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La falsa scoperta, il truffatore ed il gonzo

Scoperte da une studioso italiano le fondamenta del «Bunker 1», prima camera a gas usata dai nazisti ad Auschwitz-Birkenau all'inizio dello sterminio, nel marzo del 1942. Diventerà un luogo della memoria.

SHOAH L'inferno cominciò in una casa rossa

di Gian Guido Vecchi

 

Chi ci è passato accanto, negli ultimi cinquant'anni, ha visto solo una casetta di mattoni rossi ai margini d'un bosco di betulle. Nel giardino recintato un'altalena, un pagliaio, qualche gallina a starnazzare que e là, due bimbi che giocano a rincorrersi, intorno alla famigliola che ha preparato un bel barbecue, la mamma, il papà, i nonni con il viso duro e grinzoso dei contadini polacchi, pantaloni di fustagno e camicie a scacchi. Proprio una villetta graziosa: i deportati ebrei del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau la chiamavano «la casa rossa», ovvero il «bunker 1», la prima camera a gas usata dai nazisti nella storia della Shoah: dal marzo 1942 all'aprile 1943.

Tutt'intorno e fino al bosco -- perché Birkenau significa appunto «il posto delle betulle» --, sotto i praticelli dove le famiglie Harmata e Wichaj hanno consumato mezzo secolo di pic-nic, sono sepolte nelle fosse comuni le ceneri di migliaia di persone, il più grande cimitero ebraico della Terra. Davanti a Marcello Pezzetti, lo storico di Auschwitz che ha scoperta tutta la vicenda [Qui non c'è nessuna scoperta; questa storia, gli storici ufficiali del campo la conoscono perfettamente.], e si chiedeva come fosse possibile vivere serenamente in una camera a gas e fare colazione sulle fosse, la vecchia contadina alzava le spalle: «Cosa vuole capire, lei. Abbiamo sofferto tutti, durante la guerra». [Forse la vecchia contadina è una revisionista e non crede affatto che sia stata praticata la gassazione in una baracca di legno!... Domande pseudometafisiche come quella del Pezzetti dipendono da un processo mentale che qui è all'opera: la sacralizzazione, che cambia il senso di ogni cosa e designa come colpevoli coloro che rifiutano di accetarla.]

Il «bunker 1», un rustico riadattato, era stato distrutto dai nazisti dopo che nel '43 erano stati inaugurati i «Krematorium»; i vecchi proprietari espropriati alle SS avevano riottenuto il terreno nel '47 e tirato su la viletta, concedendosi qualche ampliamento. Oggi casa e terreno sono stati acquistati [da chi? con il denaro di chi?], l'edificio abbattuto per scoprire le fondamenta del vecchio bunker [che era una specie di rimessa], «il terreno sarà compreso nel percorso del museo, restituito alla memoria [o, piuttosto, restituito all'inventiva di quei tali che la memoria la fabbricano sotto i nostri occhi] e alla preghiera», spiega Pezzetti. Tutto grazie a lui e all dottor Richard Prasquier, un cardiologo parigino che da piccolo scampò con la famiglia alla «liquidazione» del ghetto di Varsavia ed ha finanziato tutta l'operazione. [Si comincia a capire da dove salta fuori questa farsa: un "miracolato", che è sfuggito, in successione, alla liquidazione del ghetto e ad Auschwitz, e senza dubbio ad altri campi, aveva voglia di fare il mecenate e di spendere del denaro per la propria gloria. Non trovando in Francia degli idioti che gli rendessero questo servizio, ne ha trovato uno a Milano.] Un'operazione delicatissima, almeno otto anni passati a trattare con les autorità polacche e convincere i contadini a trasferirsi in una villetta che si sono fatti costruire cinquecento metri più in là. [Immaginarsi: avranno accolto il cardiologo megalomane, ma sopratutto ricco, come une vacca da latte mandata dal cielo.] «Ora che è finito il trasloco, possiamo raccontare la storia: fosse saltata fuori prima, lo scandalo avrebbe compromesso ogni cosa. Vi sono sepolti gli ebrei francesi del Velodrome d'Hiver, e poi ebrei belgi, lussemburghesi, polacchi, tedeschi, norvegesi...» [Pure supposizioni. Le ceneri son state disperse dopo la cremazione.]

Molti, in Polonia, sapevano. «Eppure nel '47 il bunker fu lasciato fuori dai confini del campo, nel '79 l'Unesco lo ha escluso dalla World Heritage List. Mappe e cartelli mostrano tuttora indicazioni false, indicano la kamora gazova in un posto che non c'entra niente. [Non dimentichiamoci che si tratta di una «magica camera a gas», come diceva Céline, e che essa si sposta a volontà.] Del resto anche il mondo degli storici ha fatto finta di non vedere, Auschwitz è diventato un simbolo e così non l'hanno più studiato» [Tutti antisemiti, non c'è dubbio]. Marcello Pezzetti ha 48 anni, da venticinque lavora come storico al Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) di Milano ed è uno dei massimi esperti di Auschwitz e Shoah al mondo, [Ecco qua la grancassa di questo morto di fame che depreda i medici ricchi.] tra le altre cose ha lavorato come consulente di Roberto Benigni sul set de La vita è bella et di Steven Spielberg per Schindler's List [Prova che è un grandisimo storico, oppure che è un furbastro che sa dov'è che si trova la pilla? ] Negli anni Ottanta ha collezionato svariati arresti, «il regime communista vietava l'esportazione di documenti anteriori al '45, minacciava condanne per spionaggio». [In questi discorsi groteschi tutti i revisionisti che hanno lavorato ad Auschwitz al tempo del regime "communista" vedranno la prova che questo Pezetti è un millantatore e un venditore di fumo] Anni di ricerche d'archivio, e il sospetto è diventato certezza. Pezzetti cammina nervoso, in maniche du camicia, nel suo studio foderato di libri, compulsa una quantità di carte, mostra con gli occhi sgranati la foto d'un signore anziano in maglietta azzurra che fotografa la casa rossa: «Si chiama Shloma Dragon, col fratello Abraham e Eliezer Esisenschmidt è uno degli otto sopravissuti al mondo di un Sonderkommando, le squadre di prigioneri che lavoravano nelle camere per portar via i cadaveri. [Dragon è perfettamente conosciuto, sopratutto per le sue favole, e i sopravvissuti deiSonderkommando sono stati particolarmente fecondi di favole in quanto credevano che nessuno sarebbe saltato fuori a contraddirli.] Nell'estate del '93, partendo dal Krematorium III, mi accompagnarono sicuri davanti alla villetta. Shloma cominciò a fotografarla e intanto piangeva...» [è la prova del nove dell'autenticità...] I vertici del Museo di Auschwitz ostentavano scetticismo, «i deportati possono ricordarsi male» [si vede che il revisionismo è passato di là...] finchè un anno più tardi saltò fuori un documento che non lasciava dubbi di sorta: «La mappa del catasto, con tanto di documento autografo della proprietaria e l'indicazione: gaskammer.» [E' il capolavoro del maestro: ha trovato l'unica prova scritta dell'esistenza delle camere a gas, e l'ha trovata sul catasto! Un ciarlatano della più bell'acqua, forse un falsario...]

Dal '95 è iniziata la collaborazione con il nuovo direttore del museo, Jerzy Wroblewski, «ma siamo stati aiutate anche da un scerdote, Patrick Des Bois, e dalle autorità cattoliche". [Sparizione, dunque, della potente lobby ebraica, che si era resa molto visibile al momento della faccenda del Carmelo.] Così è partita l'operazione recupero: «La casa rossa funzionò per tredici mesi, e poteva uccidere 400 persone al giorno. Auschwitz era stato costruito nel '40 come Koncentrationslager per i politici, a metà del '41 Eichmann fece un sopralluogo, agli inizi del '42 i nazisti decisero la soluzione finale degli ebrei e a tre chilometri cominciarono a costruire un Vernichtungslager, il campo di sterminio di Birkenau». [Bell'insieme classico di menzogne e di deformazioni: al principio del 1942 la conferenza di Wannsee mostra che i dirigenti tedeschi vogliono sbarazzarsi degli ebrei deportandoli verso est, verso la parte occidentale dell'URSS, che è sotto controllo tedesco. Abbiamo TUTTI i piani di costruzione di Birkenau: nessuno menziona o evoca l'idea di sterminio. Pezetti è un manipolatore di basso livello.] Nasce così la prima catena di montaggio della morte: «Nel marzo 1942 si parte con Birkenau e Belzec, a luglio si aggiungono Sobibor e Treblinka». Altrove lavoravano con i gas di scarico dei camion russi, [Si sa, i camion russi, "communisti", sono più tossici dei camion civilizzati dell'ocidente] ma il comandante di Auschwitz Rudolf Höss era molto orgoglioso della sua innovazione: «Lo Zyklon B, zollette azzure che sprigionano il gas letale a 27 gradi. Lo aveva già sperimentato nelle celle sotterranee nel blocco 11 di Auschwitz I». Perciò requisì la casa e la adattò: «Era di mattoni, non intonacata, il tetto di tegole.

I nazisti l'hanno divisa in due camere, chiuso le aperture e ricavato quatro finestrelle di legno a chiusura ermetica, con feltro ai bordi. Dentro le due stanze coprivano 15 metri per 6,3, il pavimento era coperto di segatura e le pareti intonacate a calce ogni sera, per cancellare le tracce: le vittime erano così pigiate che quando si riapriva stavano ancora in piedi». [Questo genere di notazione è caratteristico dei racconti delle fate...] I treni arrivavano di notte alla judenrampe, il binario di Birkenau, i deportati venivano condotti a piedi dalle SS o stipati nei camion: sulla porta, a lettere scure, leggevano «Zur Baden», alle docce. Dovevano spogliarsi nelle baracche del fienile e, nudi, correre verso la casa rossa. [Mandategli dei soldi, ricostruirà anche il fienile] Solo dal '43, nei «Krematorium» più perfezionati, furono costruiti i forni accanto alle camere a gas. Nel bunker la faccenda era più artigianale. Cosa accadesse dopo la gasazione lo racconta Shlomo Venezia, 78 anni, l'unico sopravissuto italiano a un Sonderkommando. Lavorò al bunker 2, aperto pochi mesi dopo e in tutto simile al primo: «Morivano in 10-12 minuti. Si trattava di portare i cadaveri nelle fosse comuni. Fino a novembre furono seppelliti, mai poi non c'era più spazio e si iniziò a cremarli, su grate ricavate da vecchi binari. Talvolta si usava benzina, ma il grasso umano è il miglior combustibile e ce lo facevano raccogliere. [Questo dettaglio assurdo e grottesco mostra que questo Venezia è un mentitore della specie peggiore: quella di coloro che approfittano dei morti.] Decine, centinaia di migliaia di persone. Fino al '92 non sono riuscito a parlarne, nelle scuole i ragazzi mi guardano e quasi non ci credono: [Questo fa intravedere una gioventù sana di mente che non approva il fatto che, giunti a tarda età, dei pensionati che si annoiano tentino di rendersi importanti ripetendo le coglionerie che hanno lette da qualche parte] non ho parole per ringraziare Marcello e il dottor Prasquier».

Corriere della sera, 20 novembre 2001, Cultura, p. 35.



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