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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

Cesare Saletta

 

Parte 3

 

L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet

A proposito dell'edizione italiana di un suo libro (2/2)

(1985)

[49]

L'origine del silenzio di Vidal-Naquet è nell'indole stessa dell'interesse che egli ha riservato al revisionismo. Redigendo l'articolo per "Esprit" il nostro eroe non puonon essersi reso conto che il materiale su cui la scuola revisionistica fa poggiare le sue conclusioni è molto più solido e nutrito di quanto è probabile egli credesse prima di mettersi all'opera, quando il tema gli era noto all'ingrosso e per sentito dire (cioche non gli aveva impedito di tranciare giudizi e di farsi promotore, con Léon Poliakov, di un'iniziativa oscurantistica e obiettivamente vessatoria come la memorabile scomunica fulminata contro Faurisson). Ma la stesura di quell'articolo non obbediva ad un intento di ricerca della verità: la ricerca della verità non comporta, ma esclude quelle tali cose che formano tutto il tessuto della polemica di Vidal-Naquet. Per costui si trattava di compiere un atto politico: di sostenere una determinata 'verità' politica indipendentemente dalla corrispondenza o non-corrispondenza di questa 'verità' alla verità storica. Egli ha compreso d'acchito che la leggenda puoreggersi solo a patto che non la si esamini con occhio critico. Se ci si guarda dentro, se essa perde la sua sacra intangibilità, se la si tratta come un oggetto profano, essa si dilegua. Di qui la peculiare posizione di Vidal-Naquet: lasciar cadere quelle parti della leggenda delle quali sia ormai arduo ignorare l'inconsistenza; rifiutare un autentico confronto, giacché il confronto non avrebbe altro risultato se non quello di evidenziare l'inconsistenza della leggenda nel suo insieme.

Il rilancio postumo di Rassinier ad opera della Vieille Taupe, il clamore levatosi intorno alle indagini indiscrete e dissacranti di Faurisson e non attutito, ma amplificato, dalla persecuzione giudiziaria cui Faurisson e la Vieille Taupe venivano, e vengono, fatti segno ad iniziativa degli ambienti sionisti e resistenzialisti e dalla persecuzione amministrativa che colpiva il primo nella sua qualità di docente universitario, imponevano al gros bonnet -- che di fatto, con la scomunica surricordata, aveva tenuto bordone a queste persecuzioni e che già aveva avuto modo di accorgersi come esse potessero dar luogo ad effetti opposti a quelli voluti dai persecutori, dai quali percionon ha mancato di prendere le distanze (p. 246; v. anche p. 210) -- di 'andare fino in fondo' (ed ecco l'articolo dell'80 tener dietro all'anatema del '79), e di andarvi facendo mostra di mantenersi, lui, sul terreno della più rigorosa scientificità. Bisogna dunque far sorgere nel lettore il convincimento che se si rimane su questo terreno non è possibile prendere in considerazione gli argomenti addotti dai revisionisti, e a ciosi provvede con la tecnica della reductio ad stultitiam. Tutta la forza di Vidal-Naquet, e non è poca, sta nel fatto che è, come si diceva, fin dai banchi di scuola che il lettore medio è programmato a considerare impensabile il contrario di cioche si è sentito e si sente ripetere su tutti i toni in merito al genocidio. Ma, alla fin fine, sussiste sempre una possibilità che questo lettore si metta a ragionare con la propria testa, soprattutto nel caso che il doppio sbarramento delle idee ricevute e dell'imbonimento vidalnaquettiano si dimostri meno efficace di quanto sia in votis contro il diffondersi del revisionismo: in questa sciagurata evenienza il convincimento che Vidal-Naquet vuole instillargli minaccia di rivelarglisi in tutta la sua pneumatica vacuità. Non sarà male, quindi, predisporsi una scappatoia; anzi, sarà sommamente opportuno. L'articolo di "Esprit", con relativa esclusione del dibattito, è del settembre dell'80; già due mesi dopo il nostro non si lascia sfuggire l'occasione, fornitagli da una disputa con Noam Chomsky, disputa nel cui merito non entreremo (12), per enunciare, in forma che vorrebbe essere arguta e riesce soltanto ad essere pietosa, il suo alibi generale:

Se, ogni volta che un "revisionista" produce una nuova affabulazione, bisognasse rispondergli, tutte le foreste del Canada non basterebbero (p. 267).

Questo alibi generale figura in uno scritterello in cui vanno considerati con attenzione due passi:

(1.) Io sostengo, da parte mia, e lo provo [cors. nostro], che Faurisson, eccetto il caso veramente limitato del Diario di Anna Frank, non cerca il vero, ma il falso (p. 271).

Qui Vidal-Naquet non compie nessun revirement: la causa dell'autenticità del celebre Diario (tradotto, come abbiamo appreso di recente, in cento e passa lingue e utilizzato fin nelle aule scolastiche per divulgare la 'verità' cara ai sionisti e alla grosse tête) dev'essergli subito apparsa disperata. Due mesi innanzi aveva scritto:

Una delle rare informazioni che si possono trarre dal libro di Thion, per esempio, [...] è la dimostrazione di Faurisson che il Diario di Anna Frank è, se non un "falso letterario", perlomeno un documento adulterato Vérité politique ou vérité historique?, La Vieille Taupe, 1980], pp. 213-298) (p. 210);

nell'82, come abbiamo visto, tornerà sulla dolente nota e ammetterà come ipotesi che il Diario "ponga problemi di autenticità". Apprezzi, chi ci legge, la sornioneria con la quale il temibile polemista alleggerisce la leggenda di quello che gli sembra in via di diventare un peso morto. Ma soprattutto valuti con quanta verosimiglianza e con quanta serietà sia possibile presentare Faurisson come un tale intento a "cercare il vero nel caso veramente limitato [!!!] del Diario di Anna Frank" e a "cercare il falso" in tutto il resto. Per parte nostra, troviamo che vi sia di che strabiliare; e, per motivi antitetici ai nostri, di che strabiliare troverà pure Rosellina Balbi, autrice di un non dimenticabile articolo in cui ogni indagine sull'autenticità del Diario veniva assimilata ad un "atto di terrorismo" (13). Quanto, poi, all'illusione o, piuttosto, alla finzione di aver provato alcunché, sarebbe auspicabile che il nostro luminare si snebbiasse la mente saggiando l'ammissibilità in sede epistemologica del concetto di prova cui usa riferirsi.

Veniamo all'altro passo dello scritterello antichomskyano:

(2.) L'ho detto e lo ripeto: la [...] interpretazione [data da Faurisson del diario dell'SS dott. J.P. Kremer, medico ad Auschwitz nel '42] è un falso nel senso più vero del termine. Se un giorno sarà necessario analizzare il resto delle sue menzogne e delle sue falsificazioni, lo farò, ma quest'operazione mi sembra di poco interesse e sarebbe senza utilità per la setta di cui egli è ormai il profeta (p. 267).

Siamo al solito punto: lo sventramento del "resto delle menzogne e delle falsificazioni" di Faurisson è continuato, guarda caso, a sembrare a Vidal-Naquet un'"operazione di poco interesse" anche dopo che la Réponse ha demolito la sua pretesa di aver convinto di falso l'interpretazione faurissoniana del diario del dott. Kremer. Possiamo esserne certi: anche in futuro l'operazione continuerà a sembrargli "di poco interesse". La 'verità' politica che sta a cuore a costui ha esigenze per soddisfare le quali bisogna essere disposti a comportarsi da venditori di pere cotte.

Puo darsi che nei panni di venditore di pere cotte Vidal-Naquet non si senta del tutto a suo agio. Ma anche a questo c'è rimedio: non ha già messo le mani avanti, prima rifiutando ogni confronto, poi, per soprappiù, manifestando una lodevole preoccupazione per il patrimonio boschivo del Canada? Non appena se ne presenterà il destro -- preparando l'edizione italiana, nella specie -- si seppellirà la faccenda col menzionare la Réponse come utilizzabile per la rettifica di "alcuni particolari". Una classe dominante che trova i suoi intellettuali organici in campioni di questa fatta si definisce da sola.

* * *

Forse adesso il lettore ha qualche motivo di non sospettarci di esagerare se diciamo che di regola, e non per eccezione, gli exploits argomentativi di Vidal-Naquet consistono in gherminelle belle e buone. In Francia l'incanto è rotto, da noi l'autorevole venditore di fumo è circondato dal rispetto che si riserva a chi è dedito a studi severi e puovantare un'adamantina coscienza. Ma le gherminelle non cambiano di natura per il solo fatti di valicare le Alpi.

Non sono qui a "giudicare" Paul Rassinier,

esordisce il nostro (p. 223). No, lui non è li a ""giudicare"", è li perché giudichino gli altri. E li perché gli altri giudichino nel senso desiderato da lui:

Maurice Bardèche [cui la premessa alla seconda edizione de Le Mensonge d'Ulysse (1954) rende un valido omaggio] aveva cominciato nel 1948 la sua campagna politica con Nuremberg ou la Terre promise. E bene leggere questo "libro ammirevole" (Rassinier, Le Véritable procès Eichmann, ou les vainqueurs incorrigibles, La Vieille Taupe, 1983, reprint dell'ediz. del 1962], p. 43). Allora Maurice Bardèche non aveva ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c'era stato: "Esisteva una volontà di sterminio degli ebrei sulla quale le prove sono numerose" (p. 187). Ma questo sterminio non ci riguarda: "Cioche è avvenuto a Auschwitz, a Maidanek e in altri luoghi riguarda gli slavi; noi dobbiamo occuparci dell'Occidente" (p. 115). Cosicché la vera domanda è: "Quanti francesi sono stati deportati a Auschwitz e a Treblinka?" (p. 162). "Non ci fu deportazione di francesi, ci fu deportazione di ebrei; e, se alcuni francesi furono deportati con loro, fu perché avevano accettato o sembrava che avessero accettato la difesa della causa ebraica". Il libro termina con una formula lapidaria: "Dobbiamo scegliere se avere le SS con noi o da noi" (V.-N., pp. 223 s.).

Cosi al lettore di Vidal-Naquet resterà in mente che Rassinier considerava "ammirevole" un libro il cui autore, non avendo "ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c'era stato", dava per provata "una volontà di sterminio degli ebrei" e sminuiva la gravità del genocidio e della volontà di cui il genocidio aveva rappresentato l'attuazione, fino al punto di affermare che la cosa "non ci riguarda". Ma davvero Bardèche parlava in questo modo?

Se ci si rifà a Le véritable procès Eichmann si constata che Rassinier (loco cit.) diceva "ammirevoli" non uno, ma due libri di Bardèche: quello sunteggiato da Vidal-Naquet (e del quale venne pubblicata anche un'edizione italiana sotto il titolo I servi della democrazia, Longanesi & C., Milano, 1949) e un altro, Nuremberg II ou les Faux-Monnoyeurs. Di questo secondo libro Vidal-Naquet non fa cenno. Non ne parleremo neppure noi, dato che esso ci è ignoto; ma, conosciuti che si siano gli usi e costumi polemici del san Giorgio dello sterminazionismo, chi non troverà sospetto questo silenzioso passaggio dal plurale al singolare?

Non mancherebbe d'interesse risalire a Nuremberg II: del resto, quod differtur... Ma stiamo a I servi della democrazia. E il libro di un fascista dichiarato ed è pervaso da pregiudizi razzistici e antisemitici. Se ci fosse possibile astrarre da questa circostanza, anche noi lo definiremmo un libro ammirevole, e ciosenza la minima adesione al punto di vista politico generale dell'autore. E forse vero che questi vi sminuisce la gravità del genocidio?

Quando scrive di un libro Vidal-Naquet, al pari di chiunque altro, deve procedere per excerpta. La rettitudine sta nel non trasformare l'esposizione per excerpta in un espediente per far dire all'autore che si cita cioche egli non ha detto. Assemblando un certo numero di frasi staccate non è difficile confezionare un collage avente un significato finanche opposto a quello che è il pensiero dell'autore: la cosa è tanto risaputa che non ci si puoesimere dal provare un certo imbarazzo a doverla ricordare. La linea di demarcazione tra l'onestà e la disonestà è segnata inequivocabilmente dalla maniera in cui si trascelgono gli excerpta. Vediamo con quanta ragione l'adamantina coscienza cerchi di colpire Rassinier attraverso Bardèche.

Si accusa la Germania -- è Bardèche che parla -- dello sterminio di migliaia e migliaia di esseri umani. Beninteso, noi condanniamo tali procedimenti in ogni tempo, ed anche in tempo di guerra. Su cionon v'è dubbio possibile; e se durante la guerra fossero venute a nostra conoscenza alcune azioni rimproverate oggi alla Germania, avremmo protestato subito contro quelle azioni. Ma prima, giova ripeterlo, dobbiamo esigere una verifica imparziale delle accuse, verifica non ancora fatta; dopo di che non possiamo parlare di cose simili fingendo di dimenticare che gli alleati hanno usato con metodi diversi, ma altrettanto efficaci, un sistema di sterminio quasi egualmente esteso; infine a noi francesi non è permesso di ignorare, esprimendo il nostro giudizio, che quello sterminio (come risulta chiaramente dalla stessa accusa [di Norimberga]) fu diretto soprattutto contro popolazioni allogene, e soprattutto contro gli slavi [...] Riconosciamo che tra la Germania e la Russia si è aperto un conto spaventevole [...] Se è vero che i loro prigionieri sono stati massacrati a centinaia di migliaia, che le loro province sono state distrutte, spopolate e rase al suolo, i loro contadini impiccati come grappoli umani, se cioche essi affermano è vero, [i sovietici] avrebbero il diritto di trasformare metà della Germania in un deserto polveroso [...]

Ma essi non hanno fatto nulla di ciò; hanno avuto il sangue freddo di comprendere che sopprimere i nemici irriducibili e stabilire solidamente il proprio potere, erano obbiettivi più importanti della vendetta. Ed hanno lasciato condannare i tedeschi giuridicamente, per fatti che la loro politica annullava. Non siamo dunque più realisti del re. Quanto è accaduto ad Auschwitz, a Maidanek e in altri luoghi riguarda gli slavi: noi dobbiamo occuparci dell'Occidente. Non reclamiamo debiti che il debitore non reclama. Cerchiamo invece di correggere le esagerazioni della nostra propaganda. E per noi importante sapere cioche i tedeschi hanno fatto "a noi" (pp. 95-98). Si, all'est dell'Europa, c'è aperto un terribile conto tra la Germania e i suoi vicini. Si, c'è stata una politica di sterminio, e ne sono state trovate le tracce [...] Sono state trovate le deliberazioni delle conferenze del Führer, le istruzioni ai responsabili, gli ordini, tutto è stato ritrovato. Questa politica paurosa sventuratamente sembra che sia stata attuata; almeno esistono documenti che lo provano [...] Si, quello fu un crimine. Ma risponde a verità? Vi è di tutto in quei documenti, che non sempre sono stati classificati con prudenza (pp. 108 s.). Le cifre presentate dalla delegazione russa sono incontrollabili. E se la delegazione russa si fosse servita del processo di Norimberga per montare una propaganda enorme, come ha fatto la delegazione francese? [...] Su questa questione il processo rimane "aperto"; avremmo torto a crederlo chiuso dal giudizio pronunciato (p. 110).

Ci si accorge subito che la campana manda un suono molto diverso da quello che echeggia nel sunto offerto da Vidal-Naquet. Andiamo avanti.

Bardèche riferiva di fonti giornalistiche secondo le quali in epoca successiva alla guerra si sarebbero costruite "scene complete di tortura in luoghi ove mai erano esistite". Secondo tali fonti, "ad Auschwitz e a Dachau, per esempio", sarebbero stati edificati "forni crematori "supplementari" destinati a calmare gli scrupoli di qualche cervello matematico" (p. 124). Queste voci non erano per nulla infondate: che nel dopoguerra si sia proceduto ad interventi del genere oggi è ammesso anche da parte sterminazionistica; a denti stretti, s'intende, e naturalmente allegando motivi del tutto diversi da quello cui Bardèche faceva risalire quegli interventi. Abbiamo visto che lo stesso Vidal-Naquet non è disposto a far dipendere le sorti dello sterminazionismo dalla questione dell'autenticità di certe strutture edilizie. Le ammissioni odierne e le cento altre circostanze poste in chiaro dalla critica revisionistica dimostrano quanto fosse legittimo l'interrogativo di Nuremberg:

se bisogna tener conto della storia che si costruisce ogni giorno, chi puodire che il processo è giudicato, chi puodire di sapere la verità sui campi della Germania? (p. 128).

Scrivendo nel 1948, Bardèche considerava pacifico che "nel pensiero germanico non esistesse affatto [come, invece, aveva sostenuto la delegazione francese a Norimberga] una volontà di sterminio dei francesi": oggi non c'è, non diciamo uno storico, ma neanche un compilatore di manuali scolastici che parli più di questa "volontà di sterminio dei francesi".

Esisteva invece una volontà di sterminio degli ebrei (e ce ne sono numerose prove) (pp. 159 s.);

quel che segue lo si puoleggere nell'excerptum dato da Vidal-Naquet: "Non ci fu deportazione di francesi". Il senso è chiaro. Agli occhi di Bardèche, fascista e razzista, non esistevano francesi ebrei (o italiani ebrei, olandesi ebrei e via dicendo), ma ebrei ai quali il fatto puramente legale ed esteriore del possesso della cittadinanza francese (italiana, olandese, ecc.) non toglieva la qualità effettiva di "popolazione allogena". Noi respingiamo nel modo più categorico questo punto di vista, che d'altronde collima perfettamente con quello sionistico. Ci è doloroso riconoscere che a esso, oggi, la presenza dello Stato israeliano e l'elemento di ambiguità che tale presenza introduce nella posizione delle comunità ebraiche della Diaspora conferiscono quanto meno un'apparenza di fondatezza. Questo stato di cose rischia di risolversi prima o poi a loro danno; e il giorno in cui una nuova sciagura si abbattesse sugli ebrei in quanto tali sarebbe un giorno nero per tutti. Ma non è di cioche qui si discute, bensi delle "numerose prove" che nel 1948 (quando, cioè, stando a Vidal-Naquet lo scrittore fascista "non aveva ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c'era stato"), a Bardèche parevano testimoniare retrospettivamente l'esistenza di "una volontà di sterminio degli ebrei".

Osserviamo che, 1., questa volontà non ci conduce necessariamente ai lager, quale che fosse la dimensione tragica -- magistralmente messa in luce da Rassinier -- connaturata all'istituzione concentrazionaria; e che, 2., circa le "prove" della pretesa attuazione di uno sterminio nei lager, la letteratura revisionistica è li a fornire spunti di riflessione dei quali quel che si è dato nelle pagine precedenti non è che un ristrettissimo saggio. E fuori dai lager? Fuori dai lager nessun revisionista serio ha mai contestato che massacri, di ebrei e non, abbiano avuto luogo; i problemi che si pongono sono, semmai, quello dell'entità delle perdite umane imputabili a questi massacri (e per le perdite ebraiche [* Globalmente considerate: nei lager e fuori (1993)] rimane essenziale quello studio statistico di Rassinier che Vidal-Naquet ha la ridicola presunzione di dare per liquidato à jamais da meno di due delle sue pagine) e quello della rispondenza dei massacri, dovunque siano avvenuti, ad una volontà attestata da "numerose prove". Oggi a dubitare di queste "numerose prove" non è solo Bardèche, il quale, come si è visto, ne dubitava già nel '48 ("Si, quello fu un crimine. Ma risponde a verità?"), anche se Vidal-Naquet trova opportuno ignorare la cosa: abbiamo già detto dello straordinario imbarazzo manifestato da Aron e Furet di fronte ad alcune domande poste loro nel corso della conferenza stampa che si tenne alla chiusura del convegno cui si era negato a Faurisson di intervenire; qui aggiungeremo che quelle domande concernevano proprio la possibilità di provare questa volontà e la possibilità di individuare non in via di congettura, ma documentalmente e nominativamente i centri di potere in cui questa volontà sarebbe maturata e da cui sarebbero partiti gli ordini di sterminio. Insomma, su questi punti essenzialissimi oggi siamo in piena notte e nebbia. Ma comunque si presenti oggi la questione, in chi esisteva questa volontà secondo il Bardèche di trentasette anni or sono? La sua ipotesi di una responsabilità limitata a Himmler è ora accolta dallo storico inglese David Irving. Diamo ancora la parola a Bardèche:

lo sterminio degli ebrei ci appare come uno dei procedimenti nuovi di questa guerra, e dovremo giudicarlo alla stregua degli altri: lo sterminio degli slavi, i bombardamenti delle grandi città tedesche. E inutile naturalmente precisare che noi condanniamo, come tutti, la distruzione sistematica degli ebrei. Ma [...] risulta chiaramente dagli elementi del processo [di Norimberga] che la "soluzione del problema ebraico" approvata dai dirigenti nazionalsocialisti consisteva unicamente nel riunire gli ebrei in una zona territoriale chiamata "riserva ebraica": era una specie di ghetto europeo, una patria ebraica ricostituita all'est [...] E possibile [...] che la politica [di sterminio] di Himmler sia stata una politica del tutto personale, eseguita con discrezione e di cui a lui soltanto va accollata la responsabilità. La condanna alla quale ci si chiede di associarci e alla quale ci associamo non tocca quindi un popolo, ma un uomo a cui il regime (ed è il suo torto) ha lasciato poteri esorbitanti (pp. 164 s.; tutti i corsivi sono nostri).

Tra la nostra esposizione per excerpta e quello dello storico-giornalista-polemista passa la medesima differenza che tra lo scrupolo della completezza e lo stravolgimento dei testi. Il lettore ha ogni possibilità di controllo.

Dopo di che, se è giusto -- e lo è -- che la figura di Rassinier venga giudicata in rapporto al contenuto di un libro da lui ritenuto "ammirevole", dica il lettore quanto abbiano in comune il libro caratterizzato dagli excerpta che ne diamo noi e quello caratterizzato dagli excerpta che ne dà Vidal-Naquet; e tragga poi, a riprova di quelle che già ne ha tratte, ogni altra conclusione sull'affidabilità dell'ingombrante personaggio le cui chiacchiere vengono ora ammannite al pubblico del nostro paese.

* * *

In chi fa professione di ricerca della verità -- e tale, in via di principio, è il caso dello storico -- la disonestà intellettuale, ove la si consideri con l'occhio del moraliste, riesce come poche altre cose a dare la sensazione del vuoto. La menzogna, nel significato più largo del termine, appartiene alla vita quotidiana; si puoperfino dire che ne costituisce un elemento strutturale. Appena che ci si rifletta, nessuna reale difficoltà a rendersi conto di ciò; e tuttavia, per ingenua che possa apparire, ed essere, questa reazione, non è possibile sfuggire a una sorta di sbigottimento quando ci si deve arrendere all'evidenza di uno storico che ciurlando nel manico degrada una funzione che per metodi e risultati aspira alla scientificità. Nessun riconoscimento dei diritti del soggettivo puovenire invocato per giustificarlo: perché è vero che i fatti sono leggibili in più chiavi e dunque non possono non dar spazio all'interpretazione, che è sempre una pluralità di interpretazioni sottesa da una pluralità di possibili angoli visuali; ma è vero anche che questo attiene solo all'aspetto valutativo del lavoro dello storico. Ma la valutatività presuppone i fatti. Si potrà discutere fino a che punto la Rivoluzione rappresenti una cesura e fino a che punto invece esprima una continuità rispetto alla precedente storia di Francia; ma, la Bastiglia essendo incontrovertibilmente stata presa il 14 luglio, non puoesistere -- è lo stesso Vidal-Naquet a ricordarlo -- una scuola storica per la quale l'evento sia accaduto il 15 (14).

Racchiusi entro una sfera la cui superficie segna i limiti della valutatività soggettiva, i fatti rimangono quel che sono: emersioni producentisi in un mondo a tre dimensioni, e pertanto accertabili e conoscibili; se direttamente o indirettamente, a seconda dei casi, non importa; ma accertabili e conoscibili quando li si sottoponga a criteri d'indagine materiati di una razionalità che riceve il suo valore dall'essere omogenea ai fatti perché correlativa essa stessa a questo mondo a tre dimensioni in cui i fatti si inscrivono. Non avremo difficoltà ad ammettere che presso il lago Regillo si sia svolta nel 496 a.C. una battaglia tra latini e romani, ma, contro Livio, relegheremo tra le favole che Castore e Polluce siano discesi dal cielo a rincuorare i romani in un momento in cui le sorti dello scontro volgevano a loro sfavore. Non negheremo certo né giustificheremo la scellerata persecuzione antiebraica ad opera del nazismo cosi come non porremo in dubbio che i lager siano stati teatro di rivoltanti brutalità, ma non percioaccetteremo come veritieri conteggi mortuari che si contraddicono l'un l'altro in maniera insanabile e dei quali è stato dimostrato il carattere arbitrario e osserveremo piuttosto che a ingigantirli confluivano e confluiscono più interessi e che alla dimostrazione della loro inattendibilità non sono stati opposti se non la calunnia, l'ingiuria o il silenzio; constateremo che l'esistenza di qualcosa che sia definibile come un progetto di sterminio non puoaffatto dirsi stabilita; considereremo le testimonianze e le documentazioni esibite dagli sterminazionisti con uno spirito critico cui non vediamo nessuna valida ragione di rinunciare e troveremo invece altamente sospetto che con ogni mezzo si solleciti tale rinuncia; presteremo, infine, la dovuta attenzione agli argomenti di chi -- ponendo perciostesso il proprio discorso sul terreno della controllabilità -- assume di basarsi, oltre che sull'impiego della critica filologica metodicamente applicata alle presunte fonti, sulle leggi della fisica e della chimica per contestare che le cose che ci vengono indicate come camere a gas possano aver effettivamente funzionato come camere a gas. Senza mettere sul suo conto vessazioni che egli deplora, ma rispetto alle quali egli si è mosso in obiettiva convergenza, rileveremo che Vidal-Naquet confuta non già il revisionismo, ma una contraffazione di esso. Ne concluderemo che, se egli ha bisogno di misurarsi con una contraffazione, è segno che il revisionismo è tutto fuori che il coacervo di fantasie che egli ci dipinge. Cioche è grave è che egli pretenda di parlarne in veste di storico.

Lo storico consapevolmente menzognero, apprestando per il presente e per il futuro una rappresentazione adulterata di quel complesso di accadimenti che ieri ha preparato l'oggi e che oggi prepara il domani, non mistifica soltanto i suoi contemporanei, ma imbastardisce e avvelena le radici della loro posterità. Il suo atteggiamento di fondo è di un nichilismo desolante, è una cinica adesione all'après moi, le déluge: questo, quanto alla sua psicologia. Se poi, con Hegel, si pensa che in un certo senso tutta la storia sia storia sacra, egli è un blasfemo.

"Quest'uomo russa, ma il suo russare ha un senso". Ha un senso anche il decampare di Vidal-Naquet dagli imperativi del suo ufficio di storico.

Il mondo in cui viviamo è il risultato di mille e mille eventi. Alcuni tra essi hanno un carattere nodale. Questo carattere lo possiede in sommo grado la seconda guerra.

Esigenza primaria comune alle parti uscite vittoriose dal massacro del '39-45 era e resta quella di accreditare se stesse come intrinsecamente imparagonabili all'avversario di allora. Quello del genocidio si connette ad un altro mito e lo conferma; già nel '39 quest'altro mito non aveva più il pregio della novità. Sono sempre attuali queste linee di Amadeo Bordiga:

Allo scoppio della guerra imperialista del 1914, sulla denigrazione della Germania e del popolo tedesco si fondol'inganno gigantesco di presentare il conflitto come guerra ideologica. Non era il capitalismo che imboccava la china ineluttabile della sua infamia e vergogna e della sua svelata barbarie, proclamata dai marxisti. No, la civiltà, una nel tempo e nello spazio, era attributo umano a cui uno solo attentava: il tedesco; tutti gli altri la difendevano in una santa crociata! La bestemmia secolare sta tutta qui; è stata la stessa nel 1939 ed è la stessa oggi (15).

Nei calcoli di Usa e Urss solo il merito di aver cancellato un abominio senza precedenti puofar passare in sottordine il fatto che la loro politica gronda sangue e fango. Di qui, e dalla necessità di avere a che fare con un'Europa che, se è incapace di autonomia politica, è perorestia a rassegnarsi a questa incapacità e che -- in un'ottica borghese che sarebbe inammissibile giudicare coincidente con quella proletaria -- a questa incapacità potrebbe sottrarsi solo a patto di trovare nella Germania il principale dei suoi punti di forza, scaturisce l'antitedeschismo alimentato ora scopertamente, più spesso sotterraneamente, ma incessantemente, dalle centrali imperialistiche e dai loro fiduciari preposti alla guida delle province degli imperi. Le une e gli altri sanno molto bene che, se è vero che "chi controlla il presente, controlla il passato", non è meno vero che "chi controlla il passato, controlla il futuro" (Orwell). La sostanza razzistica del mito antitedesco non ha bisogno di venire evidenziata. Beninteso, si ha cura di distinguere tra i tedeschi di oggi e quelli di ieri: il sottinteso è che nel tedesco di oggi continua a vivere allo stato latente quello di ieri, quello le cui attitudini avrebbero reso possibile il genocidio. I reduci delle patrie battaglie resistenziali che a data fissa rievocano i loro stucchevoli fasti, i tanti che possono esibire ferite non ancora rimarginate, piaghe che sanguinano ancora anche perché un ininterrotto martellamento propagandistico non consente alle ferite e alle piaghe di cicatrizzarsi, non sospettano neppure alla lontana i loschi fini per i quali fungono da strumenti. Si piangono i morti di Lidice, di Oradour, di Marzabotto, e si passa sopra a Katyn, ai mille martoriati villaggi di una Germania ormai in agonia, a Dresda rigurgitante di profughi e senza alcuna necessità militare trasformata in uno spaventoso braciere [* scrivendo di getto dimenticammo di far parola della barbarica e sanguinosissima cacciata dei tedeschi dai territori germanici dell'Est (1993)]. Ci si ricorda, è vero, di Hiroshima e Nagasaki, ma fu proprio perché ci se ne ricordasse che le si atomizzò. Ci si ricorda, inoltre, dell'Ungheria, della Cecoslovacchia e dell'Afghanistan, ma è forse contestabile il contributo dato da Mosca allo schiacciamento del bruto germanico? Il Vietnam è nella memoria di tutti; se il Guatemala, Santo Domingo e Grenada sono caduti nel dimenticatoio, basta scorrere i titoli di un giornale per rendersi conto delle intenzioni degli Stati Uniti nei riguardi del Nicaragua; ma forse che al loro interno gli Stati Uniti non offrono -- o non sembrano offrire -- un modello di rispetto della democrazia formale? Il Male assoluto è stato sconfitto nel '45; la sua assolutezza è attestata dall'asserito sterminio degli ebrei. Le imprese brigantesche perpetrate o provocate in questi quarant'anni dai vincitori di allora -- e quella che se ne è data non è che un'esemplificazione sommaria e del tutto inadeguata alle proporzioni della vicenda cannibalesca che si svolge quotidianamente su scala mondiale -- possono suscitare un soprassalto d'indignazione, ma il giudizio pressoché unanime di chi non le subisce sulla propria pelle sarà che i regimi 'democratici' o 'progressisti' non sono se non gli occasionali responsabili di un male, per dir cosi, relativo.

In questi quarant'anni il male relativo ha prodotto centoquaranta o centocinquanta guerre locali e sedici milioni di vittime; sedici milioni di vittime che rappresentano poi una porzione trascurabile dell'ammontare dei costi umani di un ordinamento sociale il quale esporta all'esterno delle metropoli industriali gli effetti più devastanti di un modo di produzione che, diceva Marx, accumula ricchezza da un lato nell'esatta misura in cui accumula miseria dall'altro. Senza bisogno di ricorrere a recinzioni percorse dall'alta tensione, il mondo intero, salvo un certo numero di isole privilegiate, è stato trasformato in un lager, e nei settori più sfavoriti di questo lager la fame silenziosamente celebra, moltiplicati, gli stessi trionfi che ad Auschwitz. Ma, poiché protagoniste di questa trasformazione potevano essere soltanto le potenze vincitrici nel '45, ci si vuole fare convinti che tutto cioè imparagonabile con quanto sarebbe avvenuto se la civiltà non fosse stata salvata allora. Dove sono in funzione, oggi, le camere a gas? Argomento che apparirebbe perfino stringente se giorno dopo giorno non affiorasse questo semplice dato: che con tutta verosimiglianza non ve ne sono mai state.

Al Male assoluto andiamo debitori della nascita di Israele. Se ci si è dimenticati di Deir Yassin, questo non è ancora avvenuto per Sabra e Chatila: motivo di più perché il sionismo non risparmi sforzi per rilanciare di continuo la leggenda olocaustica. I Simon Wiesenthal con i loro testimoni (compresi quelli colti in mendacio (16)), i persecutori di Rassinier e di Faurisson, lavorano a tempo pieno all'impresa. Nella sua forma attuale di Stato sionista Israele puovivere solo a condizione che gli ebrei si sentano continuamente sul collo il fiato delle SS. Quella stortura ripugnante che è l'antisemitismo è il suo migliore alleato.

Insieme con il sionismo e con il suo Stato-ghetto, con i Simon Wiesenthal e i loro testimoni, con i persecutori di Rassinier e Faurisson ad onta di tutti i distinguo, anche Vidal-Naquet si adopera a puntellare e a restaurare quella leggenda nel momento in cui essa comincia a vacillare. Di rado prima d'ora il mestiere di storico era stato trascinato tanto in basso.

Note

(12) Si veda Noam Chomsky, Réponses inédites à mes détracteurs parisiens, Spartacus, Paris, 1984.

(13) Rosellina Balbi, Per Anna Frank, gli esami non finiscono mai, "La Repubblica", 8 ottobre 1980; si vedano anche gli altri articoli antirevisionistici che la Balbi ha pubblicato nel medesimo giornale, 10 e 24 febbraio di quell'anno. L'"amata e temuta signora dell'intelligenza contemporanea" (cosi la sviolina Natalia Aspesi, ibid., 29 giugno 1985) è una lancia spezzata del sionismo, di cui tessé l'apologia nei giorni caldi dell'aggressione israeliana dell'82 (e poi in Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Laterza, Bari, 1983; 2a ed., 1985), ed è altresi redattore capo per i servizi culturali de "La Repubblica"(*). Quest'ultima circostanza, se collegata al precedente costituito dagli articoli dell'80 e all'orientamento storico e politico dell'autrice, fa apparire tanto più sorprendente che il giornale in parola abbia recensito il libro di Vidal-Naquet (finito di stampare nel marzo '85) con sei mesi di ritardo e dedicandogli un articoli di Enzo Forcella (Il fedele traditore, 18 settembre) in cui non è dato di trovare la più fuggevole allusione alla polemica antirevisionistica che ne è parte essenziale. O come mai? Che in materia di revisionismo e antirevisionismo, la cólta gazzetta che "sveglia l'Italia", come recita una pubblicità televisiva particolarmente scimunita, si sia fatta più cauta che per il passato? Puoessere interessante, a questo proposito, risalire ad un libretto con il cui contenuto concordiamo senza riserve, Sionismo e Medio Oriente, Gruppo comunista internazionalista autonomo, Milano, 1984, pp. 52, n. 3, e 55 s.: vi si avrà notizia di un episodio che attesta anche l'alto grado di correttezza di quel giornale nei suoi rapporti con i lettori quando viene in ballo la leggenda olocaustica.

A proposito del Diario della Frank: dà da pensare il fatto che, rivelatasi insostenibile quanto meno la totale autenticità di esso (vedi la contorta ammissione di Vidal-Naquet), sia saltato fuori con suggestivo tempismo, nell'81, un altro diario, quello di Etty Hillesun (ora anche in italiano, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 1985). Un diario 'surrogatorio'?

(*) Sull'idoneità della nominata a ricoprire un posto del genere è lecito nutrire più di un dubbio. Da un articolo a sua firma si apprende che la Nep sarebbe stata "la "Nuova politica economica" di Stalin, che nel corso degli Anni Venti colpi tanto duramente i contadini" (12 novembre 1985). La Balbi confonde la Nep e la collettivizzazione forzata, cioè due politiche di cui la seconda rappresentoné più né meno che il rovesciamento della prima! Uno svarione cosi sesquipedale deciderebbe l'esito perfino di un esame universitario!

(14) A Vidal-Naquet l'assimilazione del revisionismo ad un'ipotetica scuola storica del 15 luglio deve parere un exploit particolarmente felice. Enunciata nell'articolo di "Esprit" (pp. 210 s. de Gli ebrei), la ritroviamo pari pari in un'intervista che il san Giorgio dello sterminazionismo rilascioa P.-A. Taguieff e J. Tarnero e che comparve in "Les Nouveaux Cahiers", no 68, primavera 1982 (prima, dunque, che vedesse la luce la Réponse). In questa intervista, che non è stata inserita nell'edizione italiana del volume vidalnaquettiano, la tecnica della reductio ad stultitiam tocca forse il suo apice. L'atteggiamento di Faurisson sulla questione delle camere a gas è qualificato come matérialisme à sabots: sarebbe, cioè, quello di un tizio che, avendovi interrogati sull'altezza esatta dell'armadio della vostra stanza, ed essendogli stato da voi risposto che essa è di 2 metri e 40, vada a controllare con tanto di cordella millimetrata e, riscontrato che non di 2 metri e 40 si tratta, ma di 2 metri e 38, proclami falso tutto il vostro discorso e inesistente l'armadio. Testuale! C'è bisogno di specificare che, secondo il solito, lo storico-giornalista-polemista prende in giro il suo lettore? Cioche è in questione non è una differenza di 2 centimetri tra le misure dichiarate e quelle effettive dell'armadio di cui blatera il nostro eroe, bensi il fatto che la vostra stanza, essendo un parallelepipedo di 4 x 6 x 3,50, non puocontenere un immane armadio di 8 x 12 x 7. Per mascherare questa evidenza Vidal-Naquet va a scomodare Platone: Faurisson appartiene agli amici della terra, ai figli della terra, a coloro che hanno pelo nelle zampe. Madame de Sévigné diceva di un tale che, se a tutti è concesso di essere brutti, quegli ne abusava. Questa intervista suggerisce irresistibilmente una parafrasi: a tutti è concesso di essere stupidi, l'insigne ellenista ne abusa.

(15) [Amadeo Bordiga], Vae victis Germania, "Il programma comunista", 1960, n° 11; ripubbl. in Amadeo Bordiga, Vae victis Germania -- [Anonimo], Auschwitz ovvero il Grande Alibi, Gruppo della Sinistra Comunista, Torino, [1971].

(16) Al processo Zündel ha deposto a discarico certo Frank Walus che, accusato di essere stato guardiano in un lager e condannato perché riconosciuto da undici testimoni prodotti da Wiesenthal, è riuscito a far rivedere la sentenza che lo aveva colpito dimostrando l'impossibilità materiale della sua presenza là dove quei testimoni avevano affermato di averlo veduto.

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3/5 Precedente / Seguènte

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Estratto di Cesare Saletta a Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet. (1993)
Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta da Arturo Peregalli. La compra de questo libro da une libreria e fortamente consigliata..




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