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Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet

Cesare Saletta

 

Parte 5

Una messa a punto del signor Vidal-Naquet

e un'ulteriore messa a punto su di lui

(1987)

[79]

Quando, l'anno scorso, pubblicammo le considerazioni suggeriteci dalla recensione elogiativa che Diego Lanza aveva riservato a Gli ebrei, la memoria e il presente, di Pierre Vidal-Naquet, eravamo convinti che il silenzio più completo avrebbe accolto quel nostro opuscoletto (1); e tuttavia, dato per scontato il silenzio, ci pareva naturale che, nel caso improbabile che una risposta ci fosse, fosse dal Lanza che dovessimo aspettarla. Eravamo nel giusto e ci ingannavamo al tempo stesso: è Vidal-Naquet a farsi vivo. Non, beninteso, che risponda (e, dunque, nel giusto c'eravamo doppiamente: Vidal-Naquet non risponde pur facendosi vivo e a non farsi vivo è il Lanza). Vidal-Naquet, com'è noto, ai revisionisti non risponde. Attacca, questo si; ma poi, se gli si replica, se gli si muovono precise obiezioni, se si mette nella giusta evidenza la sua inclinazione a ciurlare nel manico, se si ravvisa in tutto il suo comportamento una riprova di più del carattere fabulistico della tradizione di cui si è fatto paladino, allora tace. A tale riguardo le vicende della polemica svoltasi in Francia sono esemplari. La grosse tête ha attaccato vituperosamente Faurisson (e il defunto Rassinier, e Guillaume e la Vieille Taupe), per chiudersi -- ma, finora, cioera accaduto solo in Francia -- in un mutismo che ci si permetterà di trovare, e non siamo i soli, non meno significativo soltanto perché era stato in qualche modo preannunciato, quando Faurisson gli ha risposto sobriamente nel tono e lasciando, si puodire, la parola ad un insieme di dati circostanziati e documentati. Nell'85 scrivemmo che "le cinquantasei motivate e ragionate obiezioni" della Réponse faurissoniana "sono calate sul viso del nostro eroe come altrettanti ceffoni" (2): continuiamo a pensare che questa non sia nient'altro che la constatazione di un fatto, e di un fatto che già di per se stesso la dice lunga sulla fondatezza degli asserti di Vidal-Naquet.

Dunque, questa volta Vidal-Naquet, quanto a farsi vivo, si fa vivo; e comprendiamo benissimo, sia detto per inciso, che taccia invece il Lanza: ubi major, minor cessat. Per giungere a godere di Leda Giove prese la forma di un cigno. Per abbindolare ancora il pubblico italiano Vidal-Naquet si ripresenta nella veste di estensore di una paginetta giusta giusta che vorrebbe essere una messa a punto ("Quaderni di storia", n° 25, gennaio-giugno 1987). E cosa dice, questa paginetta? Dice che l'ellenista tacerà. E un vero peccato: oltre a noi, qualcun altro probabilmente, qualcun altro che non è revisionista, avrebbe sentito il bisogno che egli si fosse soffermato su dettagli circa i quali non mancherebbe d'interesse conoscere il suo parere; dettagli quali l'adozione non sporadica, e proprio perciotanto più significativa, di una tecnica citatoria -- è l'esempio che recavamo scrivendo della recensione del Lanza -- che gli consente di accreditare la calunnia di un antisemitismo rassinieriano mediante l'artificio di sunteggiare, valendosi anche di brani dell'originale, un certo passo de Le Drame des Juifs européens, ma omettendo di avvertire che nel passo immediatamente successivo Rassinier chiariva come le vedute che postumamente gli procurano dal gros bonnet la taccia di antisemita fossero, oltre che sue, e prima di lui, quelle di un sionista militante, Kadmi Cohen. (Se, poi, quelle vedute di Rassinier giustifichino quella taccia -- il che noi, senza condividerle, cosi come non condividiamo altre sue vedute, neghiamo -- potrà facilmente giudicarlo chi legga Le Drame, libro che Vidal-Naquet crede o finge di credere spacciato dalle poche pagine di sedicente confutazione che gli ha dedicato nell'80 (3)). Quella di Vidal-Naquet è una ben curiosa maniera di dissipare gli equivoci, lui che a dissiparli ci tiene tanto.

Ma prendiamo la messa a punto per cioche dice e non per cioche tace. Cosa vi si trova? Niente che non si sapesse già per precedente dichiarazione del nostro: si puodiscutere sul revisionismo ma non si discute con i revisionisti; con costoro egli non discute e non discuterà mai. Questa pregiudiziale è abbastanza comica. Vidal-Naquet è libero, naturalmente, di discutere o non discutere con chi gli pare; è un suo diritto e nessuno glielo contesta. Ma ognuno sarà poi libero di giudicarlo in base all'uso che egli fa di questo diritto. Ora, cioche salta agli occhi è che, quando lo si mette di fronte ad una delle sue gherminelle, egli si comporta come quel tale che, essendosi riparato sotto il letto per sottrarsi alle percosse della consorte, a questa che gli ingiungeva di uscir fuori rispondeva di trovarsi in casa propria e di essere padrone, in casa propria, di stare dove gli pareva e piaceva. Ma oltre che comica la posizione del nostro uomo è anche comoda. Non giureremmo che sia producente, questo no, ma comoda lo è senz'altro. Chi prenderà in mano un testo di Rassinier o di Faurisson non impiegherà troppo tempo, in effetti, ad accorgersi che Vidal-Naquet non potrebbe scansare qualche grosso imbarazzo se volesse cimentarsi sul serio con le argomentazioni revisionistiche invece che baloccarsi con il pupazzo che salta fuori dal loro stravolgimento sistematico, come ha sempre fatto questo antichista impelagatosi nella storia di quarant'anni or sono o poco più. Cosa mai l'ha indotto a impelagarvisi? E un problema che mette conto di toccare, in quanto concerne, al di là di Vidal-Naquet, l'itinerario politico di non meno di due generazioni.

La generazione di Vidal-Naquet e quella che l'ha preceduta abbondano di intellettuali affetti da anchilosi cronicizzata alla mano destra. All'origine di questa lesione sta una pratica ripetuta in innumerevoli occasioni: la firma -- dieci, venti, trenta, quarant'anni dopo la sconfitta militare dei regimi fascisti -- del rituale manifesto antifascista. L'Italia costituisce un ottimo punto d'osservazione per seguire questo fenomeno, che peronon è solo italiano. Intendiamoci, quando l'anchilosi si è cronicizzata questa gente era ormai la caricatura di cioche era stata prima. Questo vale per la generazione precedente a quella di Vidal-Naquet. Per la generazione dell'ellenista quel prima, con tutto quello che, comunque lo si voglia giudicare, ha comportato come assunzione di responsabilità e come impegno militante, è qualcosa che non fa parte, se non per eccezione, del suo vissuto. Nei membri più giovani della confraternita l'anchilosi da firma spesso puoessere fatta risalire ad una ragione di cui è dubbio si possa sostenere che sia del tutto rispettabile. La storia non cambia di molto: nel paese di Vidal-Naquet al tempo di Gambetta non era facile aprire una tabaccheria o diventare guardia campestre se non si davano solide garanzie di fede repubblicana; qui da noi, durante il ventennio, la tessera del partito era diventata la "tessera del pane" e oggi non è poi cosi esiguo il numero di coloro che debbono il pane, il companatico e tutto il resto alla tessera che portano in tasca o all'area di appartenenza; e quanti sono -- veniamo al dunque -- i curricula accademici scanditi dalla pratica manuale in parola? Il manifesto, l'ellenista non l'ha solo firmato: si puodire che l'abbia scritto. Più esattamente, che l'abbia riscritto nella particolare versione antirevisionistica. Non v'è motivo di dubitare della sincerità dell'antifascismo di Vidal-Naquet -- tra l'altro, il fascismo, nella sua forma hitleriana, lo ha colpito crudelmente nei suoi affetti familiari. Solo che il suo antifascismo, l'antifascismo di una miriade d'intellettuali che hanno la sua età o che appartengono alla generazione più anziana e che per molti anni si sono creduti, e magari si credono tuttora (ma come districare i convincimenti e le autoillusioni da un senso dell'opportunità che con il tempo si è fatto via via più acuto?), libertari, radicali, comunisti, non poggia, non ha mai poggiato su di una posizione di classe che -- con tutte le riserve che sarebbe stato e sarebbe lecito avanzare, ma esclusivamente in sede di valutazione tattica -- individuasse nel liberalismo e nella democrazia formale un'espressione del dominio capitalistico che a questo titolo dovesse venire combattuta e abbattuta non meno del fascismo. Quando l'opposizione fascismo-democrazia si configurocome un contrasto tra Stati, i più anziani tra questi intellettuali si allinearono alla politica degli Stati a democrazia formale. I più giovani li hanno seguiti a fascismo sconfitto. La società borghese non ha mai cessato di essere l'ubi consistam di tutti costoro. Essi rappresentano la cultura di una sinistra che è organica a questa società e che è borghese quanto lo è questa società. Di qui la loro predisposizione a recepire e interiorizzare la mitologia antifascista. Non che il volto del fascismo non fosse orribile. Ma quella mitologia ne ha decuplicato l'orridezza e, d'altro canto, è valsa egregiamente a obliterare la nozione del fatto che quello che si svolgeva a livello planetario era uno scontro tra blocchi della medesima natura, tra blocchi imperialistici. Certo, a questi intellettuali non sfuggiva che il blocco antifascista era tenuto insieme da ben altro che dal cemento di un'ideologia che fosse comune agli Stati che vi erano confluiti e da un'omogeneità nella tecnica dell'esercizio del potere interno ad opera di ciascuno di questi Stati. Ma, a fronte del fascismo, la democrazia formale apparve loro come la salvaguardia di valori irrinunciabili, mentre le ragioni del domani sembrarono assicurate dalla Russia di Stalin. Poi venne il momento della disillusione; ma ancora oggi è molta la gente che sentirebbe vacillare il proprio mondo sulle sue basi quando dovesse concludere che, nonostante tutto, il volto del fascismo fu meno orribile di quanto lo dipingano quella mitologia (della quale dopo il '45 è divenuta elemento integrante la vulgata olocaustica) e i verdetti pronunciati dai vincitori. Meno orribile: qui non si tratta di banalizzare il regime nazista, ma nessuno potrà negare che, se i lager sono una cosa inumana comunque, un conto è che vi si sia attuato un piano di annientamento ai danni di una razza, o pretesa tale, un altro conto che gli internati vi siano morti come le mosche (ma, in ogni caso, in quantità assai inferiori a quelle di cui alle cifre correnti) a seguito soprattutto dell'azione combinata di fattori i quali, stante il caos in cui la Germania andosprofondando nell'ultimo anno di guerra, sempre più si sottraevano ad ogni possibilità di controllo e sempre meno rispondevano agli intenti originari, comunque infami, di chi quell'universo concentrazionario aveva messo in piedi, e mettendo in piedi il quale un ruolo, e primario, non poteva non averlo attribuito, questo va da sé, al terrore. Si, nonostante tutto, questo è qualcosa di enormemente diverso dalla pianificazione di un etnocidio. Checché pensino o facciano finta di pensare gli sterminazionisti, non si profana la memoria di chicchessia se, in luogo di accettare senza critica testimonianze cui umanamente non puoesser estranea una forte componente di emotività; altre che è legittimo ritenere inquinate dall'interferenza di qualche interesse; altre ancora che come minimo lasciano adito al ragionevolissimo sospetto di rappresentare il risultato di pressioni; altre, infine, che appaiono puramente e semplicemente insostenibili; in luogo di prendere per buone le statistiche mortuarie con cui un determinato Stato vuole convalidare, non si sa nel rispetto di quale logica, il proprio diritto a occupare un territorio da cui ha espulso la popolazione che vi aveva sempre abitato, statistiche sulle quali, inoltre, quello Stato ha basato per anni una parte cospicua della sua prosperità; in luogo di ammettere che possa rimanere inesplicabile -- povera ragione umana, cosa ci stai a fare? -- lo stesso funzionamento dello strumento assurto a simbolo dell'asserito sterminio, la camera a gas (4), si vuol vedere chiaro, per quanto possibile, nella tragedia dell'istituzione concentrazionaria, si vogliono stabilire i suoi costi reali in vite umane, si riconducono questi costi all'operare dei meccanismi selettivi espressi dalla stratificazione funzionale e sociale prodottasi in senso ad essa.

Della messa a punto di Vidal-Naquet ad uso del pubblico cólto di qui non sapremmo dire se scaturisca da una deliberata falsificazione o da un penoso equivoco di cui il gros bonnet sia la vittima; quel che è pacifico è che essa mira ad alimentare un equivoco che completa quella dimostrata falsificazione delle posizioni revisionistiche alla quale in anni recenti si è dedicato l'ellenista impancatosi mentore civile. Vidal-Naquet vuole lasciar credere che da parte revisionista si tenti in ogni modo di intavolare un dialogo con lui. Niente di meno vero! I revisionisti trattano di cose enormemente più importanti della sua riverita persona e soltanto in via accessoria discutono di lui. Il loro atteggiamento è dunque simmetrico al suo; con questo di diverso, però: Vidal-Naquet, quando ha discusso (dice lui) sul revisionismo, in realtà ha esercitato la sua valentia su di una caricatura rabberciata apposta per le esigenze di un'aggressione polemica dalla quale l'assillo della verità esulava totalmente; i revisionisti, invece, non hanno avuto bisogno di ricorrere, dato e non concesso che fossero disposti a farlo, ai tours de main d'uso obbligato quando si vuol far dire all'avversario cioche egli né dice né pensa - ed è anche alla luce di questi mezzucci (troncamento di citazioni al 'punto giusto', passaggio sotto silenzio di date argomentazioni e via dicendo) che andrà valutato nel suo significato effettivo il rifiuto di dibattere. Non ne hanno avuto bisogno; è bastato e basta loro prendere le cose dette dal nostro eroe cosi come le ha dette, senza togliervi o aggiungervi nulla, e i suoi silenzi per cioche essi denunciano.

Perché, ad onta del rifiuto preventivo dell'ellenista di discutere con i revisionisti, il "dibattito che non poteva esserci" c'è stato; e, quando Vidal-Naquet si è riparato dietro l'alibi di quel rifiuto preventivo che peraltro non gli aveva impedito di prendervi parte, nessuno tra quanti avevano seguito la diatriba si è ingannato sul fatto che egli si era risolto ad aggrapparsi alla ciambella di salvataggio. Abbiamo detto che quello del luminare era, è, un atteggiamento comodo; ma la cosa ha anche un altro aspetto. Vidal-Naquet intendeva discutere sul revisionismo (e sui revisionisti) cosi come uno psichiatra avrebbe ogni ragione di discutere sulla follia o un cosmologo sulle teorie di Hörbiger. In altre parole, il punto di partenza era l'equiparazione dei revisionisti ai folli e ai sostenitori di concezioni cosmologiche fantasiose, categorie alle quali è ovviamente impensabile riconoscere la qualità di interlocutrici in una discussione sulle rispettive aberrazioni che intenda mantenersi nell'ambito scientifico. Il punto d'arrivo è, da un lato, che oggi, e da anni, il temibile polemista non discute più -- se mai ha fatto qualcosa del genere -- su niente che riguardi la sostanza della questione, limitandosi ad ingiuriare i revisionisti (che non a torto, considerato l'atteggiamento di Vidal-Naquet e considerato altresi il suo darsi da fare dans les coulisses, non si tolgono il piacere di trattarlo di quando in quando secondo i suoi meriti) e a reiterare, e questo è grottesco, il suo rifiuto ad una discussione che nessuno gli sollecita (5); dall'altro lato, che in Francia -- dove il dibattito che vi si è svolto ha avuto un'eco di cui da noi non si ha un'idea adeguata -- c'è una fetta non trascurabile di opinione pubblica cui cioche ieri appariva come una verità assiomatica oggi si presenta come l'esatto opposto. Non è dato di sapere se anche a questa fetta di opinione pubblica il nostro uomo applichi la classificazione da lui stabilita per i revisionisti, i quali, per chi non lo sapesse, "appartiennent sur le plan psychologique à la variété perfide, à la variété perverse, à la variété paranoïaque, ou tout simplement à la variété imbécile". Il minimo che si puo dire è che una classificazione siffatta, di cui va sottolineato il carattere unilaterale, puo attagliarsi ai più disparati gruppi umani. Tra gli sterminazionisti, ad esempio, Vidal-Naquet possiede, secondo noi, i requisiti per rientrare in almeno due di queste varietà, la prima e la quarta; e, se un elemento d'incertezza permane, esso risiede nel fatto che non sapremmo bene in quale delle due sia più corretto incasellarlo. Le classificazioni soffrono sempre di un certo schematismo e ad essere troppo esclusivi nel definire dei tipi psicologici c'è il rischio di non dare il debito risalto a peculiarità che giustificherebbero un differente incasellamento (6).

Et de hoc satis. Perché mai costui dovrebbe farci perdere altro tempo? Certo, non sarà tempo perso quello di chi, con piena e diretta conoscenza di causa, vorrà eventualmente far luce sulle manovre condotte da Vidal-Naquet nell'ovattata atmosfera degli ambienti accademici per tagliare i garretti ai revisionisti: ne verrà fuori un quadro desolante di comportamenti improntati ad un conformismo che sconfina nella viltà; e, del resto, le grosses têtes non sono forse tali proprio perché proiettano la loro ombra su di un corteggio di reggicoda? Ma, oggi, il cattedratico non rappresenta più la punta di diamante dello sterminazionismo sul fronte storiografico, l'uomo di studio che, forte dell'autorità acquisita nel suo campo particolare, avalla le asserzioni dei mitografi. Non è che il posto sia rimasto vacante. E, piuttosto, che un fronte che possa passare per storiografico lo sterminazionismo adesso non lo ha più. I mitografi sono dunque destinati alla disoccupazione? Certo che no; ma v'è di che credere che d'ora in avanti gli storici di mestiere saranno molto restii a fornire la cauzione che dovesse venir chiesta loro. L'impresa della perpetuazione della leggenda olocaustica - leggenda innestata su di una massa di sofferenze che nessuna persona sana di mente si sogna di negare - è entrata in una fase nuova.

Lo sterminazionismo doveva venire affrontato sul terreno su cui aveva preteso d'installarsi, il terreno storico: lo è stato, e ha riportato una solenne batosta. Che cosa significa il fatto che soltanto nel 1982, sull'onda della polemica revisionistica (del "dibattito che non poteva esserci"), gli sterminazionisti abbiano dato vita ad un'Association pour l'étude des assassinats par le gaz (Assag) avente il fine statutario di "ricercare e controllare la prova dell'utilizzazione dei gas tossici ad opera dei responsabili del regime nazionalsocialista in Europa per uccidere ecc. ecc."? Significa né più né meno che questo: che nel 1982, dopo poco meno di quarant'anni d'imbonimento olocaustico, la prova non era ancora raggiunta. Sono parecchi a pensare che, se dall'82 ad oggi il silenzio dell'Assag è stato rotto solo da una circolare che raccomandava ai licei l'acquisto di un testo sterminazionista [* Un testo, manco a dirlo, sulle camere a gas, cioè su quegli straordinari ordigni &laqno;la prova dell'utilizzazione» nei quali &laqno;dei gas tossici» avrebbe richiesto nell'82, secondo lo statuto dell'Assag, di venir &laqno;ricercata [!!!] e controllata [!!!]» (1993)], segno si è che la prova rimane ancora da raggiungere. Ma per lo sterminazionismo cioche importa è la perpetuazione del mito: vuol dire che, fatte salve le apparenze con l'ausilio di scribacchiatori che continueranno a trattare l'argomento mettendosi sotto i piedi le procedure su cui l'indagine storica fonda la sua pretesa allo statuto di disciplina scientifica, anche più che in passato si punteranno le carte sulla spettacolarizzazione olocaustica [* E, infatti, Steve Spielberg, avendo appena terminato di girare un film su Jurassic Park, ne annuncia uno sullo sterminio: dalla fantascienza alla fantastoria (1993)]. Sarà questa enfasi conferita alla spettacolarizzazione a connotare la nuova fase. Se poi gli scribacchiatori non godranno più di certi avalli, pazienza; l'essenziale sarà che non vengano troppo clamorosamente smentiti. Il mito giungerà cosi a vivere della sola vita che gli si addice: come idea ricevuta -- come superstizione -- e reggendosi sull'imposizione, giacché il tentativo di imbavagliare gli oppositori aperti proseguirà come prima. Il punto di sbocco di questo andazzo, se non lo si contrastasse risolutamente, sarebbe la ricomparsa di una nostra vecchia conoscenza, la doppia verità: una verità ufficiale, non dissimile da quella oggi corrente, ad uso della generalità del pubblico, e una verità storica del tutto diversa, quasi iniziatica, cui approderebbero quei ricercatori i quali, sapendosi fortemente sospetti, col chiudersi nel proprio orticello e col far circolare i loro lavori solo tra gli intimi, in ristrette tirature pro manuscripto, si mettessero al riparo da vessazioni amministrative del tipo di quelle di cui in questi anni si è fatto uso abbondante in terra di Francia e dai rigori di tribunali abbastanza disonesti o abbastanza balordi da ravvisare nella pubblicità che per avventura questi ricercatori dovessero dare alle loro indagini e alle loro conclusioni gli estremi del delitto d'incitamento all'odio razziale. Questi ricercatori, incrociandosi per strada, potrebbero farsi l'occhietto l'un l'altro, come gli àuguri del buon tempo antico; con la differenza che gli àuguri ci compiacevano vicendevolmente dell'altrui credulità, mentre questi ricercatori alluderebbero ad una verità maledetta di cui sarebbero i discretissimi depositari.

Piaccia o non piaccia alla grosse tête, questa è la fase di Lanzmann. Ed è anche la fase dell'affare Roques. Con Shoah ci hanno tediato a due riprese; quanto al secondo, la stampa nostrana è stata estremamente parca di notizie. Qualche parola al riguardo supplirà dunque, benché in misura del tutto inadeguata, ad un vuoto d'informazione che di fortuito non ha proprio nulla.

Prendiamo, anzitutto, le nostre distanze da Henri Roques, questo agronomo a metà tra i sessanta e i settanta che ha precedenti di militanza nell'estrema destra e la cui tesi di dottorato in letteratura comparata e critica testuale, discussa a coronamento degli studi cui egli si è consacrato una volta ritiratosi in pensione, è stata pubblicata in facsimile da una casa editrice che ultimamente ha riproposto il Mito di Rosenberg in traduzione francese (7) [** Inesatto: case editrici differenti, unico distributore (1993)]. Prese le distanze, aggiungeremo subito che non si comprende per qual motivo l'avere dalla propria parte questo Roques con un contributo riconosciuto scientificamente valido da studiosi qualificati che né aderiscono al revisionismo né hanno in comune con l'autore le opinioni politiche dovrebbe risultare per i revisionisti più imbarazzante di quanto non risulti imbarazzante per Vidal-Naquet, Léon Poliakov, Georges Wellers e i loro accoliti avere al loro fianco, e addirittura apprezzato relatore al loro riservatissimo colloquio dell'82 su L'Allemagne nazie et les Juifs, un Jean-Claude Pressac, un farmacista che ha gli stessi precedenti politici di Roques ma che è una lancia spezzata del verbo olocaustico (8). Per quel che ci riguarda, cioche deve interessarci non è, in primo luogo, la paternità di una ricerca, ma l'apporto che da essa viene ad una verità che potenti interessi convergono nel voler soffocata. Se a proposito dell'editore di Roques è detto tutto evocando la successiva diffusione del libro di Rosenberg, a proposito di questi interessi sarà stato detto il necessario col ricordare come la discussione di quella tesi abbia provocato le ire della Knesset e un intervento presso Mitterrand del ministero degli esteri dello Stato sionista.

Nella sua tesi Roques -- non per caso, si capisce -- ha scelto di occuparsi non del Roman de la Rose o delle varianti riscontrabili tra le prime edizioni del Candide, bensi di quella pietra angolare della vulgata sterminazionistica che è la "confessione" di Kurt Gerstein, l'antinazista cristiano che, entrato, ci si dice, a far parte delle SS per penetrarne i segreti, nell'estate del '42 avrebbe visitato gli impianti di gassazione di Belzec e di Treblinka e nella prima di queste due località avrebbe assistito all'eliminazione di 7-800 ebrei in una camera a gas -- una camera a gas di 45 metri di cubatura e 25 di superficie, cioche implicherebbe l'ammissione del fatto che 28-30 persone possano venir stipate su di un metro quadrato. Non si sarebbe lontani del vero dicendo che tra gli "storici" sterminazionisti che asserivano di essere risaliti al testo originale di questa "confessione" non ve ne sono stati due che ne abbiano citato in termini eguali un medesimo passo; spesso e volentieri le differenze erano sostanziali. Ma c'è di più: nel 1964 Rassinier metteva a fronte due delle quattro versioni pubblicate come originali dal Poliakov e rilevava le incomprensibili discrepanze emergenti dal confronto (9), discrepanze in merito alle quali il Poliakov, che pretendeva di riprodurre sempre il medesimo documento, non spendeva una sola parola. Per chiarire il mistero il testimone non poteva essere di alcun aiuto: arresosi alle truppe francesi alla fine della guerra e rilasciata la "confessione", aveva pensato bene, se si presta fede alle autorità militari, di porre fine ai suoi giorni impiccandosi nel carcere parigino dove era rinchiuso. Quella dei suicidi messi in atto da detenuti che potrebbero diventare scomodi, o più scomodi di quanto già non siano, non è, si direbbe, un'esclusività italiana.

Le cose stavano in questi termini -- i revisionisti totalmente scettici, gli sterminazionisti che, brandendo un documento proteiforme, si richiamavano di continuo alla "confessione" del testimone sedicentemente oculare -- quando Roques si accinse a studiare l'intera questione. Ricorrendo ai National Archives di Washington, al Landeskirchliches Archiv der evangelischen Kirche von Westfalen di Bielefeld e alla Direction de la Justice militaire di Parigi, egli è riuscito a rintracciare sei differenti testi -- uno dei quali in tre stesure non del tutto corrispondenti, neppure esse, tra di loro -- della "confessione", parte redatti in francese, parte in tedesco, parte dattiloscritti, parte autografi, più alcuni complementi il cui contenuto non figura in nessuno dei sei testi, qualche malacopia, i verbali di due interrogatori resi ai giudici militari di Parigi, ecc. Dall'esame comparativo dei sei testi (che la tesi presenta tutti in trascrizione diplomatica e in parte anche in riproduzione fotostatica) l'attendibilità della "confessione" esce sbriciolata. A parere di Roques il testo che, pur nella sua inverosimiglianza di fondo, risulta meno inficiato da contraddizioni sarebbe addirittura posteriore al suicidio del prigioniero. Tutto questo ammasso di carte riflette una serie di tentativi vòlti a mettere a punto una testimonianza tale da offrire in qualche modo -- beninteso, non ad un osservatore particolarmente esigente -- le apparenze dell'accettabilità. Niente di nuovo sotto il sole: in Russia si dovette arrivare all'ultimo dei grandi processi contro gli oppositori, ossia al '38, per constatare che la ricostruzione accusatoria del preteso complotto si era fatta accurata quel tanto da non indicare, ad esempio, come sede di un incontro tra cospiratori un albergo di Copenhagen che subito risultasse non solo essere chiuso da una quindicina d'anni, ma addirittura demolito al momento dell'incontro. Eppure in un inconveniente tanto increscioso e in altri che non lo erano di meno per chi, all'estero, urlava con i lupi contro i compagni di Lenin era incappata la regia staliniana nel processo del '36 e in quello del '37. Nel '38 l'accusa rimaneva, come nei processi precedenti, qualcosa di delirante, ma, se non altro, il tessuto accusatorio non presentava più smagliature fattuali di cosi palmare evidenza.

Nel 1945 le autorità militari francesi, avendo tra le mani un individuo il cui comportamento, a detta di chi gli era stato amico, non aveva mai mancato di aspetti eccentrici, procedettero, diciamo cosi, per approssimazioni successive in un tempo non di anni, come la polizia di Stalin, ma di mesi, e senza dubbio nella persuasione che la 'verità' dei vincitori non sarebbe mai stata, non che posta in discussione, esaminata con un po' di senso critico. Gerstein mori quando quel tanto di credibilità che sulle prime era considerato sufficiente era stato raggiunto? In tal caso, se il testo meno contraddittorio della "confessione" fosse effettivamente posteriore alla morte del testimone, come pensa Roques, ciovorrebbe dire che l'opera di manipolazione prosegui perché intanto ci si era fatti più attenti a quei requisiti minimi di accettabilità che alla fin fine sono necessari anche in un documento raffazzonato allo scopo di consacrare testimonialmente l'inverosimile. Quanto all'idea che ci si formava di questi requisiti minimi, è rivelatore il fatto che lo stipamento di 7-800 persone su 25 metri quadrati figura in tutti questi testi ad eccezione di uno, dove i metri quadrati scendono da 25 a 20.

La discussione in un'aula universitaria di una tesi che dimostra come il credito che si puoaccordare al celebre documento sia suppergiù quello che si poteva riconoscere allo strumento della donazione costantiniana, il fatto che a questa tesi la commissione d'esame avesse decretato la menzione Très bien, erano circostanze che non potevano non sollevare un coro di crucifige. Tra parentesi, è più che comprensibile che Vidal-Naquet -- sempre lui! -- si sia sentito parte in causa: lo era, infatti. Roques lo avrebbe voluto membro della commissione e lui si era negato, e fin qui nulla di nuovo: si discute, già lo sappiamo, sul revisionismo, non si discute con i revisionisti. E un imperativo morale cui l'ellenista non s'accontenta, sembra, di uniformare la propria condotta, se non è rimasto estraneo -- e pare proprio che non lo sia rimasto -- al gioco di pressioni che determinarono molteplici difficoltà nel reperimento di docenti disposti a far parte della commissione d'esame, difficoltà che infine misero capo al trasferimento della discussione dall'Università di Parigi IV a Nantes, dove la tesi venne discussa il 15 giugno dell'85. Che nel gros bonnet alberghi una nobile vocazione al ruolo di guida dei suoi colleghi in affari di coscienza? Al momento l'interrogativo non riceve risposta, in futuro è possibile che questa non illecita curiosità venga soddisfatta. Ma c'era anche un altro motivo per il quale all'ellenista non poteva non interessare la tesi di Roques. Nel '79, redigendo con Poliakov quel monumento di oscurantismo che è la dichiarazione dei trentaquattro storici apparsa in "Le Monde" il 21 febbraio di quell'anno, il nostro eroe, per schiacciare l'esecrando Faurisson, aveva tirato fuori un asso dalla manica; e che cos'era, quest'asso? La "confessione" di Kurt Gerstein.

Agli occhi degli sterminazionisti lo scandalo era intollerabile. Bisognava provvedere a farlo cessare; e si è provveduto. Per la prima volta a memoria d'uomo nella storia dell'istituzione universitaria in Francia, il potere statale -- nella persona del ministro della ricerca scientifica e dell'istruzione superiore, Alain Devanquet -- ha dichiarata nulla e non avvenuta la discussione della tesi -- la discussione della tesi, non, si badi bene, la tesi: chi potrà dire che il signor ministro attenta alla libertà della scienza? Egli è imparziale nella disputa. Sta al suo posto, ineccepibilmente. E rigoroso, giustamente rigoroso, e non puopassar sopra ad alcuni vizi di forma. Che poi questi vizi di forma siano in realtà opinabilissimi; che in forza di questi vizi di forma, effettivi o immaginari che siano, i tre quarti delle discussioni di tesi di dottorato svoltesi nelle università francesi dovrebbero dichiararsi nulle non avvenute, di questo il signor ministro non si accorge. Glielo si fa notare, ma è come parlare al muro. Tra le pochissime voci che hanno protestato contro questa decisione in cui la prepotenza va a braccetto con l'ipocrisia e l'assurdità è da segnalare quella dei direttori dei servizi amministrativi dell'Università di Nantes. Questo rispettabile corpo di burocrati non è, che si sappia, inquinato da presenze revisioniste: è solo brava gente che si sente dire in via ufficiale di non avere svolto i compiti per i quali è pagata.

E i nostri ineffabili amici, gli intellectuels, i difensori in titolo dei diritti della ragione, gli eredi di una tradizione nata, o rinata, il giorno in cui il fior fiore dell'intelligenza francese -- uno Zola, un Péguy, un Herr, un Havet, un Bréal, un Anatole France con il suo indimenticabile professor Bergeret e cento altri -- insorse contro i soprusi del potere e la menzogna eretta a sistema di governo? Gli intellectuels, come già per Faurisson, hanno tenuto il becco ben chiuso: anche quelli che si fanno un dovere d'indignarsi per le persecuzioni cui sarebbe fatto segno Armando Verdiglione. Un panorama di vigliaccheria. Ma un'eccezione c'è stata.

Di rado, diceva all'incirca Bordiga, scienza e coraggio vanno di pari passo. A volte succede. E, quando succede, bisogna farsi tanto di cappello.

Michel De Bouard è un medievista di valore. Ha fatto una brillante carriera universitaria. E membro dell'Institut. Di formazione cattolica, ha militato nel Pcf fino al '60. Ha la legion d'onore, è croce di guerra, è decorato per un'attività di resistente che gli valse Mauthausen. Ha fatto parte per trentacinque anni del Comitato di storia della seconda guerra mondiale. Su Mauthausen pubbliconel '54 una breve monografia che nell'80 Vidal-Naquet definiva "mirabile schizzo"10 e che oggi è lo stesso Boüard a criticare ammettendo che la voce, da lui allora accolta, di una camera a gas installata in quel campo non era, appunto, se non una semplice voce del dopoguerra -- una "menzogna d'Ulisse". Un uomo che "non puopassare per un ricercatore della domenica o un nostalgico del nazismo", constata Jacques Lebailly, il giornalista che lo ha intervistato per "Ouest France" (2-3 agosto 1986). Quest'uomo non è un revisionista: la sua convinzione dell'esistenza delle camere a gas non sarebbe scalfita, egli dice, quand'anche si dovesse concludere che la "confessione" di Gerstein sia da rigettare come spuria. Ma quest'uomo trova che sul problema storico della deportazione "ci sono, da un lato, una massa enorme di affabulazioni, di inesattezze, ostinatamente ripetute, in particolare sul piano numerico, di amalgami, di generalizzazioni, e, dall'altro lato, degli studi critici molto serrati per dimostrare l'inanità di queste esagerazioni". E il suo giudizio sulla tesi di è questo:

La testimonianza di Gerstein era nota dal 1947. Se ne avevano più versioni. E un testo importante perché tutti coloro che hanno parlato dei campi di concentramento hanno parlato di questa testimonianza. Era conosciuta male e utilizzata con una disinvoltura che uno storico non puotollerare. (Si sono tagliati pezzi che disturbavano perché inverosimili, si sono mescolate versioni differenti, ecc.). La tesi è una buona edizione critica. E vero che talvolta vi si sente una certa... parzialità, ma qual'è la tesi che non ne comporta? Una tesi non è un catechismo! Una tesi è qualcosa che si discute e se io fossi stato membro della commissione avrei discusso con l'autore. D'altronde non sottoscrivo a tutto, ma uno studio critico occorreva. Ora è fatto e io dico: grazie, signor Roques.

Un Bouard, con la sua probità intellettuale, con il suo tranquillo coraggio, ci ripaga di cento Vidal-Naquet e di mille spine dorsali da lombrico.

Quale che sia il conto che facciamo dell'ellenista, non dimenticheremo di essere in obbligo verso di lui, o, piuttosto, verso la sua improntitudine. E stata la sua improntitudine, infatti, ad ispirargli quella Mise au point la quale, costringendoci ad occuparci di lui per la terza e, vogliamo sperarlo, ultima volta, ci ha peroanche offerto l'occasione di far conoscere a qualche lettore circostanze e vicende su cui la grosse tête e uno stuolo di mitografi amerebbero si stendesse una coltre di silenzio[***].

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[***] Riguardo ad Ulrike Meinhof fatta incredibilmente responsabile di "un testo antisemita e imbecille" (Gli ebrei, p. 289) la Mise au point deve prendere atto della rettifica del Lanza, il quale ha dimostrato nella maniera più chiara come il testo in parola sia tutt'altra cosa da cioche l'ellenista dipingeva. "Il s'avère -- scrive ora costui -- que sa déclaration [della Meinhof] que je reproduisais de seconde main, n'était qu'une réaffirmation du vieux principe de Bebel: "l'antisémitisme est le socialisme des imbéciles"". Ma, mentre ringrazia il suo recensore di averlo "sur ce point" richiamato -- con il semplice fatto di risalire alla fonte, cioè alla deposizione di Ulrike quale riferita dalla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" del 15 dicembre 1972 -- "aux régles du métier", Vidal-Naquet non fa a meno di ricordare che, se aveva citato la Meinhof di seconda mano, tuttavia aveva "clairement" indicato tale circostanza. Sarebbe questa, egli dice, la sua "seule excuse".

"Se pensa che definire, come fa, "de faible valeur" la sua sola scusa basti a cavarlo dalle peste, bisogna che l'impagabile personaggio attribuisca ai suoi lettori un grado di bêtise che ha dell'inaudito. No, il suo non è il caso usuale dell'autore A che cita B fide C, come egli vorrebbe far credere. Il suo è invece il caso di A che si basa su C per accusare B di qualcosa che fa letteralmente a pugni con tutto cioche è noto e con tutto cioche è supponibile circa quest'ultimo: ecco com'è saltata fuori un'Ulrike Meinhof antisemita. La differenza tra i due casi non è proprio trascurabile.

E chi è, poi, il C di Vidal-Naquet? E Jacques Tarnero, ossia uno dei più assidui propagatori dell'invenzione malevola dell'"antisemitismo gauchiste". Buone, come si vede, le sue credenziali!

Ma in tutto ciovi è un aspetto molto inquietante. Vidal-Naquet, il quale, se non è sionista, non è neppure antisionista, e che assume di collocarsi in una sinistra, diciamo cosi, non convenzionale, è in corrispondenza d'amorosi sensi con un portavoce del sionismo più becero come questo Tarnero, tanto da rilasciargli interviste (di contenuto particolarmente cretino) e da considerarlo come una fonte abbastanza affidabile da valersene per formulare un'accusa odiosa quanto gratuita contro chi è stato messo a tacere per sempre dai democratici forgiatori della Auschwitzlüge [* Qui, come altrove, intendi: la legge contro la cosiddetta Auschwitzlüge (1993)]. Ora, l'uno e l'altro sono ebrei. Domanda: ci si rende conto di quant'acqua si porti in questo modo al mulino dell'antisemitismo - non quello, del tutto immaginario, nel latrare contro il quale Vidal-Naquet si affianca ai lacché dello Stato sionista, ma quello autentico, il mostro che prima o poi potrebbe rialzare sul serio la testa grazie anche alla protervia di quei lacché e dei loro fiancheggiatori e che dai tempi di Herzl ha sempre rappresentato, e rappresenta anche oggi (purché non oltrepassi, oggi, un determinato limite) il miglior alleato del razzismo sionista?

Da ultimo, una postilla che per il suo sapore erudito lasceremmo ben volentieri nella penna se non scrivessimo - nella speranza, ripetiamo, che sia l'ultima volta che ci tocchi farlo - di un cotale cui la nativa sfrontatezza ha consigliato, in mancanza di meglio, di far carico a Rassinier di quello che inequivocabilmente non era se non un banale lapsus calami: l'avere impiegata per una volta la parola palinsesti in luogo della parola papiri (Drame, p. 44; Gli ebrei, p. 251, n. 58; cfr. L'onestà polemica, p. 32). Anche da Vidal-Naquet, che è uno storico, del mondo classico, è vero, ma pur sempre uno storico, e uno storico che non rinuncia, purtroppo, a parlarsi addosso anche di storia contemporanea, anche da lui dobbiamo sentirci ripetere che la paternità della famosa caratterizzazione dell'antisemtismo come "socialismo degli imbecilli" spetta a Bebel?

S'informi meglio, il gros bonnet; e ci sia grato se gli mettiamo la pulce nell'orecchio. Che il dettaglio sia insignificante siamo i primi a saperlo; ma tale non ha il diritto di considerarlo chi, avendo compilata per suo uso personale - del che non ci si dorrà mai abbastanza -- "una piccola antologia [...] dei molteplici errori e assurdità che si trovano in Rassinier" (Gli ebrei, p. 251, n. 61), presumibilmente l'ha cominciata con il lapsus calami che si è detto, l'ha proseguita con un errore proprio, e non di Rassinier, in materia, risum teneatis, di antichità classica (Drame, pp. 128 s.; Gli ebrei, p. 225; cfr. L'onestà polemica, p. 32 s.) e l'ha conclusa registrando l'imperdonabile abuso perpetrato da Rassinier quando indico Cracovia una volta in tedesco, Krakau, e la volta successiva in francese, Cracovie (Drame, pp. 43-44; Gli ebrei, pp. 220 s.; cfr. L'onestà polemica, p. 33).

 

Note

(1) In margine ad una recensione.

(2) L'onestà polemica del signor Vidal-Naquet, p. 46.

(3) Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti, 1985, pp. 224-228. Cfr. L'onestà polemica, pp. 32 s., 45 s.

(4) "Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale assassinio di massa sia stato possibile. E stato possibile tecnicamente perché ha avuto luogo. E questo il punto di partenza obbligato di ogni ricerca storica su questo argomento. Questa verità, era nostro compito ricordarla semplicemente: non c'è, non ci puoessere dibattito sull'esistenza delle camere a gas": cosi la dichiarazione dei trentaquattro storici apparsa in "Le Monde" il 21 febbraio 1979 e ricordata più oltre nel testo. Di questa argomentazione si è scritto che "in fatto di logica, non si discosta di un millimetro da quella con cui, per secoli, la chiesa ha difeso la fede nel soprannaturale dagli attacchi dell'incredulità" (Cesare Saletta., Note rassinieriane (con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson), ne "L'Internazionalista", pubblicazione aperiodica del Gruppo comunista internazionalista autonomo, n° 11, dicembre 1981-marzo 1982, p. 35).

(5) Salvo che in un caso del quale facciamo parola più avanti, un caso in cui la discussione è stata effettivamente sollecitata; ma esso riguardava non Vidal-Naquet mentore civile, sibbene Vidal-Naquet professore universitario.

(6) La classificazione data da Vidal-Naquet modifica quella che egli abbozzava ne Gli ebrei, dove la Vieille Taupe veniva definita -- oltre che "la piccola banda abietta che ha trovato la sua identità e la sua ragion d'essere nella denegazione del grande massacro" (p. 94) -- "un piccolo gruppo in cui si trovano vicini alcuni perversi, alcuni paranoici ed alcuni flagellanti" (p. 81). Adesso rimangono i perversi e i paranoici, fanno la loro apparizione i perfidi e gli imbecilli e spariscono i flagellanti. Pensiamo (e lo scrivemmo ne L'onestà polemica, p. 62, n. 7) che con quest'ultimo epiteto Vidal-Naquet alludesse ai giovani elementi di ascendenza ebraica che partecipano all'attività della "piccola banda abietta". Quanto al problema connesso al classamento del gros bonnet, se i modi in cui egli combatte il revisionismo e i revisionisti depongono decisamente nel senso della sua appartenenza alla prima delle quattro categorie da lui stesso fissate, non è con minore perentorietà che taluni suoi comportamenti suggeriscono di ascriverlo alla quarta; cfr. L'onestà polemica, p. 64, n. 14. Di fronte a lui si è assaliti da una perplessità analoga a quella che l'ornitorinco provoca nel tassonomista.

(7) André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques?, Ogmios Diffusion, Paris, 1986: la tesi di Roques (Les "Confessions" de Kurt Gerstein. Étude comparative des différents versions. Edition critique) occupa la massima parte del volume. E del tutto infondato che la tesi sia stata edita dalla Vieille Taupe, come si è letto in un articolo peraltro imparziale apparso nel mensile francese "Zéro", aprile 1987.

(8) Su questo Pressac si veda Pierre Guillaume, Droit et histoire, La Vieille Taupe, 1986, pp. 80-89 e 113-125.

(9) Paul Rassinier, Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, pp. 93-107.

(10) Gli ebrei, p. 207.

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5/5 Precedente

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Estratto di Cesare Saletta a Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet. (1993)
Graphos - Campetto 4 - 16123 Genova, Collezione di studi e documenti storici diretta da Arturo Peregalli. La compra de questo libro da une libreria e fortamente consigliata..




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