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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

Cesare Saletta

 

Parte 4

 

In margine d'una recensione

(1986)

[65]

Colui che tra il '79 e l'82 è stato la vedette dello sterminazionismo in Francia -- veste in cui si è riproposto al pubblico italiano lo scorso anno (Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti) -- è, come si sa, un ellenista. V'è da dolersi che la parentesi antirevisionistica lo abbia distolto dagli studi prediletti, poiché nel suo campo ha prodotto, cosi ci assicurano, cose eccellenti. Ma quel che è fatto è fatto. Ora, la parentesi essendoci stata, il libro risultando un insieme composito in cui alla polemica, virulenta quanto sleale, contro Rassinier, Faurisson e la Vieille Taupe si affianca a una dotta indagine sulle Forme dell'attività politica nel mondo ebraico con particolare riguardo al I secolo d.C., la fama accademica di Vidal-Naquet essendo, infine, raccomandata al contributo da lui recato alla conoscenza dell'antichità classica, è naturale che dell'edizione italiana si occupi come recensore chi ha comuni con lui gli interessi scientifici. Il guaio sta nel fatto che, se non si è seguito da vicino quel "dibattito che non poteva esserci" (1) e che nondimeno c'è stato e c'è ancora (anche se nel frattempo, in Francia, Vidal-Naquet si è defilato) -- il dibattito sulla realtà dell'olocausto e del suo strumento-simbolo, la camera a gas --, la statura dello studioso non permette di sospettare il livello davvero deplorevole del polemista. E cosi puosuccedere che, se ha indipendenza di spirito, ma non, in pari grado, corredo di specifica informazione, chi guarda all'ellenista come ad un maestro prenda per buone le gherminelle della vedette. E quanto accade a Diego Lanza, docente di letteratura greca all'Università di Pavia, che in "Quaderni di storia" (n° 23, gennaio-giugno 1986) consacra sedici pagine a Gli ebrei.

Ulrike Meinhof viene menzionata da Vidal-Naquet come responsabile di "un testo antisemita e imbecille, ma non un testo revisionista" (p. 289). Eccolo: "'''Sei milioni di ebrei furono uccisi e gettati nel letamaio d'Europa perché erano ebrei del denaro (Geldjuden)''". Una frase siffatta deve, a giusta ragione, essere suonata molto improbabile al Lanza, il quale in questo caso si è comportato da filologo quale è e ha fatto quello che Vidal-Naquet non ha fatto: è risalito alla fonte. La fonte è il resoconto di un'udienza del processo contro Horst Mahler alla quale la Meinhof, detenuta, intervenne come testimone. Questo resoconto, a firma P.J. Winters, apparve nella "Frankfurter Allgemeine Zeitung" del 15 dicembre 1972. Al Lanza è sufficiente sottoporlo all'analisi più sommaria per toccare con mano "l'ignoranza di Winters", un'ignoranza, dice, da cui "non bisogna farsi fuorviare". Ma il cronista non era solo ignorante: era anche pervaso da un "grossolano malanimo". Nessuna meraviglia, dunque, che "attribuisse senz'altro alla Meinhof l'antisemitismo che ella mostra come arma di successo del nazismo". Nella prosa di questo Winters, una prosa che giustappone frasi virgolettate, parafrasi di argomentazioni della testimone e commenti dell'estensore, il punto di vista della Meinhof è presentato cosi: "Capitale finanziario e banche, "il nocciolo duro del sistema", dell'imperialismo e del capitalismo, avrebbero rovesciato sugli ebrei l'odio della gente per il denaro e per il proprio sfruttamento". Era la risposta che essa si dava dopo essersi domandata: "Come fu possibile Auschwitz? Che cosa fu l'antisemitismo?". Auschwitz, dunque, come risultato di uno sfiguramento della lotta di classe, di una sua diversione verso un falso obiettivo, e questa diversione era stata promossa dal "''nocciolo duro del sistema''" con un fine di autoconservazione; falso obiettivo, gli ebrei, dipinti "''come ebrei del denaro''". Ulrike non doveva aver mai sentito nominare Rassinier e per lei Auschwitz era lo Auschwitz della vulgata sterminazionistica; ma, con buona pace di Vidal-Naquet, il suo "testo", oltre a non essere revisionista, non è né antisemita né -- a differenza delle incursioni antirevisionistiche della grosse tête -- imbecille. Avrebbe potuto accorgersene anche l'ellenista francese se avesse fatto quel che ha fatto l'ellenista italiano: se si fosse curato di risalire alla fonte. C'è chi crede che per chi fa lo storico di mestiere si tratti di una cosa d'ordinaria amministrazione...

Se poi, per parte sua, l'ellenista italiano si fosse curato di risalire a quella letteratura revisionistica che, quando ha recensito il libro di Vidal-Naquet, palesemente gli era nota solo attraverso quest'ultimo, è certo che la recensione o non sarebbe mai stata scritta o sarebbe riuscita per tono e contenuto completamente diversa da quella che ha visto la luce. (Ci limitiamo a questa alternativa perché al Lanza non useremo la scortesia di supporre che sarebbe stato capace di saltare a pie' pari e senza neanche accennarne, come ha fatto Enzo Forcella2, tutta la parte del libro dedicata alla spinosissima questione dell'asserito sterminio). Nella seconda eventualità è più che probabile che lo studioso italiano si sarebbe trovato di fronte al dilemma se votare all'inedito il suo scritto o agire invece come opuscolografo: semmai associandosi lui stesso ad uno di quei "gruppuscoli di opuscolografi" alla non felice esperienza del rapporto con i quali egli, con allusione alquanto criptica, congettura possa ascriversi la "giusta insofferenza" che avrebbe indotto Vidal-Naquet, "nell'offrire quello che vorrebbe essere un rapido panorama europeo dell'antisemitismo gauchiste", ad abbandonare lo "scrupolo documentario" che per contro l'avrebbe guidato - il Lanza non ha dubbi al riguardo - nella disamina delle tesi revisionistiche. Sarebbe appunto stata questa eclissi di "scrupolo documentario" a seguito di "giusta insofferenza" che avrebbe fatto incorrere il cattedratico d'Oltralpe, "sempre cosi accorto e scrupoloso", nell'infortunio di "accettare frettolosamente una citazione truccata", quella di cui costui fa carico alla Meinhof.

Insomma, se il Lanza, in luogo di affidarsi all'accortezza e scrupolosità del suo eminente collega, avesse voluto parlare con cognizione di causa, non sappiamo se oggi conteremmo un revisionista dichiarato di più, ma con ogni verosimiglianza ci sarebbe in giro una recensione di meno. Un recensore che avesse scritto ex informato sarebbe stato costretto a constatare che tra i metodi espositivi e argomentativi di P.J. Winters e quelli di Vidal-Naquet corre, si, una differenza, ma una differenza che è a tutto vantaggio del cronista tedesco. Questi buttava giù la sua prosa secondo gli suggeriva la sua qualità di pennivendolo e di filisteo; ma alla fin fine, a giudicare dall'estratto fornito dal Lanza, si direbbe che il lettore della "Frankfurter Allgemeine Zeitung" venisse messo in grado -- magari contro le intenzioni del Winters -- di distinguere le posizioni della Meinhof dai commenti del cronista. Alla frase virgolettata, e quindi presumibilmente testuale, circa i Geldjuden egli faceva seguire immediatamente una parafrasi della spiegazione di Ulrike ("Capitale finanziario e banche...") che precludeva ogni possibilità di interpretare quella frase in chiave antisemitica. Per accreditare una lettura del genere c'è voluta tutta la malafede di coloro che si adoperano senza posa a tener viva negli ebrei della Diaspora una psicosi che risulta molto utile all'oltranzismo congenito all'ideologia e alla prassi sioniste. Quel tal Tarnero da cui Vidal-Naquet trae la "citazione truccata" è uno dei due messeri intrattenendosi con i quali in libres propos il gros bonnet spinse la sua impudenza fino al punto di descrivere l'atteggiamento di Faurisson come quello di un tanghero che, dopo avervi interrogati sull'altezza dell'armadio di casa vostra, controlli poi al millimetro la precisione della risposta ricevuta e, riscontrato un divario di due centimetri tra l'altezza effettiva e quella da voi indicatagli, proclami falso tutto il vostro discorso e inesistente l'armadio (3). Sono arnesi come questo Tarnero, il suo compare P.-A. Taguieff (l'altro dei due interlocutori di Vidal-Naquet nei libres propos), quei lamentevoli prodotti della miscela di arroganza e insulsaggine che -- alla faccia dei philosophes autentici, quelli che due secoli fa assolsero una gloriosa funzione antioscurantistica e liberatoria -- si sono dati l'etichetta di nouveaux philosophes (4), sono costoro e altri valentuomini della medesima risma a rilanciare di continuo, speculando sull'equivoco tra antisionismo e antisemitismo, tra revisionismo e antisemitismo, la menzogna calunniosa dell'"antisemitismo gauchiste"; e non si puodire che il successo non arrida loro, quando si vede cadere nella pania anche un recensore dotato di senso critico e di spirito indipendente.

Nel Winters il pennivendolo filisteo salta fuori dopo la parafrasi; e, quando salta fuori, è fin troppo scoperto -- il Lanza lo mostra molto bene -- il suo tentativo di spianare la via ad una lettura deformante (non, però, antisemitica: questa è farina del sacco del Tarnero) delle dichiarazioni della Meinhof. La cosa è molto semplice: nel pennivendolo filisteo le capacità professionali erano ancora inadeguate alle intenzioni. Si sarà fatto con il tempo.

Tutt'altro discorso per Vidal-Naquet. Costui si presenta non come un Winters qualunque, ma come un ellenista di vaglia, come un ebreo ateo e non sionista, come un intellettuale che ha protestato contro la pratica della tortura ai tempi della guerra d'Algeria e contro il bellicismo israeliano. Difende la veridicità di una tradizione storica, quello dello sterminio, che è -- quanto a torto! -- né più né meno che l'evidenza stessa per l'uomo della strada in Francia, in Italia e dappertutto, il che significa giocare sul sicuro. Nonostante questo, si è ingannato, è vero, sulla risonanza delle messe a punto oppostegli dai revisionisti, ma ciovale per la Francia; in Italia, oggi almeno, il gioco non puonon riuscirgli, se qui puocontare perfino sulla disinformazione del Lanza. L'acribia filologica di quest'ultimo sarà bensi allertata da una frase della Meinhof che non quadra in nessun modo con tutto quello che egli sa circa le matrici culturali e politiche dell'illegalità armata in Germania; ma come dubitare che un uomo di destra, un razzista e fascista conclamato come Maurice Bardèche abbia potuto esprimersi in maniera opposta a come lo fa parlare Vidal-Naquet? Nell'orecchio del Lanza non suonerà nessun campanello d'allarme. E lo stesso si dica a riguardo dei Rassinier, Faurisson e compagnia bella, gente che osa negare una cosa che ai più appare indiscutibile solo perché ignorano che viene discussa e quindi, a maggior ragione, su quali basi venga discussa. Sotto questo rapporto il Lanza è un caso a parte (a parte, diciamo, e non isolato, giacché il suo è poi il caso del pubblico cui si indirizza un libro come Gli ebrei): sa che la cosa viene discussa, non sa sulla base di quali elementi, ma neanche sa di non saperlo: deve ancora accorgersi che l'attendibilità di Vidal-Naquet in materia di revisionismo è la stessa della Grande Enciclopedia Sovietica in materia di trotzkismo (5).

A fronte di quei negatori dell'evidenza stessa - di cioche passa per tale - la grosse tête figurerà allora come "lo storico, che, seppur coinvolto soggettivamente nella vicenda, non si dimentica del proprio mestiere e dei doveri che esso gli impone". Quali, questi doveri? "Primo tra tutti - risponde il Lanza - l'analisi critica delle testimonianze e dei documenti [...] Saper leggere nella memoria, e saper leggere nei testi". E prosegue: "Qui la polemica con Faurisson si fa serrata. Vidal-Naquet è convinto del principio di Marrou: "'Lo storico utilizza tutto, anche la sozzura'" (p. 117); sa percio ripercorrere i testi citati e stravolti da Faurisson: il diario del medico di Auschwitz, Kremer, il memoriale di Hoess, i discorsi di Himmler, restituendo alle parole e alle frasi il valore che esse avevano nel contesto" (6). Proprio! Chi conosce sul serio di prima mano i termini della questione non avrà il minimo dubbio: cose come queste si possono scrivere a patto di aver notizia di Faurisson per il solo tramite di un Vidal-Naquet; in altre parole, solo a patto di essere disposti a prendere posizione sul merito della querelle in uno stato di totale ignoranza del dossier. Il Lanza si consoli: l'hanno fatto anche altri. E lecita una testimonianza personale? All'indomani della comparsa de Gli ebrei contattammo uno dei "tanti amici italiani" di cui alla prefazione vidalnaquettiana; l'intento era quello di assodare che grado di conoscenza della letteratura revisionistica avesse uno di questi amici il quale, per essere dei pochi indicati per nome da Vidal-Naquet, deve essersi dato particolarmente da fare perché uscisse la traduzione di un libro le cui "idee di fondo", ci fa sapere l'autore, "proprio in Italia [...] hanno trovato più rispondenza e suscitato lo scambio più fraterno" (p. 9). Il tale di cui parliamo non è, come il Lanza e Vidal-Naquet, un ellenista, ma uno studioso del mondo contemporaneo. E questo studioso del mondo contemporaneo fini per ammettere, quantunque obtorto collo e dopo un sussulto di professorale supponenza ("Ma come, parliamo da cinque minuti e lei mi chiede delle credenziali!"), di non aver mai letto un testo revisionistico: cioche non gli aveva impedito - se la menzione nominativa riservatagli da Vidal-Naquet ha la ragion d'essere che pare ovvio attribuirle - di farsi promotore dell'edizione di un libro un terzo abbondante del quale è una filippica antirevisionistica sbilenca e gesuitica insieme; un libro di cui, come minimo, condivideva le "idee di fondo". Dunque, il Lanza si tranquillizzi: l'ignoranza del dossier, lungi dall'essere soltanto sua, si ha qualche motivo di ritenerla piuttosto diffusa nella claque italiana del luminare. Peroun'osservazione viene naturale, ed è questa: il recensore che non risparmia al suo eroe carlyliano l'appunto di carente "scrupolo documentario" nella trattazione dell'"antisemitismo gauchiste" non è poi che abbia le carte in regola neppure lui, quanto a "scrupolo documentario". Qualcuno potrebbe perfino trovare opinabile il suo diritto di muovere una critica sia pur fondata ("antisemitismo gauchiste" a parte) all'eroe stesso. Come fa, il Lanza, a parlare di "testi stravolti da Faurisson" e di "polemica con Faurisson che si fa serrata" se il suo "scrupolo documentario" non gli ha suggerito (e che non glielo abbia suggerito è di una chiarezza à crever les yeux, per chi il dossier lo conosca) che per proclamare "serrata" la polemica contro Faurisson era anche a Faurisson che bisognava risalire, cosi come ha fatto, con il risultato che si è visto, per Ulrike Meinhof?

Il peccato dell'ellenista italiano consiste in un eccesso di fiducia in quello francese: sancta simplicitas! Se non avesse considerato superfluo gettare un'occhiata ai lavori intorno ai quali Vidal-Naquet erige il suo castello di chiacchiere; se, prima ancora, il suo senso critico non fosse stato disattivato dalla persuasione generale, di cui è partecipe, che quella che compete alla vulgata olocaustica sia una granitica solidità, a quali scoperte e a quali conclusioni sarebbe stato condotto l'ellenista italiano a proposito dello "scrupolo documentario" che pensa consueto al suo collega d'Oltralpe e, più in generale, a proposito del rigore con cui il grand'uomo di cartapesta dell'École des Hautes Études ottempera ai doveri derivantigli dal suo mestiere di storico!

Lasciando da parte le conclusioni -- scontate, per chi sia ben informato --, queste scoperte non è questione, ora, neppure di elencarle sommariamente: non è nostra intenzione riassumere, ad esempio, quella Réponse di Faurisson alla quale Vidal-Naquet continua ad astenersi dal replicare: bel saggio di "polemica che si fa serrata". In uno scritterello dell'anno scorso (7) abbiamo mostrato il gros bonnet nell'atto di concentrare l'attenzione del lettore sull'"importante rettifica" Kielce-Kosel, ossia su un rigo di stampa, per eludere le dettagliate contestazioni rivoltegli intorno a cioche avveniva a Kosel e altrove: altro bel saggio di polemica stringente. Il Lanza si stupisce della leggerezza con cui il grand'uomo prende per buona "una citazione truccata"? Creda pure, c'è ben altro di che stupirsi -- diciamo meglio: di che scandalizzarsi -- nel Vidal-Naquet antirevisionista. La crociata di costui è intessuta da cima a fondo di piccole furberie. Vogliamo esaminarne una tra le tante?

Ecco come l'agguerrito polemista espone (p. 224 s.) il pensiero di Rassinier intorno alla localizzazione in Palestina dello Stato israeliano:

La potenza ebraica come centro del commercio e della banca mondiale risale assai indietro nel tempo. Saul, David e Salomone hanno fatto ai tempi loro quel che Israele fa oggi, questo "Stato-banca" che si trova "sulle più importanti vie commerciali del mondo moderno"; [...] nel mondo moderno [...] l'accaparramento ebraico è una minaccia. Se domani il movimento sionista "mettesse le mani su Wall Street", "il porto d'immatricolazione della diaspora diverrebbe non solo il tetto commerciale del mondo atlantico, ma [grazie al petrolio] anche il posto di comando di tutta la sua industria".

Nell'insieme questo sunto puo considerarsi non infedele. Il continuo zigzagare migratorio degli ebrei, scriveva Rassinier, storicamente ha conosciuto due eccezioni:

Nella sua fase biblica durante il periodo in cui l'uno dopo l'altro Saul, Davide e Salomone tentarono di fissare, e di forza, [il popolo ebraico] al punto d'intersezione delle due grandi arterie commerciali del loro tempo che collegavano incrociandosi l'Europa e l'Africa all'Asia, voglio dire in Palestina, nella speranza di viverci prelevando una decima su tutti gli scambi allora obbligati a valersi di questo passaggio; e oggi, sempre in Palestina, dove il movimento sionista internazionale progetta di ricostituire nella forma di Stato-banca il regno di Salomone, trovandosi di nuovo questo paese sulla più importante arteria commerciale del mondo moderno la quale, andando da New York a New York, fa il giro del mondo passando per Londra, Parigi, Tel-Aviv, Calcutta, Singapore e Tokyo (Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, p. 128).

Solo che Vidal-Naquet si è scordato di informare il suo lettore di un piccolo particolare, vale a dire del fatto che subito appresso Rassinier precisava:

Questo, almeno (en tout cas), è cioche risulta dalla lettura attenta di un libretto di tale Kadmi Cohen, portavoce del sionismo internazionale che ebbe la sua ora di celebrità tra le due guerre mondiali: L'Etat d'Israel (Paris, Kra, 1930) la cui tesi quantunque presentata in termini abbastanza vaghi per non urtare l'orecchio, sembra appunto essere che il movimento sionista internazionale non deve proporsi lo scopo di raccogliere tutti gli ebrei del mondo in uno Stato portato alle dimensioni del regno di Salomone e di organizzarveli in nazione moderna, ma [deve proporsi quello di raccogliervi] la sua ala marciante con missione di farne il porto d'immatricolazione di una Diaspora razionalmente distribuita ai punti di convergenza delle ricchezze del mondo e che le riverserebbe su di esso (ibid.) [* Nell'87, continuando a lavorare intorno al lacrimevole saggio dell'81, Vidal-Naquet si è risolto a far menzione di Me Kadmi Cohen, che tratta di "extrémiste sioniste délirant" (la grosse tête è decisamente incline alla sbrigatività quando deve sbarazzarsi di personaggi o fatti scomodi): v. Les Assassins de la mémoire. "Un Eichmann de papier" cit., p. 51. La recente edizione italiana di questo libro comprende il saggio dell'81 nella traduzione dell'85 e dunque il lettore nostrano rimane all'oscuro di questa messa a punto (1993)].

In quale misura il punto di vista del Cohen è identificabile con quello del sionismo tout court, movimento eterogeneo e complesso che ai fascisti di Jabotinsky e ai laburisti di Borochov -- per riferirci alle sue ali estreme -- offriva il comun denominatore dell'idea reazionaria e arbitraria che gli ebrei del mondo moderno rappresentassero in quanto ebrei una specifica nazionalità e che questa pretesa nazionalità andasse territorializzata in Palestina? All'infuori di questo comun denominatore (al quale oggi, a differenza che nel '30, va aggiunto lo Stato sionista come progetto realizzato, con quanto ne deriva e con quanto di anche più drammatico potrà derivarne) il movimento sionista ha mai avuto un punto di vista unico, di cui, ad esclusione di ogni altro, si possa dire che era ed è il suo punto di vista?

Problema che Rassinier non si poneva. Ma, con tutte le riserve che si vogliano fare circa la rappresentatività del Cohen (8), rimane sempre che le vedute di Rassinier poggiavano, per cioche atteneva ad un aspetto essenziale, su quelle di un militante sionista che non doveva essere l'ultimo venuto, se "ebbe la sua ora di celebrità"; e che Vidal-Naquet, sollecito a far precedere la sua esposizione delle vedute di Rassinier dall'avvertimento che "nelle pubblicazioni di [quest'ultimo] troviamo di che raccogliere tutto un florilegio delle forme più stupide e più consunte dell'antisemitismo" (p. 224), si guarda bene, mentre stigmatizza quelle vedute nel capostipite del revisionismo, dal segnalare la non proprio irrilevante circostanza. Libertà di questo tipo sono concesse solo alle coscienze intemerate; e chi dubiterà che Vidal-Naquet non sia una di queste? Quanto a scrupolosità, non c'è che dire; e anche quanto ad accortezza - sempre che si impieghi questa parola in un significato un po' difforme da quello che il Lanza ha in mente quando il suo candore gli fa definire "accorto" il gros bonnet.

Il nostro parere intorno alla questione in merito alla quale sembrava a Rassinier che Kadmi Cohen avesse detto una parola rivelatrice? Il nostro parere è che la scelta della Palestina come sede dello Stato sionista sia scaturita da una pluralità di motivi e di opportunità; delle seconde non diremo parola, dato che qui non scriviamo di storia del sionismo; ma riguardo ai primi ci sta a cuore, come marxisti, una notazione: il fatto che per due millenni si sia continuato a ripetere: "L'anno prossimo a Gerusalemme" (dove, peraltro, i progenitori della maggior parte degli ebrei di ieri e di oggi non avevano mai messo piede), mentre non è assolutamente bastevole a costituire e a testimoniare un vincolo di nazionalità, appartiene al novero di quei dati prescindendo dai quali ci si vieta una soddisfacente comprensione dei processi storici (il nostro materialismo, scriveva Trotzki con splendida incisività, non ignora l'uomo che sente, che pensa e che agisce, ma lo spiega). A ben riflettere, è molto meno strano di quanto possa sembrare sulle prime che a incorrere in una spiegazione di sapore economicistico sia stato un socialista antimarxista quale era Rassinier (9). L'elemento su cui questi, come storico, concordava con il Cohen un suo peso lo avrà avuto; non, però, il peso determinante che inclinava ad attribuirgli. Cioche è significativo è che a riprova del preteso antisemitismo di Rassinier si alleghi, si, la spiegazione che egli, a torto o a ragione, ha giudicato idonea a dar conto della localizzazione di Israele in terra palestinese, ma al tempo stesso si taccia il fatto che, con quel giudizio, egli ha semplicemente riconosciuto capacità esplicativa sul piano storico alla tesi anticipata, ripetiamolo, da uno scrittore sionista. Allora si puo capire che lo "scrupolo documentario", la maestria nell'"analisi critica delle testimonianze e dei documenti", l'attitudine a "leggere nella memoria e nei testi" e ogni altra possibile qualità degna di venir ditirambicamente evocata si facciano prudenti, o, se si vuole, accorte: accorte di quella 'accortezza' che il linguaggio ordinario designa con la parola disonestà; e che questa 'accortezza' consigli a Vidal-Naquet di nascondere al suo lettore che quella di cui si tratta era la tesi, prima che di Rassinier, di un sionista militante: a qualcuno potrebbe venir da chiedersi se oggi, e non da oggi, tra sionismo e antisemitismo non esista per avventura un rapporto di causa ed effetto, anche se in origine fu il secondo ad alimentare il primo.

Questo qualcuno arriverebbe a porsi una domanda giusta percorrendo una strada sbagliata. Sbagliata, perché Rassinier non fu un antisemita, come invece vuol darci d'intendere Vidal-Naquet, a sentire il quale il capostipite del revisionismo sarebbe stato "letteralmente ossessionato dal tema del complotto ebraico internazionale" (p. 225). Che in taluni suoi lavori (Les Responsables de la seconde guerre mondiale, Nouvelles Editions Latines, Paris, 1967, e lo stesso Drame) si percepisca in modo netto la nozione di un ebraismo operante transnazionalmente come un unico corpo non legittima per nulla una caratterizzazione del genere. Chi qui scrive trova che, se tale nozione corrisponde -- come di fatto corrisponde -- ad un errore, troppo spesso questo errore ha, confessiamolo, l'apparenza di una verità, e che a conferire quest'apparenza di verità all'errore sono soprattutto i circoli rappresentativi del sionismo. E trova anche che a volte l'errore non sia del tutto tale, e ciò, fondamentalmente, per via non di chissà quale complotto, ma di una concordanza di comportamenti indotta da tre fattori strettamente intrecciati l'un l'altro: delle sofferenze fin troppo reali; una versione fabulistica dei fini, delle modalità e dei risultati avuti dalla bieca persecuzione che ha originato quelle sofferenze; l'esistenza di Israele come Stato sionista. Pensa, infine, che in sé l'antisionismo e il revisionismo non abbiano niente a che fare con la lebbra dell'antisemitismo. Ma tutto questo, a volerlo approfondire anche in minima misura, ci porterebbe al di là della questione su cui vertono le considerazioni cui hanno dato spunto alcune delle sedici pagine del Lanza. Al quale, per concludere, suggeriremmo -- se mai un suggerimento dovesse venirgli da noi -- di attenersi in futuro al criterio dell'audiatur et altera pars: criterio che è tanto più di rigore quanto più inverosimile, assurda, grottesca un'argomentazione ci appare nella presentazione che ne fa quella che vuole accreditarsi come la sua definitiva stroncatura.

Note

(1) Si veda quella pietosa testimonianza di oscurantismo che è l'appello antifaurissoniano redatto da Vidal-Naquet e Léon Poliakov, sottoscritto da un folto gruppo (ma sarebbe più esatto parlare di gregge) di esponenti di rilievo della cosca accademica transalpina e pubblicato da "Le Monde" il 21 febbraio 1979. Dei sottoscrittori, solo "pochissimi -- lamenta Vidal-Naquet -- si sono messi al lavoro" (p. 198). Se per mettersi "al lavoro" s'intende scrivere e pubblicare (prescindiamo ora da ogni considerazione dei contenuti), la constatazione della grosse tête è indiscutibile. Se, invece, s'intende intrallazzare in varie guise per rendere difficile la vita ad un avversario scomodo, allora puoaver ragione Guido Valabrega quando afferma che "assai energico ha dovuto essere nell'Europa occidentale l'impegno degli studiosi democratici per smascherare le menzogne del professore francese Robert Faurisson che intendeva sostenere l'inesistenza dei campi di sterminio nazisti" (David Dragunsky-Guido Valabrega, Ebrei e sionismo, Teti, Milano, 1986, p. 19), ma puoanche avere torto: a che genere d'impegno si riferisce? E, poi, andare secondo la corrente richiede forse un "impegno assai energico"? In ogni caso, rimane da dimostrare che rendere difficile la vita ad un avversario scomodo significhi provare menzognere le sue conclusioni. Quanto agli "smascheramenti", attendiamo che qualcuno ce li faccia conoscere.

(2) Enzo Forcella, Il fedele traditore, "La Repubblica", 18 settembre 1985. Circa la posizione di questa gazzetta in materia di revisionismo si veda lo scritto precedente, L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet., p. 63, n. 13; ma per una più completa informazione occorre risalire anche al volumetto del Gruppo comunista internazionalista autonomo segnalato qui sotto alla n. 4.

(3) Cfr. "Les Nouveaux Cahiers", n° 68, primavera 1982.

(4) Questa esemplificazione non induca nell'errore di credere che si tratti di una fauna soltanto francese. Al contrario, essa brulica dovunque; e, se nel testo ricordiamo alcuni degli esemplari reperibili in Francia, è solo perché è in Francia che lo scontro tra revisionisti e sterminazionisti ha avuto e ha - grazie soprattutto alle iniziative di una casa editrice di sinistra rivoluzionaria, La Vieille Taupe (B.P. 9805, 75224 Paris) -- le sue espressioni più acute. In Italia la fauna in parola si è recentissimamente arricchita di un esemplare meritevole di menzione nella persona di tale Marco Paganoni, il quale, per i tipi della Giuntina (una casa editrice specializzata in libri ad uso di un angusto ebraismo da apartheid -- non certo quell'ebraismo cui si riferiva Lenin parlando dei tratti universalmente progressistici presenti nella sua cultura), ha pubblicato quest'anno un libello (Dimenticare Amalek. Rimozione e disinformazione nel discorso della sinistra sulla questione israeliana) che puo senz'altro venir qualificato come un esempio di petulanza messa al servizio dell'infamia. Dimenticare Amalek appartiene a quella che correntemente viene indicata come "cultura del pentitismo". L'autore è un pentito sui generis: fuorviato, ci fa sapere, in giovane età dalla lettura di libri faziosi e unilaterali, "si ritrovo a partecipare ad una manifestazione nazionale a Roma dopo i fatti di Tall el Zaatar, sottoscrivendone le parole d'ordine. Ecco perché oggi si sente personalmente ingannato: la pluralità d'opinioni è una cosa, le menzogne propinate ad un ignaro lettore, un'altra" (p. 12): di qui l'apologia del dominio sionista in Palestina. L'ironia della sorte ha voluto che, negli stessi giorni in cui appariva Dimenticare Amalek, scoppiasse lo scandalo Derlich. Schmuel Derlich, rabbino capo delle forze d'occupazione in Cisgiordania, è uno che di Amalek si ricorda: tanto che nel fascicolo di marzo di una pubblicazione curata dal rabbinato militante incitava i coscritti allo sterminio totale dei discendenti di Amalek. "Occorre -- scriveva il pio mascalzone -- non mostrare alcuna pietà verso una qualsiasi creatura della tribù di Amalek: uomini, donne, bambini e anche le mandrie e il bestiame"; e, citando il profeta Samuele, proclamava il "dovere sacro di eliminare Amalek senza lasciarne traccia". E sembrato ovvio che questo appello identificasse i discendenti di Amalek negli arabi, com'è d'uso negli scritti del famigerato Kahane; ma, chiamato a giustificarsi dalle autorità militari, il Derlich ha specificato che non agli arabi si era riferito, bensi ai tedeschi. Cioè bastato perché queste autorità archiviassero la questione! L'onestà vuole che si renda omaggio, e lo facciamo volentieri, ai molti israeliani che si sono sentiti rivoltare e da un appello del genere e ancor più dal fatto che le autorità militari abbiano ravvisato nella precisazione fornita dall'autore dell'appello un valido motivo per chiudere la faccenda: quegli israeliani sono di una pasta diversa da quella dell'autore di Dimenticare Amalek. Non si può, però, non rilevare che è in pogromisti tipo Derlich e Kahane che il sionismo, progetto di 'soluzione' storicamente reazionaria del problema ebraico, trova la sua incarnazione più compiuta e coerente, cosi come è poi in libellisti tipo Paganoni che trova i suoi degni difensori.

Ma, se non è disposto a scandalizzarsi delle incontinenze delinquenziali dei vari Derlich, Kahane e, perché no?, Begin, Shamir, Sharon e via via enumerando, il Paganoni, in compenso, è inquieto per i progressi che anche in Italia il revisionismo potrebbe compiere, come in Francia, "in ambienti di sinistra estrema"; e cosi "teme [che] una denuncia [come quella fatta in Francia da Vidal-Naquet] vada fatta per tempo anche qui in Italia". L'ex ragazzo traviato dalle cattive letture è impensierito da Sionismo e Medio Oriente, un volumetto che, edito nell'84 dal Gruppo comunista internazionalista autonomo, "fa sue le tesi appunto di Rassinier, Faurisson e Thion" (p. 73, n. 7). Nessun dubbio che per gente come questo Paganoni (il quale - si badi alla calunniosa connessione - trova modo di menzionare Sionismo e Medio Oriente in nota ad un passo, p. 52, in cui parla delle "continue riedizioni in chiave "antisionista"" dei grotteschi Protocolli dei Savi Anziani di Sion) l'ideale sarebbe rappresentato dall'estensione al nostro paese, o al mondo intero, di quel monumento di sapienza giuridica che è la Auschwitzlüge.

(5) Il revisionista di destra Carlo Mattogno annovera i due principali scritti di Vidal-Naquet in argomento (Un Eichmann de papier e Tesi sul revisionismo, ora entrambi ne Gli ebrei) tra quelli "sterminazionisti [che], pur risentendo del pathos che suscita inevitabilmente la negazione dello "sterminio" ebraico, tentano di porsi sul piano della critica obiettiva" (Carlo Mattogno, Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista, Sentinella d'Italia, Monfalcone, 1985, pp. 52 s.). Giudizio che non condividiamo: Vidal-Naquet non tenta "di porsi sul piano della critica obiettiva", ma fa le viste di porvisi, con il fine di perpetuare la leggenda olocaustica lasciandone cautamente cadere quegli aspetti che rispondano al doppio requisito di risultare non strettamente essenziali alla leggenda stessa e di rientrare, d'altra parte, tra quelli di cui la critica revisionistica ha ormai scalzato la sostenibilità (l''obiettività' di Vidal-Naquet non è meno sospettabile di quella - opposta - del revisionismo a sfondo pronazista). Vidal-Naquet riconoscerà, mettiamo, che Faurisson ha dimostrato "che il Diario di Anna Frank è, se non un "falso letterario", perlomeno un documento adulterato" (Gli ebrei, p. 210), ma a quale intento siano finalizzate questa e altre ammissioni è chiarito senza equivoci, tanto per fare un esempio, dal pietoso conato del gros bonnet di confutare in meno di due pagine (226 s.), e ridicolizzandola per giunta, l'indagine statistica di Rassinier circa la reale consistenza delle perdite ebraiche collegabili alla persecuzione hitleriana. All'ellenista francese non manca certo quel tanto di fiuto che è sufficiente per capire che questo delle perdite ebraiche è uno di quei terreni sui quali nessuno che intenda perpetuare la leggenda puopermettersi di avventurarsi senza cambiare le carte in tavola: il che è sempre rischioso, e tanto più oggi, quando c'è gente che ha contratto la deprecabile abitudine di verificare punto per punto le asserzioni dei mitografi.

(6) Qui il Lanza pecca di disattenzione. Vidal-Naquet si fa viatico della massima di Marrou nell'occuparsi a modo suo non dei documenti elencati dal recensore, bensi degli scritti di Rassinier, il quale "sull'annientamento degli ebrei sotto Hitler e su molti altri argomenti" avrebbe scritto, assicura la vedette lasciando trasparire la sua santa indignazione, "delle vere infamie" (p. 117, n. 12). E dove le si puoleggere, di grazia, queste "vere infamie"?

(7) L'onestà polemica, cit. Cogliamo il destro per correggere un errore in cui siamo incorsi (ibid., p. 36 di questo volume) affermando che Kielce e Kosel sarebbero state le denominazioni polacca e tedesca di una sola e medesima località. Non è cosi: ci si segnala che si tratta di località differenti. Questa circostanza non ha il minimo rilievo sulla sostanza della questione, come puoconstatare chi voglia risalire al nostro scritto precedente. La questione, che sembrava toponomastica, è invece topografica: tutto qui. Resta immutato il problema -- di non ardua soluzione -- rappresentato dalla sordità di Vidal-Naquet alle ampie spiegazioni che gli sono state fornite da Faurisson e da Guillaume intorno a cioche avveniva a Kosel, appunto, e in altri luoghi.

Successivamente alla pubblicazione del nostro scritterello hanno veduto la luce, dopo tre anni e passa, gli atti del convegno organizzato nell'82 dall'École des Hautes Études su L'Allemagne nazie et les Juifs, convegno cui fu negato a Faurisson di intervenire anche solo in veste di semplice osservatore. La Vieille Taupe ci informa di avere in programma una critica del convegno -- nel corso del quale si confrontarono le due tendenze in cui si divide la scuola sterminazionistica -- considerato nella sua globalità (cfr. L'onestà polemica, pp. 25 s. -- dove è inesatta la caratterizzazione della tendenza funzionalistica [* Ecco in che cosa ci sembrava e ci sembra consistere l'inesattezza: da un punto di vista rigorosamente logico la tesi funzionalistica sarebbe formulabile anche prescindendo dalla asserzione di una previa selezione delle vittime destinate alle camere a gas. E vero, però, che i funzionalisti non ne prescindono per nulla. Naturalmente, la questione non è quella della formulabilità in astratto di questa tesi, bensì quella della sua sostenibilità sul piano storico. Da questo punto di vista la posizione dei funzionalisti - al pari di quella degli intenzionalisti -- oggi è ancora più inconsistente di quanto lo fosse nell'85-87 (1993).] -- e 47-49).

(8) Del libro di Kadmi Cohen Rassinier scriverà qualche anno più tardi che "fu, tra le due guerre mondiali, la bibbia del movimento sionista internazionale" (P. Rassinier, Une troisième guerre mondiale pour le pétrole?, "Défense de l'Occident", n° 64, luglio-agosto 1967, p. 74). Per contro Walter Laqueur, Histoire du sionisme, Calmann-Lévy, Paris, 1973, non fa parola né dell'autore né del libro. Secondo Joseph Billig, L'Institut d'Étude des Questions Juives, officine française des autorités nazies en France, Cdjc, Paris, 1974, il Cohen era un "sognatore sionista isolato, [un] dottrinario preconizzante uno Stato sionista dotato di un potere esecutivo ebraico molto forte, ma realizzante l'idea di ''Pansemitismo''" (p. 197).

(9) L'antimarxismo di Rassinier, socialista ecletticamente nutrito di suggestioni proudhoniane, jauressiane, tolstoiane, ecc. (ma che aveva cominciato la sua vita politica nei ranghi del Pcf, da cui si era staccato nel '32 per passare due anni dopo alla Sfio), era alquanto superficiale: si veda, ad esempio, in Drame, pp. 24-27, la critica di quella che egli credeva essere la concezione marxista dello sviluppo storico. Detto questo, bisogna aggiungere che egli non è stato il primo antimarxista e non sarà l'ultimo a recare un'inconsapevole conferma alla visione dei processi sociali elementari soggiacente al materialismo storico. Con piena ragione è stato scritto che l'importanza de Le Mensonge d'Ulysse (6a ediz. [ma reprint della 5a], La Vieille Taupe, 1979) sta nel fatto che questo libro permette di concepire materialisticamente la vita, e dunque anche la morte, nei lager ("La Guerre sociale", n° 3, giugno 1979). A questo proposito cosi ci esprimevamo in altra occasione: "Il materialismo marxista [...] è aperto all'ipotesi dell'irruzione sulla scena storica e perfino dell'assunzione di ruoli in via di fatto protagonistici -- ma sulla base di premesse generali economicamente determinate -- da parte di coefficienti definibili come perversione, malvagità, crudeltà, manifestazioni di pulsioni antisociali e distruttive nelle quali (nella misura in cui tali pulsioni non siano fenomeni scaturenti da mero determinismo somatico) si concentrano e rispecchiano le stigmate di inumanità che ineriscono al mondo del capitalismo. Solo che, per il marxismo (e cosi anche per il metodo storico), l'essere aperto, al limite, a siffatta ipotesi non implica che ai coefficienti da essa evocati si possa ricorrere in via esplicativa senza aver prima considerato a fondo se coefficienti di più normale, scontato e perfino accettato intervento nella qualificazione dei comportamenti individuali e collettivi non siano in grado di dare ragione, con il loro pressoché automatico estrinsecarsi nell'ambito di situazioni in sé eccezionali, di esiti la cui tragicità sembrerebbe corrispondere ad uno specifico intento ispirato dalle più sadiche tendenze" (C. Saletta, Il caso Rassinier, per conto dell'autore, Bologna, 1981, p. 10). Rassinier, mentre perviene alla negazione dei lager come luoghi deputati a pratiche dirette al genocidio, spiega il macabro risultato prodotto dall'istituzione concentrazionaria in termini che - prendendo a prestito questi concetti dalla storia della geologia -- si potrebbero definire attualistici, e non in termini catastrofistici. Le Mensonge è un modello di studio delle cause lente peculiari a quell'istituzione. Beninteso, cosi come in geologia le cause lente si contrappongono al catastrofismo, ma non escludono per niente le catastrofi (delle quali, anzi, offrono la spiegazione scientifica), cosi la velocità relativa con cui la macchina concentrazionaria, indipendentemente dalla volontà di chi l'aveva creata, triturava il materiale umano era suscettibile di accelerazioni; e infatti ne registrouna veramente catastrofica -- anche se con esiti quantitativamente molto inferiori a quelli di cui favoleggia la vulgata sterminazionistica -- nel 1944-45, in seguito alle difficoltà di vettovagliamento dei campi, al peggioramento delle loro condizioni igieniche e sanitarie, al loro sovrappopolamento.

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4/5 Precedente / Seguènte

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Estratto di Cesare Saletta a Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet. (1993)
Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta da Arturo Peregalli. La compra de questo libro da une libreria e fortamente consigliata..




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