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ALCUNI ARTICOLI CONTRO IL REVISIONISMO STORICO

di Primo Levi

 

Ma noi c'eravamo

Dunque l'operazione è riuscita: non sono bastati i vaniloqui di Dacquier de Pellepoix sull'«Express» delIo scorso novembre, non è bastato concedere agli assassini di allora spazio e voce su riviste rispettabili, affinché potessero impunemente predicare la loro verità, che i milioni di morti nei Lager non sono mai morti, che l'olocausto è una favola, che ad Auschwitz si sono uccisi col gas solo i pidocchi. Tutto questo non è bastato, evidentemente l'ora è propizia, e dalla sua cattedra universitaria il professor Robert Faurisson viene a tranquillizzare il mondo: no, il fascismo e il nazismo sono stati denigrati, inquinati, diffamati. Non si parli più di Auschwitz, era tutta una messa in scena: si parla della menzogna di Auschwitz. Gli ebrei sono furbi, sono sempre stati furbi, talmente furbi da fabbricare loro stessi, per calunniare i nazisti innocenti, una strage che non c'è mai stata; da costruire loro stessi, après coup, le camere a gas dei Lager ed i forni crematori.

Non so chi sia il professor Faurisson. Puà anche darsi che sia solo un folle, ce n'è qualcuno anche sulle cattedre; ma è più probabile un'altra ipotesi, che sia lui uno dei responsabili di allora, come lo era Darquier, o che sia figlio o amico o sostenitore dei responsabili, e che si sforzi di esorcizzare un passato, che, nonostante il lassismo di oggi, gli pesa addosso. Conosciamo bene certi meccanismi mentali: la colpa è fastidiosa, o almeno scomoda; in tempi ormai lontani, in Italia e in Francia, era anche pericolosa. Si incomincia col negarla in giudizio; la si nega per decenni, in pubblico, poi in privato, poi davanti a se stessi: ecco, l'incantesimo è riuscito, il nero è diventato bianco, il torto diritto, i morti non sono morti, non c'è nessun assassino, la colpa non c'è piú, anzi, non c'è mai stata. Non solo io non ho commesso il fatto, ma il fatto stesso non sussiste.

No, professore, la via non è questa. I morti ci sono stati, anche donne, anche bambini; decine di migliaia in Italia e in Francia, milioni in Polonia e in Unione Sovietica: non è cosí facile toglierseli di torno. Non occorre faticare molto per documentarsi, se lei veramente intende documentarsi. Interroghi i superstiti, ce ne sono anche in Francia, ascolti da loro che cosa ha voluto dire vedersi morire intorno i compagni ad uno ad uno, essersi sentiti morire giorno per giorno per uno, due anni, aver vissuto senza speranza all'ombra dei camini dei crematori, tornare (chi è tornato) e trovare la famiglia distrutta. La via per mondarsi dalla colpa non è questa, professore: anche per chi parla dalla cattedra, i fatti restano avversari ostinati. Se lei nega la strage compiuta dai suoi amici di allora, deve spiegarci perché i diciassette milioni di ebrei del 1939 erano ridotti a undici nel 1945. Deve smentire centinaia di migliaia di vedove e di orfani. Deve smentire ciascuno di noi sopravvissuti. Venga, professore, a discutere con ognuno di noi: lo troverà piú difficile che predicare ciance ai suoi allievi sprovveduti. Sprovveduti tutti fino al punto di accettarle ? Nessuno di loro ha levato la mano per protestare ? E che cosa hanno fatto, in Francia, l'autorità scolastica e l'autorità giudiziaria? Hanno tollerato che lei, negando i morti, li uccidesse una seconda volta?

Corriere della Sera, 3 gennaio 1979.


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Un Lager alle porte d'Italia

Sta per uscire, per l'editore Mondadori, un libro pieno di vergogna e di dolore. L'autore è il triestino Ferruccio Fölkel, e il titolo è La risiera di San Sabba - Trieste e il Litorale Adriatico durante l'occupazione nazista. In questa risiera, cioè in un vecchio stabilimento già destinato alla pilatura e all'essiccazione del riso, aveva preso stanza nell'autunno 1943 un reparto di ufficiali e sottufficiali SS altamente specializzati; si erano impratichiti nel mestiere dell'assassinio collettivo e segreto, dapprima nei centri tedeschi in cui si praticava l'eutanasia sui minorati mentali, e poi nei Lager polacchi di sterminio totale.

C'era fra loro, ad esempio, quel Franz Stangl, responsabile personalmente (e confessatamente) di 600.000 morti, di cui si è letta l'agghiacciante deposizione nel libro di Gitta Sereny, In quelle tenebre (Adelphi, 1975). Avevano ultimato con successo la loro missione nell'Europa Orientale, ma sulla costa adriatica appena occupata c'era del buon lavoro per loro: un numero sempre crescente dipartigiani istriani, sloveni e croati, e qualche migliaio di ebrei. Del resto, la loro presenza nella madrepatria tedesca non era gradita, perché erano un manipolo di intriganti corrotti ed infidi, e soprattutto perché erano depositari di un segreto che, nell'ipotesi sempre piú probabile di una sconfitta militare, avrebbe potuto diventare scomodo per molti gerarchi nazisti già pronti ad offrirsi agli anglo-americani come mercenari antisovietici in uno sperato rovesciamento delle alleanze: il segreto delle camere a gas e dei crematori di Sobibor, Treblinka ed Auschwitz.

Tuttavia, in una zona periferica quale era appunto l'«Adriatisches Kustenland», cioè il Litorale Adriatico annesso al Reich, e con la ben collaudata tecnica di diffondere il terrore, ma di mantenere misteriosi i dettagli piú sinistri, la loro opera poteva ancora rivelarsi preziosa. Perciò, con l'aiuto di elementi ausiliari ucraini ed anche italiani, una delle rimesse della risiera venne trasformata in camera a gas, e l'essiccatoio in crematorio. Questo piccolo campo di annientamento italiano, rudimentale ma feroce, funzionò per piú di un anno, e mieté un numero di vittime imprecisabile: probabilmente intorno alle cinquemila.

Di questa risiera non è la prima volta che si parla, ma se ne è parlato timidamente. Un processo ai responsabili, grazie alla solerzia di un magistrato, era stato celebrato a Trieste nel 1976, e il successivo appello nei primi mesi del 1978, ma questa azione legale è stata inconclusiva (e come avrebbe potuto essere altrimenti, dal momento che si dovevano giudicare fatti avvenuti piú di trent'anni prima?), e si è svolta quasi totalmente in silenzio: quello stesso silenzio che aveva coperto la strage.

Perché questo silenzio di allora e di oggi ? I motivi sono molti, e fra loro intrecciati. Per le precauzioni prese dai nazisti, che anche a San Sabba, prima di fuggire, avevano distrutto gli impianti di morte collettiva, sforzandosi di renderli irriconoscibili. Perché le vittime della risiera erano state in massima parte partigiani slavi, e i combattenti di Tito non erano graditi agli anglo-americani amministratori temporanei di Trieste, e per molti anni, dopo lo scisma di Tito, neppure furono graditi ai sovietici né ai comunisti italiani. Perché all'esercizio della risiera non erano stati estranei i funzionari fascisti del luogo.

Ma, ad unificare tutti questi motivi di silenzio, se ne aggiunge uno piú generale, ed è il senso di colpa di un'intera generazione. La colpa è fastidiosa, ed è raro che induca all'espiazione. Chi ne è gravato tende a liberarsene in vari modi: dimenticando, negando, falsificando, mentendo agli altri ed a se stesso. E' opportuno che questo libro, frutto di un'indagine personale dell'autore, venga letto oggi: può fungere da antidoto. Infatti, proprio in questi mesi, e con strana simultaneità, vengono pubblicate ben altre «testimonianze». Irving, storico inglese, propone la tesi demenziale che Hitler non solo non aveva ordinato, ma (fino al 1943) neppure conosciuto, l'olocausto degli ebrei d'Europa: come se Hitler non avesse mai letto lo «Stürmer», ogni numero del quale incitava alla strage purificatrice.

Altre voci vengono dalla Francia, e sostengono una tesi strana e nuova. In tutti i processi che finora sono stati celebrati (il processo di Norimberga; il processo di Auschwitz che si è svolto nel 1965 a Francoforte; il processo Eichmann di Gerusalemme), i pochi colpevoli che sono stati trascinati in giudizio si sono bensí giustificati nei modi ben noti: non avevano personalmente commesso il fatto; erano in stato di costrizione; erano legati dal giuramento di fedeltà, dal dovere di soldati, dalla lealtà ai loro capi; ma non hanno mai osato negare la realtà degli stermini di massa. A questa audacia sono invece arrivati due francesi: forse fidando nell'offuscarsi delle memorie dopo 35 anni, forse sperando che, nel frattempo, i superstiti e testimoni, pochi ma scomodi, fossero spariti dalla scena.

Sul primo non ci sono da spendere molte parole. Louis Darquier de Pellepoix, già commissario addetto alle questioni ebraiche presso il governo di Vichy, e come tale responsabile in proprio della deportazione di 70.000 ebrei, adesso ha quasi 85 anni ed è vistosamente rimbecillito. Intervistato (ma perché? Perché, colleghi giornalisti francesi, accettate di prestarvi a queste ambigue operazioni?) dall'«Express», nega tutto: le foto dei cumuli di cadaveri sono dei montaggi, le statistiche dei milioni di morti sono state fabbricate dagli ebrei, sempre avidi di pubblicità e di commiserazione; le deportazioni ci sono state, ma lui non sapeva verso dove e con quale esito; ad Auschwitz le camere a gas c'erano sí, ma servivano solo ad uccidere i pidocchi, e poi (si noti la coerenza!) sono state costruite dopo la fine della guerra. Non è difficile, ed è caritatevole, ravvisare in Darquier il caso tipico di chi, avvezzo a mentire pubblicamente, finisce col mentire anche in privato, anche a se stesso, e coll'edificarsi una verità di comodo che gli consenta di vivere in pace.

Il caso Faurisson è meno chiaro. Robert Faurisson ha 50 anni, ed insegna letteratura francese alla 2a Università di Lione, ma da 18 anni coltiva una innocente mania: si è prefisso di dimostrare che, nei Lager nazisti, le camere a gas non sono mai esistite. E lo scopo della sua vita, e per raggiungerlo si è giocata (o si sta giocando) la carriera accademica; infatti, il Rettore, preoccupato per le sue affermazioni aberranti, e per le reazioni che esse provocavano fra gli studenti, dopo qualche esitazione lo ha sospeso temporaneamente dall'insegnamento, diffidandolo inoltre dal mettere piede all'Università.

Ma Faurisson non si arrende: tempesta di lettere «Le Monde», protesta perché non vengono pubblicate, accusa il Rettore di aver montato contro di lui una persecuzione, e di negargli un avanzamento a cui da anni avrebbe diritto. Il 12 dicembre scorso scrive ancora a «Le Monde» con burbanza e in tono ultimativo: attende «un dibattito pubblico su un argomento che viene manifestamente evitato: quello delle "camere a gas". A "Le Monde", che da quattro anni sollecito in questo senso, chiedo di pubblicare finalmente le mie due pagine su La rumeur d'Auschwitz. Il momento è venuto. I tempi sono maturi».

A questo punto sarebbe chiaro a chiunque che l'uomo è un frustrato, affetto da una monomania che sfiora la paranoia: ma «Le Monde», il 29 dicembre, pubblica ugualmente le due pagine, promettendone una confutazione, che infatti appare il giorno seguente, e facendole precedere da questo curioso commento: «... per quanto appaia aberrante, la tesi di M. Faurisson ha gettato qualche turbamento, in specie nelle giovani generazioni, poco disposte ad accettare senza critica le idee acquisite». Le argomentazioni di Faurisson sono le seguenti: le camere a gas non c'erano a Oranienburg, Buchenwald, Bergen-Belsen, Dachau ecc.; dunque, non c'erano in nessun luogo. Le camere descritte da Höss, comandante ad Auschwitz, non sono credibili perché Höss ha deposto davanti «agli apparati giudiziari polacco e sovietico» (non è vero: Höss, prima, aveva deposto anche davanti ad una commissione anglo-americana). Le camere di Auschwitz avevano una superficie di 210 metri quadrati: come potevano starci 2000 e piú persone? Ci stavano sí, selvaggiamente compresse: anzi, ci stavamo; io non sono entrato nelle camere a gas (chi c'è entrato non ne è uscito per raccontare), ma, in attesa di una selezione appunto per la morte in gas, insieme con 250 compagni sono stato stipato in un locale di sette metri per quattro, e l'ho raccontato in Se questo è un uomo.

Il veleno usato nelle camere non avrebbe potuto essere eliminato rapidamente, ed avrebbe ucciso i «tedeschi» (cosí si è espresso Faurisson, interpellato da Radio Lugano) addetti allo sgombero dei cadaveri nei 18 anni dedicati allo studio del problema. Faurisson non si è mai accorto che questi addetti non erano tedeschi, ma altri prigionieri, della cui integrità i tedeschi si curavano poco, e del resto, il veleno, che era acido cianídrico, nelle condizioni in cui veniva usato era estremamente volatile (bolle a 26 gr C: nelle camere, gremite di esseri umani, la temperatura era intorno ai 37 gr C), ed inoltre esistevano efficienti ventilatori, documentati (oltre che dai testimoni) da ordinazioni e fatture commerciali.

Faurisson non ha colpe personali: chi gli sta dietro, ed incoraggia le sue fissazioni? Perché «Le Monde» lo pubblica, dopo che il suo rettore lo ha sospeso esprimendo dubbi sul suo equilibrio intellettuale ? Forse appunto per spandere «turbamento» fra i giovani? Se è cosi, ci riesce certamente: per la sua stessa enormità, il genocidio spinge all'incredulità, alla rimozione ed al rifiuto. Dietro a questi tentativi di «ridimensionamento», forse non si nasconde soltanto una ricerca di fracasso giornalistico, bensí l'altra anima della Francia, quella che ha spedito Dreyfus alla Guiana, ha accettato Hitler e seguito Pétain.

La Stampa, 19 gennaio 1979.

Sulla risiere, vede Carlo MATTOGNO, La Risiera di San Sabba: un falso grossolano, Sentinella d'Italia, 1985.

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Con Anna Frank ha parlato la storia

 

La strategia, a quanto pare, è sempre quella. L'anno scorso «qualcuno» ha scovato in Francia un professorino sprovveduto, molto ambizioso e un po' strambo, e l'ha investito di una nobile missione: dimostrare che le camere a gas di Auschwitz non sono mai esistite, o meglio che c'erano sí, ma servivano solo ad uccidere i pidocchi; che tutta l'imponente documentazione sul genocidio nazista, carte e cose, memoriali e musei, è opera di falsari; che, di conseguenza, tutte le testimonianze di accusa sono bugiarde. L'argomento-chiave del professorino era singolare: è stato affermato che esistevano camere a gas a Oranienburg e a Dachau; non c'erano; dunque, non c'erano in nessun luogo, e la strage è un'invenzione degli ebrei.

Leggiamo adesso che un pensionato di Amburgo, settantaseienne, evidentemente incoraggiato da «qualcuno», si è preso la briga di intentare un processo contro gli editori del diario di Anna Frank, contestandone l'autenticità perché sul famoso quaderno ritrovato nell'alloggio clandestino alcuni passi risultano essere stati scritti con una penna a sfera, e quindi aggiunti dopo, poiché le penne a sfera nel 1944 non esistevano. La strategia, come dicevo, è la stessa; trovare una screpolatura, infilarci una lama e far leva; non si sa mai, potrebbe anche crollare l'edificio, per quanto robusto. Ora, può essere benissimo che qualche aggiunta al diario sia stata fatta: si tratta di pratiche editoriali correnti, anche se filologicamente scorrette. Nell'intenzione di chi le fa, servono per esempio a chiarire un nesso, a colmare una lacuna, a precisare lo sfondo storico di un episodio. E' certo riprovevole che le aggiunte non vengano segnalate; se non altro, perché aprono le porte a operazioni come quella del pensionato di Amburgo.

E' un'operazione che desta ribrezzo. Il diario di Anna Frank ha commosso tutto il mondo perché dimostra da sé la sua autenticità. Il falsario capace di creare dal nulla un libro come questo non può esistere: dovrebbe essere a un tempo uno storico del costume, attentissimo ai minuti dettagli della vita quotidiana in un luogo e in un tempo poco noti, uno psicologo esperto nel ricostruire stati d'animo al limite dell'immaginabile, e un poeta dall'animo candido e volubile di una quattordicenne.

Per sostenere che queste pagine siano state fabbricate a tavolino occorre molta ottusità o molta malafede; ma se anche gli esperti della corte d'appello di Amburgo avessero dichiarato falso tutto quanto il diario, la verità storica non cambierebbe; Anna non tornerebbe viva, né con lei risusciterebbero i milioni di innocenti che il nazismo ha voluto uccidere. Forse non è un caso che questa squallida faccenda, che richiama alla mente l'immagine evangelica della festuca e del trave, sia stata sollevata solo dopo la morte del padre di Anna (ex prigioniero lui stesso) che io ho incrociato ad Auschwitz per pochi minuti subito dopo la liberazione: stava cercando le sue due figlie scomparse.

Leggere di quest'impresa oggi è doppiamente allarmante, dopo che «qualcuno» non ha esitato a spegnere altre vite inconsce e innocenti a Bologna, e poi a Monaco, e poi a Parigi. La misura è un'altra, almeno per ora, ma lo stile e gli scopi sono sempre quelli, e quella è l'ideologia mostruosa che il mondo non ha saputo né voluto sradicare.

La Stampa, 7 ottobre 198o.


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Cercatori di menzogne per negare l'olocausto

 

A Torrance, presso Los Angeles, è stato fondato un «Institute for Historical Review» il cui scopo statutario è la revisione della storia ufficiale della seconda guerra mondiale. Su questa finalità non ci sarebbe niente da eccepire se non risultasse dagli atti dell'Istituto che questa revisione è a senso unico: si preoccupa soltanto di negare o minimizzare i delitti del nazismo. Non stupisce leggere che a Torrance si è tenuto un seminario a cui ha preso parte un esperto del ramo, quel professor Faurisson che ha convulsamente cercato di far parlare di sé l'anno scorso sostenendo che le camere a gas di Auschwitz non hanno ucciso nessuno, anzi, sono state costruite dopo la guerra allo scopo di diffamare il regime nazista. L'Istituto di Torrance ha recentemente istituito un premio di 50.000 dollari da conferire a chi provi «irrefutabilmente» che i nazisti sopprimevano gli ebrei nelle camere a gas.

E' notevole che si istituisca un premio come questo proprio in concomitanza con il processo per i fatti di Varese e con la bomba di via Copernico a Parigi. Tutto va come se qualcuno gridasse: «La strage non c'è stata, ma vorremmo che ci fosse stata e continuasse», o rispettivamente «La strage non c'è stata, ma la stiamo facendo noi del nostro meglio», e pretendesse di essere creduto. Un po' di coerenza, diamine: se il massacro vi piace, perché negate che sia avvenuto? E se non vi piace, perché lo imitate e ne fate l'apologia?

Non è arrischiato pronosticare che questo premio provocatorio rimarrà nelle casse dell'Istituto. Per iniziative di questo genere non occorre molto coraggio né molto denaro: basta disporre di una sconfinata protervia e malafede. Non si correrebbe alcun rischio nell'istituire un premio anche di 50 milioni di dollari da conferire a chi dimostrasse «irrefutabilmente» che fra il 1939 e il 1945 si è svolta su questo pianeta una guerra cruenta; a chiunque si presentasse con testimonianze, documenti, inviti a sopralluoghi, e reclamasse il premio, basterebbe rispondere con argomenti analoghi a quelli cocciutamente sostenuti dal precursore Faurisson. Che le Linee Maginot e Sigfrído non sono mai esistite: i loro ruderi tuttora esistenti sono stati fabbricati qualche anno fa da imprese specializzate, su piani forniti da scenografi compiacenti, e lo stesso si può dire dei cimiteri di guerra. Che tutte le fotografie d'epoca sono dei fotomontaggi. Che tutte le statistiche sulle vittime sono contraffatte, opera di propaganda terrorista o interessata: in guerra non è morto nessuno perché la guerra non c'è stata. Che tutti i diari e memoriali, pubblicati in tutti i paesi coinvolti nel preteso conflitto, sono bugiardi, o opera di squilibrati, o estorti con la tortura e il ricatto, o pagati. Che le vedove e gli orfani di guerra sono delle comparse stipendiate o dei paranoici.

Che cosa non può smentire un Istituto? L'Ariosto, che se ne intendeva, raccomandava ironicamente ai Principi di tenersi amici gli scrittori, i poeti e gli storici, perché sono loro i fabbricanti della verità. Chi la vuole conoscere non si deve fidare di Omero, che è stato corrotto dall'establishtnent greco con donazione di palazzi e ville:

«E se tu vuoi che 'l ver non ti sia ascoso
Tutta al contrario l'istoria converti;
E che Penelopea fu meretrice».

E questa la verità storica che l'Istituto di Torrance avrebbe ristabilito se fosse esistito a quel tempo, e che intende ristabilire oggi.

La Stampa, 26 novembre 198o.

 

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Buco nero di Auschwitz

 

La polemica in corso in Germania fra chi tende a banalizzare la strage nazista (Nolte, Hillgruber) e chi ne sostiene l'unicità (Habermas e molti altri) non può lasciare indifferenti. La tesi dei primi non è nuova: stragi ci sono state in tutti i secoli, in specie agli inizi del nostro, e soprattutto contro gli «avversari di classe» in Unione Sovietica, quindi presso i confini germanici. Noi tedeschi, nel corso della Seconda guerra mondiale, non abbiamo fatto che adeguarci ad una prassi orrenda, ma ormai invalsa: una prassi «asiatica» fatta di stragi, di deportazioni in massa, di relegazioni spietate in regioni ostili, di torture, di separazioni delle famiglie. La nostra unica innovazione è stata tecnologica: abbiamo inventato le camere a gas. Sia detto di passata: è proprio questa innovazione quella che è stata negata dalla scuola dei «revisionisti» seguaci di Faurisson, quindi le due tesi si completano a vicenda in un sistema di interpretazione della storia che non può non allarmare.

Ora, i sovietici non possono essere assolti. La strage dei kulaki prima, e poi gli immondi processi e le innumerevoli e crudeli azioni contro veri o presunti nemici del popolo sono fatti gravissimi, che hanno portato a quell'isolamento politico dell'Unione Sovietica che con varie sfumature (e con la forzata parentesi della guerra) dura tuttora. Ma nessun sistema giuridico assolve un assassino perché esistono altri assassini nella casa di fronte. Inoltre, è fuori discussione che si trattava di fatti interni all'Unione Sovietica, a cui nessuno, dal di fuori, avrebbe potuto opporre difese se non per mezzo di una guerra generalizzata.

I nuovi revisionisti tedeschi tendono insomma a presentare le stragi hitleriane come una difesa preventiva contro una invasione «asiatica». La tesi mi sembra estremamente fragile. E' ampiamente da dimostrare che i russi intendessero invadere la Germania; anzi la temevano, come ha dimostrato l'affrettato accordo Ribbentrop-Molotov; e la temevano giustamente, come ha dimostrato la successiva, improvvisa aggressione tedesca del 1941. Inoltre, non si vede come le stragi «politiche» operate da Stalin potessero trovare la loro immagine speculare nella strage hitleriana del popolo ebreo, quando è ben noto che, prima della salita di Hitler al potere, gli ebrei tedeschi erano profondamente tedeschi, intimamente integrati nel Paese, considerati come nemici solo da Hitler stesso e dai pochi fanatici che inizialmente lo seguirono. L'identificazione dell'ebraismo col bolscevismo, idea fissa di Hitler, non aveva alcuna base obiettiva, specialmente in Germania, dove notoriamente l'enorme maggioranza degli ebrei apparteneva alla classe borghese.

Che «il Gulag fu prima di Auschwitz» è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale, non divideva l'umanità in superuomini e sottouomini; il secondo si fondava su un'ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremrno oggi in un mondo spaccato in due, «noi» i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori. Questo disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dal tatuaggio di Auschwitz fino all'uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L'empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana, e a tutt'oggi, a dispetto di chi vuole sfumarne i contorni, ne costituisce l'emblema.

E' bensí vero che nei Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma era per cosí dire un sottoprodotto, tollerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un'economia schiavistica destinata alla «edificazione socialista». Neppure dalle pagine di Soljenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka ed a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma «buchi neri» destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo. I sovietici invasori in Germania dopo il martirio del loro Paese (ricordate, fra i cento dettagli, l'assedio spietato di Leningrado ?) erano assetati di vendetta, e si macchiarono di colpe gravi, ma non c'erano fra loro gli Einsatzkommandos incaricati di mitragliare la popolazione civile e di seppellirla in sterminate fosse comuni scavate spesso dalle stesse vittime; né del resto avevano mai progettato l'annientamento del popolo tedesco, contro cui pure nutrivano allora un giustificato desiderio di rappresaglia.

Nessuno ha mai attestato che nei Gulag si svolgessero «selezioni» come quelle, piú volte descritte, dei Lager tedeschi, in cui con un'occhiata di fronte e di schiena i medici (medici !) SS decidevano chi potesse ancora lavorare e chi dovesse andare alla camera a gas. E non vedo come questa'«innovazione» possa essere considerata marginale e attenuata da un «soltanto». Non erano una imitazione «asiatica», erano bene europee, il gas veniva prodotto da illustri fabbriche chimiche tedesche; e a fabbriche tedesche andavano i capelli delle donne massacrate; e alle banche tedesche l'oro dei denti estratti dai cadaveri. Tutto questo è specificamente tedesco, e nessun tedesco lo dovrebbe dimenticare; né dovrebbe dimenticare che nella Germania nazista, e solo in quella, sono stati condotti ad una morte atroce anche i bambini e i moribondi, in nome di un radicalismo astratto e feroce che non ha uguali nei tempi moderni.

Nell'ambigua polemica in corso non ha alcuna rilevanz'a che gli Alleati portino una grave porzione di colpa. E' vero che nessuno Stato democratico ha offerto asilo agli ebrei minacciati o espulsi. E' vero che gli americani rifiutarono di bombardare le linee ferroviarie che conducevano ad Auschwitz (mentre bombardarono abbondantemente la zona industriale contigua); ed è anche vero che probabilmente l'omissione di soccorso da parte alleata fu dovuta a ragioni sordide, e cioè al timore di dover ospitare o mantenere milioni di profughi o di sopravvissuti. Ma di una vera complicità non si può parlare, e resta abissale la differenza morale e giuridica fra chi fa e chi lascia fare.

Se la Germania d'oggi tiene al posto che le spetta fra le nazioni europee, non può e non deve sbiancare il suo passato.

La Stampa, 22 gennaio 1987.


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