, forse il solo, che Vidal-Naquet non stravolga. Ma qui siamo ancora sul piano soggettivo. Cioche importa è che il revisionismo fornisce lo spunto ad un ripensamento della storia d'Europa negli ultimi cinquant'anni, e già si è accennato a quale funzione si debba riconoscere da sinistra al rigetto dell'orizzonte storico che deve le sue fortune al fatto che l'esito della seconda guerra mondiale è stato quello che è stato. L'esito inverso avrebbe fatto valere un orizzonte altrettanto adulterato, che andrebbe respinto con non minore energia. A sinistra questo rigetto sfocia in una visione che non ha niente da spartire con quella che serve da quadro di riferimento alla destra 'nazionalrivoluzionaria' o come altrimenti voglia definirsi. Com'è fin troppo chiaro, non si tratta di riabilitare in sede retrospettiva il regime nazista, aperta manifestazione della permanente dittatura del capitale, lavandolo dall'onta dello sterminio, ma di spazzare via, mettendone a nudo la vera natura, le menzogne di guerra di ieri per vanificare preventivamente le menzogne di guerra di domani, quelle su cui le centrali imperialistiche non mancheranno di far leva per tentare di trasformare gli europei in carne da cannone e il continente in una landa desolata.

Che Vidal-Naquet non arrivi ad afferrare questo significato della battaglia revisionistica non è cioche gli rimproveriamo: non si puolegittimamente fargli carico di non essere cioche non è, un rivoluzionario. Quel che gli si deve ascrivere a colpa è che, essendo di professione uno storico, dia man forte ai mitografi. Che questo comporti un prezzo, e un prezzo pesante, in termini di rigore, di onestà, di serietà, è scontato. Egli crede di non doverlo pagare, questo prezzo, solo perché svolge la sua parte con la connivenza di una stampa asservita e di una serie di comprimari la cui ultima preoccupazione è il rispetto della verità.

Abbiamo già visto quanto sia derisorio il tentativo di far credere che le repliche oppostegli da parte revisionistica si prestino all'uso che egli dice di averne fatto: Kosel per Kielce, "importante rettifica" effettuata la quale si puotacere un complesso di dati che, attinti alle fonti stesse della letteratura sterminazionistica, scalzano alla base - non essi da soli, beninteso - la leggenda dell'olocausto. Ma non è meno derisorio lo spettacolo di un Vidal-Naquet che si dà l'aria di aver ridotto al lumicino Rassinier e di aver colpito a morte Le Drame con il suo avventato rilievo, di cui si è visto cosa si deve pensare, circa le papere che sarebbero state solite all'autore e con meno di due pagine (226 s.) -- il che per il temibile polemista vuol dire "dilungarsi" (p. 251, n. 61) - che intenderebbero liquidare una volta per tutte la paziente e approfondita analisi statistica del movimento demografico dell'ebraismo europeo nel periodo 1933-1945, analisi cui è consacrata una metà abbondante del testo rassinieriano (pp. 107-221) e che, bruciata ma non confutata, costituisce un contributo capitale alla fissazione, a partire da fonti ebraiche e/o sionistiche, dei limiti minimo e massimo possibili (rispettivamente 1.003.392 e 1.593.292 persone) delle perdite ebraiche che possono imputarsi alla persecuzione hitleriana, indipendentemente dagli scopi cui mirava quella detestabile persecuzione e dalle sue reali modalità di attuazione (10).

L'abbiamo detto, Vidal-Naquet deve strafare. Ora, siffatte pretese sono di una presunzione, inanità e infondatezza, che sono ineguagliabili; e a loro volta presunzione, inanità e infondatezza sono pari alla malafede del gros bonnet. Non è dato di giungere ad altra conclusione: soltanto la più gagliarda malafede puovenire invocata per spiegare l'atteggiamento di chi finge di considerare le non meno di cinquantasei ragionate e documentate obiezioni della Réponse (nella loro stragrande maggioranza riguardanti punti essenziali del problema dell'asserito etnocidio) come utilizzabili, al più, per rettifiche secondarissime e di pura forma; soltanto la più massiccia disonestà intellettuale puodar ragione dell'impudenza di chi ostenta di liquidare Le Drame nel suo insieme col dedicargli, incluse le due scarse cui si è accennato or ora, quattro pagine (224-228) nelle quali sarebbe fatica sprecata cercare traccia di qualcosa di somigliante ad una discussione dei vari temi -- tutti, in verità, alquanto imbarazzanti per gli sterminazionisti -- trattativi da Rassinier; quattro pagine che a chi conosca il libro cui sono dedicate non potranno apparire se non come un condensato di restrizioni gesuitiche, di silenzi calcolati, di calunnie consapevoli e di deformazioni caricaturali. Non ci è noto in quali termini Vidal-Naquet sia uso contenersi nelle controversie che si troverà ad affrontare nel campo di studio che gli è proprio, ma non esitiamo ad affermare che il Vidal-Naquet antichista si comporterà ben diversamente dal Vidal-Naquet antirevisionista: altrimenti -- questo è poco ma è sicuro -- già da un pezzo gli ambienti scientifici lo avrebbero messo al bando.

Quando si occupa di revisionismo, il suo modo di 'rispondere', di 'confutare', di 'dimostrare', è quello che abbiamo appena caratterizzato; ma la sua inclinazione è, decisamente, quella di non rispondere affatto; e di ciò, considerando la tecnica argomentativa di cui egli si serve, ci si dovrebbe solo rallegrare, se non fosse -- siamo sempre li -- per la circostanza che, essendosi saggiamente, benché tardivamente, risolto a tacere in Francia, costui ha cionondimeno creduto di presentare le sue pappolate in Italia: circostanza che qualifica insieme l'uomo e la causa da lui sostenuta.

Il punto, infatti, è proprio questo: si deve dire che Vidal-Naquet si occupa di revisionismo, o piuttosto si deve dire che se ne occupava? Sta di fatto che, dopo la comparsa della Réponse, che è del luglio '82, tutto cioche Vidal-Naquet storico-giornalista-polemista (cfr. p. 10) ha pubblicato di attinente alla materia potrebbe stare senza sforzo in mezza pagina: una mezza pagina dilatabile ad un paio di pagine quando si vogliano far entrare in linea di conto le espressioni pubblicistiche della palinodia compiuta dal gros bonnet a riguardo delle presunte, e peggio che dubbie, memorie di un sedicente internato nel campo di Treblinka, tale Martin Gray, memorie che nell'81 Vidal-Naquet definiva "una pseudotestimonianza [...] inventata di sana pianta" (cfr. "Le Monde", 27-28 novembre 1983) e di cui nell'84 ha proclamato la veridicità di fondo, scaricando sul solo Max Gallo, che prestola sua penna al Gray, le inverosimiglianze di cui formicolano ("Le Monde", 29-30 gennaio 1984): palinodia che ripete quella che ebbe ad oggetto Treblinka di J.-F. Steiner, con la differenza che nel caso di Treblinka Vidal-Naquet parti dall'avallo concesso alla storicità delle vicende narrate dallo Steiner per giungere poi a riconoscerle come frutto dell'immaginazione (11). Comunque, mezza pagina e un paio di pagine, è veramente un po' poco, specie per uno storico-giornalista-polemista loquace come il Vidal-Naquet dell'80. Ma, se in Francia dopo il luglio dell'82 ha pubblicato con tanta parsimonia, si deve forse concludere che ha taciuto? No, non ha taciuto; meglio non ha sempre taciuto; ma adesso tace: solo in Francia, però, e la disonestà, diciamolo ancora una volta, sta anche in questo. Qui da noi le sue cose possono anche passare per nuove e degne di credito, ma in Francia le cinquantasei motivate e ragionate obiezioni della Réponse sono calate sul viso del nostro eroe come altrettanti ceffoni; ed egli si è ben guardato dal replicare. Vedremo tra poco come il suo silenzio fosse preparato di lunga mano: la grosse tête si era dotata per tempo di un salvagente e credeva di poter fare assegnamento sul fatto che, grazie alla compiacenza degli addetti ai lavori, le messe a punto dei revisionisti sarebbero rimaste prive di risonanza. La compiacenza, naturalmente, c'è stata, ma c'è stata anche, e in misura maggiore del previsto, la risonanza delle messe a punto revisionistiche. Se ora Vidal-Naquet rivolge le sue attenzioni ad un pubblico vergine, quale lo è l'italiano, cioavviene per il buon motivo che si tratta di prevenire l'espandersi del contagio.

L'edizione italiana del suo libro ha l'opinabile merito di rendere accessibili al vasto pubblico quelle Tesi sul revisionismo (pp. 279-305) che già comparvero al principio dell'83 nella "Rivista di storia contemporanea" e che per contro in Francia rimangono tuttora inedite, circolandovi soltanto in forma di dattiloscritto fotocopiato. Con "lievi modifiche" esse riproducono una "comunicazione presentata il 2 luglio 1982 al convegno organizzato dall'École des Hautes Études en Science Sociale su "L'Allemagne nazie et les Juifs" (Parigi, 29 giugno-2 luglio 1982)" (p. 297, n. 1). Una delle cose di cui il lettore, italiano o francese che sia, è bene rimanga all'oscuro è che a questo convegno, presieduto da Raymond Aron e François Furet (i quali, sia detto incidentalmente, ebbero le loro gatte da pelare quando, nel corso della conferenza stampa che si tenne al termine del convegno, qualche giornalista non stette al gioco e rivolse loro domande che, data la sede in cui venivano fatte, non potevano non piombarli in uno straordinario disagio), Faurisson non fu ammesso a partecipare : "il dibattito", già lo sappiamo, "è escluso". La presenza del reprobo sarebbe risultata d'intralcio all'operazione che ci si proponeva, il superamento, cioè, della latente dicotomia tra intenzionalisti e funzionalisti: fronte unito contro il revisionismo! Vidal-Naquet, che non è né intenzionalista né funzionalista, ma - alla faccia della logica - l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze in cui crede di doversi pronunciare, doveva essersi convinto, da un lato, che la recrudescenza revisionistica suscitata in Francia dal caso Faurisson fosse ormai in fase calante; dall'altro, che per scongiurare in futuro ogni ripresa del revisionismo occorresse depurare la leggenda olocaustica dei suoi aspetti più evidentemente inattendibili. Questo erroneo apprezzamento della situazione francese e questa esigenza di dotare la leggenda di una inattaccabilità che essa è ben lungi dal possedere ispirarono al nostro importanti concessioni alle posizioni da lui avversate. Cosi nelle Tesi possiamo leggere dichiarazioni come la seguente, dove l'accortezza dell'esemplificazione e la forma dubitativa [*Recte: ipotetica (1993)] sotto cui questa è introdotta non sono meno degne di nota dell'ostentazione di una peraltro simulata tranquillità:

Lo storico, per definizione, vive nel relativo, e proprio per questo gli riesce tanto difficile considerare con apprensione il discorso revisionista. La parola stessa non ha, per lo storico, nulla di sconvolgente: d'istinto, fa suo tale aggettivo. Se gli si dimostra che non vi sono state camere a gas a Dachau, che il diario di Anna Frank, edito in varie lingue, pone problemi di autenticità, o che il Krema I, quello del campo di Auschwitz propriamente detto, è stato costruito dopo la guerra dai polacchi, è pronto a inchinarsi (p. 295).

Senonché, come il revisionismo non era per niente in via d'esaurimento, cosi Faurisson era stato tanto poco schiacciato dalla concitata e risibile requisitoria del settembre dell'80 e dalle persecuzioni cui era stato fatto segno da essere in grado di recare un inatteso quanto sgradito contributo ai lavori del convegno da cui lo si era voluto escluso. Questo contributo consistette nel far pervenire ai partecipanti, poco prima che il dotto consesso si sciogliesse, la Réponse ancora fresca di stampa. L'innata bassezza d'animo induce taluni a sospettare che, se gli atti del convegno (che dovevano venir pubblicati in coedizione da Gallimard e Le Seuil, a cura di Furet) non hanno ancora veduto la luce dopo tre anni abbondanti [** videro la luce poco dopo la pubblicazione di questo scritto. V. p. 76, n. 7 (1993)] e se, perciò, in Francia, le Tesi restano tuttora allo stato d'inedito, ciosi debba, oltre che all'imbarazzo nascente da queste e altre concessioni, oltre che al mancato superamento della dicotomia che si intendeva eliminare, alla constatazione che la scuola incautamente data per prossima ad esaurirsi in Francia (talché nelle Tesi, che sono poi delle verbose divagazioni, Rassinier e Faurisson figurano piuttosto in margine) vi era e vi è, all'opposto, viva, vegeta e sufficientemente agguerrita "sul piano intellettuale" per reperire nel confronto svoltosi tra le due correnti sterminazionistiche nuovi elementi a sostegno dei suoi assunti. Torniamo al punto: le Tesi sono precedenti alla Réponse, la Réponse non ha avuto controrisposta alcuna e Vidal-Naquet ha fatto come i suoi colleghi:

Un buon numero di storici ha firmato la dichiarazione [contro Faurisson] pubblicata da "Le Monde" il 21 febbraio 1979; pochissimi si sono messi al lavoro, e una delle rare eccezioni è François Delpech (p. 198),

il quale Delpech, del resto, è mancato nell'82, non ancora cinquantenne. Dunque, dal luglio '82 a oggi, mezza pagina o un paio di pagine: come dire che la grosse tête è ammutolita. Il meno che la correttezza avrebbe dovuto imporre a Vidal-Naquet sarebbe stato di tacere fuori di Francia cosi come oggi, finalmente, tace in Francia di fronte ai suoi avversari che ha cercato in ogni modo di screditare ma con gli argomenti dei quali si è sempre ben guardato dal cimentarsi, giacché ha trovato più opportuno portare i suoi colpi a caricature fabbricate su misura per riceverli.

Note

 

(1) O ne ammetteva, con Rassinier, la possibile esistenza come fenomeno sporadicissimo: cosi la prefazione alla 2a edizione, 1954, de Le Mensonge d'Ulysse, pref. riprodotta nella 6a ediz. [ma reprint della 5a], La Vieille Taupe, 1979, pp. 242 s.; v. anche pp. 170 s.; su questo fenomeno sporadicissimo sarebbe poi stata costruita una "verità generale". In prosieguo Rassinier andoavvicinandosi alla negativa. Se non vi pervenne lo si dovette alla testimonianza di un personaggio che Rassinier, essendo stato vincolato al segreto, non poté nominare (Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, pp. 79-81). Morto Rassinier, questo personaggio, che si era messo in contatto con lui per assicurarlo della non completa infondatezza della ben nota testimonianza di Kurt Gerstein (in merito alla quale vedasi Drame, pp. 93-106, e, del medesimo autore, L'opération "Vicaire". Le rôle de Pie XII devant l'histoire, La Table Ronde, Paris, 1965, pp. 34-48) è stato identificato nel prof. W. Pfannenstiel (Vidal-Naquet, pp. 218 e 250 s., n. 50). Checché si debba pensare della testimonianza Pfannenstiel, va rilevato che quella cui questi asseriva di aver assistito nell'agosto del '42 era una gassazione eseguita con modalità che non possono assolutamente dar conto dell'eliminazione di milioni di persone; inoltre, parte integrante della testimonianza è l'affermazione (taciuta da Vidal-Naquet) secondo la quale, avuta notizia di questa pratica omicida dal testimone stesso, le autorità centrali naziste sarebbero intervenute per porvi fine.

(Alla cosiddetta testimonianza del Gerstein ha dedicato la sua tesi di dottorato, discussa recentemente all'Università di Nantes, Henri Roques, il quale conferma le conclusioni di Rassinier.)

(2) Mensonge, p. 235.

(3) Al riguardo cfr. anche S., Note rassinieriane (con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson), "L'Internazionalista", n. 11, dicembre 1981-marzo 1982 (la tiratura in estratto è accresciuta di una nota). Il fascicolo precedente, dicembre 1981-marzo 1982, della cit. pubblicazione aperiodica, organo del Gruppo comunista internazionalista autonomo, recava un articolo di c.s. su Il caso Rassinier. Dietro altrui segnalazione questo scritto è ricordato da Vidal-Naquet nella forma di opuscolo, senza che di quest'ultimo vengano indicati autore e note tipografiche e dandolo come pubblicazione del gruppo suindicato (p. 301, n. 64): ora, l'opuscolo in parola reca per esteso il cognome dell'autore (che è lo stesso del presente lavoro), non manca delle note tipografiche e non è stato edito dal Gcia. Questo per la precisione. Resta da capire come il gruppo editore de "L'Internazionalista", definito "piccola fazione marxista" a p. 301, possa invece venir caratterizzato a p. 289 come "un gruppuscolo libertario [!!!] e marxista [che] si richiama a Paul Rassinier"; il quale Rassinier era, si, soggettivamente un socialista, ma un socialista che faceva professione di un antimarxismo alquanto superficiale (cfr., ad esempio, Drame, pp. 24-27).

(4) L'edizione era preannunciata in un opuscolo (H.S. Chamberlain, Le Christ n'est pas Juif. Extraits de "La Genèse du XIXe siècle") pubblicato dalla Sede, Editions de l'Action Européenne, Fontenay-sous-Bois, [1977?].

(5) Robert Faurisson, Ich suchte und fand die Wahrheit, Kritik-Verlag, Mohrkirch ("Kritik-Folge" n° 58). L'editore è quel Thies Christophersen il cui indirizzo politico non puonon rendere sospetta la testimonianza che ci offre su Auschwitz, dove, inquadrato nella territoriale tedesca, lavorocome agronomo per l'intero 1944 (si veda, di lui, La fandonia di Auschwitz, Edizioni La Sfinge, Parma, 1984), cosi come il fatto di emanare da fonti sionistiche basterebbe a rendere sospette le tante testimonianze di cui la critica revisionistica ha posto in luce l'inattendibilità. Aggiungiamo che il Christophersen non è "il testimone dei revisionisti" come vorrebbe far credere Vidal-Naquet a p. 233 (corsivo nell'originale), dimenticandosi di aver scritto a p. 214 che Arthur Butz ("non senza qualche reticenza"), Serge Thion e Faurisson hanno fatto del "reportage" Christophersen "una delle loro testimonianze".

Qui cade in taglio di rilevare una spudorata menzogna di Marie-José Chombart de Lauwe, presidentessa onoraria della Fndirp, uno dei movimenti che hanno promosso la bagarre antifaurissoniana [* La Fndirp non manco, a suo tempo, di rendere la vita impossibile a Rassinier (1993)]. Costei, partecipando con una sua relazione al convegno di Cuneo dell'82 sulla nuova destra, non si è fatta scrupolo di asserire che Faurisson "si è molto basato" sul "testo di base di Nouvel ordre européen", Nous autres racistes, di G.-A. Amaudruz, Editions Celtiques, Montréal, 1971 (Nuova destra e cultura reazionaria negli anni ottanta. Atti del convegno, "Notiziario" dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia, n° 23, giugno 1983, p. 156). E sufficiente il confronto più sommario per accorgersi che tra i lavori di Faurisson e il libretto dell'Amaudruz non esiste il benché minimo rapporto; l'esame comparativo più approfondito non farà che confermare questa insussistenza. Ma "calunniate, calunniate", con quel che segue. Ecco un esempio dei metodi con cui i ligueurs antirevisionisti conducono la loro campagna.

(6) Nessuno dei quali era uno specialista di storia della seconda guerra mondiale [** Inesatto (1993) ].

(7) Le iniziative della Vieille Taupe riscuotono l'appoggio sia di antichi resistenti e deportati, sia di giovani elementi di ascendenza ebraica, fedeli, questi ultimi -- lo sappiano o no- -, a quei grandi valori universalmente progressistici che Lenin riconosceva alla loro cultura d'origine. E probabile che con l'epiteto di "flagellanti" Vidal-Naquet intenda alludere a queste categorie di sostenitori del revisionismo.

(8) Giuseppe Ricciotti, Storia d'Israele, II, Sei, Torino, 1934, parr. 402, 420, 435.

(9) Ecco il testo della dichiarazione: "Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha aperto la via ad una gigantesca truffa politico-finanziaria, i cui principali beneficiari sono lo Stato d'Israele e il sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non si suoi dirigenti, il popolo palestinese tutt'intero e, infine, le giovani generazioni ebraiche che la religione dell'Olocausto chiude sempre più in un ghetto psicologico e morale".

Questa dichiarazione ne ricalca e completa un'altra, rilasciata da Faurisson nel dicembre 1980 nel corso di una trasmissione mandata in onda da una radio privata francese. Allora Faurisson si era fermato alle parole "il popolo palestinese tutt'intero". Quella sua frase gli era costata, per incredibile che ciopossa apparire, una pesante condanna penale per eccitamento all'odio razziale. Tale condanna veniva confermata in appello il 23 aprile 1983; ma la Licra (Ligue Internationale contre le Racisme et l'Antisémitisme), che aveva intentato il processo, non aveva di che compiacersi della vittoria riportata: una vera vittoria di Pirro. Infatti la sentenza d'appello riconosceva che "le accuse di leggerezza formulate contro [Faurisson] mancano di pertinenza e non sono sufficientemente provate" e che "nessuno allo stato degli atti puotacciarlo di menzogna quando egli enumera i molteplici documenti che afferma di aver studiato e gli organismi presso i quali avrebbe svolto ricerche durante più di quattordici anni", documenti e ricerche che l'hanno portato a concludere all'inesistenza delle camere a gas.

Da notare che in primo grado il tribunale aveva stabilito che la parte soccombente sostenesse le spese della pubblicazione della sentenza nel "Recueil Dalloz-Sirey". Ora, nel dar corso alla pubblicazione, questa rivista, il 3 febbraio 1982, manipolava il testo del tribunale operando il taglio di nove passi essenziali ai fini della comprensione dei dibattiti giudiziari che avevano messo capo alla sentenza stessa; di questi tagli, cinque non venivano neppure segnalati al lettore. Non per nulla il rimaneggiamento dei testi è pratica corrente degli sterminazionisti.

Essendo a sua volta Faurisson ricorso al tribunale contro quella che egli giustamente considerava una perfida falsificazione, il collegio giudicante faceva obbligo alla suddetta rivista di pubblicare la sentenza che il 23 novembre 1983 riconosceva la fondatezza delle ragioni della parte lesa.

Sulla persecuzione antifaurissoniana verte una tesi presentata all'Università di Bordeaux III, Inst. univ. de Technologie B, Dép. Carrières de l'Information: Marie-Paule Mémy, L'affaire Faurisson (Nuit et Brouillard...), Mémoire de Dut, Option Journalisme 1982-83.

(10) Queste cifre vennero calcolate da Rassinier sulla base dei dati forniti dal Ruppin (per la consistenza dell'ebraismo prebellico), dal Centre de Documentation Juive Contemporaine, da Raul Hilberg, e ponendoli a confronto con quelli di The Jewish Communities of the World, 1963, e con i considerando delle sentenza contro Eichmann. Vidal-Naquet ironizza per incidens (p. 227) sul fatto che Rassinier dava le sue cifre all'unità. Puofarlo in quanto finge di ignorare, 1., che le cifre all'unità le fornivano, prima che Rassinier, almeno parte delle fonti cui Rassinier si rifaceva e, 2., che Rassinier stesso ha formulato almeno due volte le sue ovvie riserve a questo riguardo (Drame, pp. 112 [il testo in questione è parzialmente mancante nella scadente trad. ital., Edizioni "Europa", Roma, 1967, p. 101] e 155). Sempre fedele, il nostro cattedratico, alla tecnica della reductio ad stultitiam!

Va qui segnalata un'autentica ignobiltà. Nelle cosiddette Tesi sul revisionismo Vidal-Naquet, avendo stabilito del tutto calunniosamente che la posizione dei revisionisti sarebbe sintetizzabile come segue: "L'omicidio collettivo, che non è esistito, è tuttavia ampiamente giustificabile e giustificato" (p. 288), osa precisare: "Si potrebbe qui rinviare a numerose opere di Rassinier, ad esempio Le Drame [...], pp. 79-91" (p. 301, n. 55).

(11) Martin Gray, In nome dei miei. Testo raccolto da Max Gallo. Trad. di Francesco Saba Sardi, Rizzoli, Milano, 1972; Jean-François Steiner, Treblinka. La rivolta di un campo di sterminio. Pref. di Simone de Beauvoir. Trad. di Luisa D'Alessandro e Giovanni Mariotti, Mondadori, Milano, 1967. Letteratura grandguignolesca: quasi che la realtà dei campi già di per sé non fosse stata abbastanza atroce.

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2/5 Precedente / Seguènte

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Estratto de Cesare Saletta, Per il revisionismo storico -- contro Vidal-Naquet. (1993)
Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta da Arturo Peregalli. La compra de questo libro da une libreria e fortamente consigliata..




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