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ATTACO CONTRO IL REVISIONISMO

dal sito <olokaustos> (2002)

 

1/ Claudio Vercelli, Sul revisionismo e sul negazionismo

2/Luigi Vianelli, I negazionisti italiani


Sul revisionismo e sul negazionismo

Claudio Vercelli

 

1 - Il dibattito tra i membri della comunità virtuale di Olokaustos

 

Ho seguito con attenzione il confronto, scandito dalle diverse comunicazioni, che la mailing list ha attivato sulla questione del revisionismo. Penso che, senza ambire ad una qualche conclusione su queste cose mai è troppo detto, né tantomeno definitivamente - si possa tuttavia pervenire ad una prima sintesi, lasciando poi il campo aperto ad ulteriori riflessioni.

Intanto, per meglio intenderci, introdurrei una distinzione lessicale che ha anche un valore semantico. E' invalso l'uso del termine poc'anzi menzionato per definire più fenomeni storiografici, a volte a proposito ma più frequentemente in maniera assai poco corretta. Il revisionismo, infatti, non è la parola più appropriata per qualificare la condotta intellettuale di quanti avversano la concretezza e la vividezza del fatto storico, quand'esso, ovviamente, si presenti come tale e non richieda un supplemento d'indagini. Non è quindi con questo termine che si possa definire chi si posiziona sulla linea della sua pura e semplice negazione. Revisione implica una ridefinizione del giudizio rispetto ad un evento, non la sua deliberata cancellazione dal quadro dei dati concreti. I campi di concentramento, in quanto luogo fisico, così come la condotta sterminazionista o schiavista ivi praticata, si davano nella loro oggettività, in quanto elementi di un più ampio dispositivo di annientamento posto in essere dal Terzo Reich. Punto e basta. Altro discorso è poi comprenderne la valenza e la funzionalità rispetto alle politiche praticate da Hitler, dal momento della sua ascesa al potere in poi. Così come questione aperta rimane il problema della comprensione dei molteplici meccanismi che concorsero nella determinazione di una condotta rispetto ad altre; ed ancora come i modi e i tempi si ordinarono e via andando su tutti i piani che una questione così terribile ed intricata inesorabilmente evoca. Ma questi sono quesiti e questioni che animano e rendono fertile la discussione tra gli esperti come tra i cultori della storia, non elementi a detrimento del buon esito della riflessione. Riflessione, per l'appunto, che rimane aperta e frequentabile da chiunque si doti di buona volontà e di un minimo di metodo.

A stretto giro di logica, tutti gli storici sono dei revisionisti poiché è nell'implicito dell'agire storiografico stesso il comparare, lo stabilire scale di comprensione, l'identificare similitudini e alterità e così via. Si tratta di determinare ricorrenze e differenze poiché nelle discontinuità si cela il rinnovarsi di antiche categorie così come il mutamento di paradigmi. Da ciò possono derivare scarti e modificazioni nel giudizio di fatto qualora di nuovi fatti si possa parlare o addirittura di valore, quando una costellazione di fatti, fino ad un dato momento sconosciuti o sottovalutati, si riordina nel giudizio in modo tale da fornire una visuale diversa del passato. Sono comunque eventi rari e richiamano sempre la responsabilità, unita alla consapevolezza, di cui l'operatore culturale deve dotarsi nel momento in cui fa storia descrivendola e socializzandola. Poiché a fare la storia, nel senso non fattuale del termine ma nella sua costruzione intellettuale, come manufatto operazionabile nella concretezza della quotidianità, è per l'appunto chi la tratta come oggetto di narrazione. Lo storico ma anche il testimone, il didatta e l'autodidatta. In questo senso ha valore dire, come spesso si fa, che "la storia siamo noi".

Più semplicemente l'agire dello storico dispone ed ordina secondo un senso dei dati, facendoli parlare. Il suo operato deve essere informato all'uso di una appropriata metodologia, alla correttezza nel trattamento delle fonti, all'apertura analitica e mentale.


2 - Revisionismi e studi sui fascismi

Nell'ambito degli studi sui fascismi, sono detti revisionisti quanti, sulla scorta di una corrente storiografica strutturatasi in Europa intorno ad alcune figure chiave di intellettuali e pensatori, si richiamano ad una strategia interpretativa volta alla ricostruzione dei nessi che intercorrerebbero tra esperienze ideologiche e politiche distinte, fondata sui seguenti passaggi:

1. la propensione, metodologica, ad operare sintesi di ampio respiro, ragionando secondo criteri che tendono ad incorporare periodi e fenomeni, anche compositi, cercando di trovare in essi una radice comune (ad esempio, l'affermazione di Ernst Nolte che le politiche repressive bolsceviche furono il "prius logico e fattuale" dei lager nazisti);

2. il riconoscimento dei fatti in quanto tali ma la loro lettura in chiave causale, dove i nessi prevalgono sulle specificità. Tale modo di operare, ancorché legittimo sul piano storiografico, se portato alle sue estreme conseguenze, come per l'appunto i revisionisti fanno, induce distorsioni di valutazione e sovrapposizioni di giudizio fino al rischio di una forzatura dei fatti stessi;

3. la valutazione dell'impianto culturale e l'identificazione di correlazioni teoretiche tra nazionalsocialismo e comunismo sovietico;

4. l'adozione di una visuale politica informata a posizioni corrispondenti a quelle della destra liberale o, alternativamente, di certa sinistra radicale, entrambe motivate da un accentuato anticomunismo. Non è da sottovalutare il fatto che l'ipotesi, formulata e ripetuta da Nolte, in virtù della quale il nazismo sarebbe essenzialmente una reazione anticomunista (espressa con particolare enfasi già quarant'anni fa nel suo "I tre volti del fascismo") raccolse a suo tempo i favori della sinistra, immemore della vocazione razzista o, per meglio dire, radicalmente razzialista presente in tale dottrina. Oggi Nolte - e con lui gli storici della sua vulgata - disgiungendo anticomunismo da antisemitismo, possono attenuare l'impatto del secondo nella valutazione delle politiche del Terzo Reich, beneficiando degli effetti derivanti dalla caduta dei regimi del "socialismo reale" e della condivisione di un giudizio comune fattosi severamente anticomunista.

Anche qui il passo successivo, non obbligato e neanche necessitato ma a tratti manifesto, è quello di recuperare qualcosa del passato, se non altro per riaffermarne una presunta preveggenza riguardo ai successivi sviluppi. Insomma, a farla breve, il nazismo e il fascismo furono "buoni" rispetto ad almeno una cosa: la contrapposizione al bolscevismo.


3 - Negazionismo e negazionisti

Più comunemente le affermazioni di quanti sostengono che Auschwitz - così come il resto dei campi, di sterminio o di concentramento che fossero - non è mai esistito o ha svolto funzioni diverse da quelle consegnateci dall'evidenza dei fatti, sono a stretto rigore di logica negazioniste. Ovverosia, sono dichiarazioni di principio che, entrando in rotta di collisione con l'evidenza empirica, ne distorcono deliberatamente e volontariamente il lascito testimoniale e documentario. Le ragioni per le quali si nega il passato, tanto più se così prossimo alla nostra esperienza, possono essere le più svariate e mutare di soggetto in soggetto. Generalmente la radice comune è da identificarsi nel tentativo di recuperare in toto quel che la storia ha definitivamente condannato. Per fare questo, per "ridare una chance al nazismo", necessita depurarne la memoria negandone gli aspetti più squalificati e ripugnanti. Ma a fianco di questa corrente, nostalgica e al contempo visionariamente proiettata versa una impossibile restaurazione, si contano anche altre posizioni. E' il caso dei trotzkisti della Vieille Taupe di Pierre Guillaume, presenti anche in Italia (attraverso le edizioni Graphos), che da tempo, recuperando elementi di alcune analisi d'impianto marxistico, identificano negli ebrei una sorta di classe sociale a sé. La correlazione tra le "false" rappresentazioni dell'universo concentrazionario che sarebbero state poste in essere, in misura deliberatamente mistificatoria, e gli interessi di questa presunta aggregazione socioeconomica rappresentata dall'ebraismo, inducono i componenti di tale gruppo a parlare di una sorta di passaggio storico da "lo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi", intendendo con ciò l'opera di alterazione della "verità". In altre parole: i campi c'erano, avevano funzioni diverse da quelle dichiarate e sono a tutt'oggi, nell'uso agitatorio che gli ebrei ne farebbero, uno strumento che una lobby estesa e potente utilizza per inibire i suoi avversari e confermare la sua egemonia politica, culturale ed economica. In questo modo si rinnoverebbe un vecchio equivoco, adottando un alibi di comodo, per confondere il "proletariato internazionale" sulle cause della guerra e sulle responsabilità dei vincitori.

Nel circuito negazionista si assommano ed incontrano quindi elementi e motivazioni tra le più disparate. Si badi bene che le sue scaturigini datano all'immediato dopoguerra quando un intellettuale collaborazionista come Maurice Bardèche si adoperò fin da subito nel porre in discussione quanto andava delineandosi nella sua orrifica tangibilità. Negli anni cinquanta seguì la figura di Paul Rassinier, ex-deportato politico a Dora e a Buchenwald, sostenitore della teoria per la quale i campi furono luogo sì di detenzione ma non di sterminio. La Shoah, insomma, non avvenne mai e la sua narrazione è una "menzogna storica". Questa affermazione costituisce il nucleo della costruzione negazionista. Rafforzata nel corso del tempo da una serie di pseudo-argomentazioni occasionalmente offerte come rafforzativo del concetto iniziale, è incentrata sulla presunta funzionalità politica di ciò che viene presentato come una deliberata mistificazione e contraffazione, compiuta dai vincitori (gli alleati) ai danni dei vinti (i tedeschi). Secondo tale esegesi si afferma l'esistenza di qualcosa che non fu per conquistare l'immaginario collettivo a danno dell' "autentico" corso degli eventi, continuando così una guerra, in questo caso figurata, contro la potenza (e l'ideologia) uscita immeritatamente sconfitta dal secondo conflitto mondiale. Musica per le orecchie di chi, come Leon Degrelle, prima comandante delle Waffen-SS belghe e poi animatore del milieu neonazista europeo, poteva così sostenere di avere un chiaro e legittimo riscontro della sua personale teoria che ad Auschwitz esisteva un centro per il concentramento e lo "spidocchiamento" degli ebrei dei quali, al massimo, si può riconoscerne la morte per un numero non maggiore ai trecentomila soggetti e non per volontà dei nazisti bensì per le circostanze d'"ordine bellico" (morivano in tanti, non si vede perché non avrebbero dovuto morire anche degli ebrei). Parole che fanno il paio con quelle che negli anni successivi utilizzò l'ex collaborazionista di Vichy Louis Darquier de Pellepoix, sostenitore della tesi che nei campi si uccidevano solo "pulci e cimici".

La vera svolta, nel senso della manifestazione massmediatica del fenomeno negazionista e della sua definitiva emersione da quella condizione di nicchia alla quale sembrava consegnato, si ha però nella seconda metà degli anni settanta, quando un docente dell'Università di Lione, Robert Faurisson, con una intervista che all'epoca fece non poco scandalo, dichiarò che "le camere a gas non sono mai esistite". L'eclatanza del gesto stava non solo nella sua natura deliberatamente provocatoria ma nell'ospitalità che esso ottenne per parte della stampa europea, divenendo così una sorta di "evento" sulla scorta del quale un po' tutti furono costretti a misurarsi e a prendere posizione. Insomma, ben consapevole che il medium è il messaggio, l'autore confidò ben più sugli effetti di ritorno dei mezzi ai quali affidava le sue affermazioni che non sul contenuto delle stesse. Per i negazionisti, infatti, capitale è trovare strumenti ed occasioni di pubblica manifestazione: ciò non solo per uscire dai circuiti autoreferenziali ai quali, fino ad allora, sembravano consegnati, ma per cercare legittimazione non per quello che viene detto ma per via dei luoghi in cui lo si dice. Faurisson, peraltro, adottando una tecnica che è propria dei negazionisti più accorti, non si impegnava in una inutile apologia del regime hitleriano, negando l'evidenza dell'altrui operato, ma cercava i punti "deboli" o comunque quanto poteva essere considerato tale del resoconto della vicenda delle deportazioni e del sistema di sterminio per attaccarne quegli aspetti che meglio si prestavano all'accusa di inverosimiglianza. La comprensione del funzionamento delle camere a gas, così come dei forni crematori, richiede competenze non solo storiche e storiografiche ma anche e soprattutto tecniche. Ancor di più risulta problematica la definizione della funzionalità di tale apparato all'interno di un progetto, quello del "Nuovo Ordine" hitleriano, che prevedeva la trasformazione sociodemografica dell'Europa. Tale complessità e stratificazione, qualora non sia intesa nella sua integralità, può rendere dissonanti o discrasici certi aspetti delle passate vicende. I negazionisti più accorti sono ben consapevoli di questo aspetto e usano tutte le occasioni che si prestano ad una qualche strumentalizzazione per cercare di mettere in discussione l'impianto interpretativo corrente e, di conseguenza, la dimensione fattuale.

Alle boutade di Faurisson seguirono altre e ripetute prese di posizione per parte sia di quest'ultimo che di nuovi diffusori del verbo. La nascita negli Stati Uniti dell'Institute for Historical Review, palestra pseudoaccademica alla quale oramai non pochi esponenti, non solo americani, fanno riferimento, ingenerò una nuova spinta nelle "ricerche" e nelle "riflessioni" per parte di questi signori, concorrendo inoltre alla loro strutturazione in una rete di stabili relazioni, autonome anche se a tratti coincidenti con quelle dei network neonazisti. E la rete web ha ulteriormente consolidato il grado di scambio e comunicazione, creando una comunità virtuale molto attiva nello scambio di informazioni. Attualmente i personaggi più significativi sono Willis Carto, Bradley Smith, Ernst Zuendel e James Keegstra.


4 - Aspirazioni e ideologie dei negazionisti

Inutile soffermarsi sulla produzione, copiosissima e cacofonica, di questi autentici feticisti della carta. Da quest'ultimo punto di vista, va rilevato solo che ciò a cui aspirano tali indefessi redattori di interminabili pamphlet differisce a seconda degli autori presi in considerazione.

Sommariamente si può dire che:

1. vi è tra essi chi ambisce ad una qualche forma di legittimazione ufficiale o, perlomeno, ufficiosa, per parte degli organismi intellettuali accreditati nel mondo delle scienze, ed in particolare le università. Impresa disperata se posta in essere con i soli strumenti dei propri costrutti ideologici, ma un po' più fattibile se legata ad opzioni culturali oggi di nuovo in voga. Negli Stati Uniti, ad esempio, un terreno d'incontro è offerto dal creazionismo, la posizione dottrinaria per la quale l'evoluzionismo darwiniano è una teoria fasulla e l'unica narrazione accettabile riguardo all'origine dell'uomo deve essere identificata nel dettato biblico. L'ambiente intellettuale che in America rivendica tale matrice è non infrequentemente anche antisemita. I contatti tra esponenti dell'uno e dell'altra sponda hanno offerto occasioni di sodalizi. Si pensi inoltre al fatto che il creazionismo ha un discreto seguito in alcuni stati della Federazione e il potersi appoggiare ad esso permette di trovare canali di comunicazione con il mondo della scuola. Soprattutto, ed è quello che più interessa ai negazionisti di questo tipo, accredita in qualità di interlocutori nei confronti delle autorità locali. Le università si sono rivelate fino ad oggi impermeabili ma non altrettanto può essere detto dei politici, soggetti a valutazioni di opportunità che aprono a volte varchi nella cultura prevalente. Particolare attenzione, a suo tempo, fu espressa nei confronti di David Duke, candidato razzista del Ku Klux Klan al seggio di senatore. Non era un segreto per nessuno il suo antisemitismo, del tutto congruente con l'onorata carriera svolta all'interno dell'organizzazione razzista. Meno noti, probabilmente, i contatti con esponenti dell'ala destra del partito repubblicano, tradizionalmente poco proclive nei confronti di un elettorato, quello ebraico americano, ancora fortemente orientato verso lidi democratici. Rimane però il fatto che nella galassia della destra americana le difficoltà incontrate dai negazionisti hanno un solido fondamento nell'esperienza della seconda guerra mondiale, quando gli States si trovarono a combattere contro il nazismo. A tal guisa si può richiamare l'episodio menzionato in un'opera di fiction, il film di Costa Gavras Betrayed-Tradita, dove l'incontro tra un membro del Klan e un gruppo di neonazisti locali si risolve con il rifiuto del primo nei confronti dei secondi, rifiuto motivato dal fatto che il padre "li aveva combattuti" a suo tempo. Comunque, al di là delle singole esperienze nazionali, questo gruppo si contraddistingue per la vocazione a cercare una qualche entratura nei "salotti buoni" dell'intelligenza. Per ottenere ciò cerca di smarcarsi da una più stretta identificazione con il neonazismo, adottando, laddove ciò è possibile, la strumentazione e le vesti proprie alla ricerca tradizionale. In Italia l'esponente più vivace di tale indirizzo è Carlo Mattogno. Significativo è il fatto che pubblichi le sue operette presso le Edizioni di Ar di proprietà di Franco Freda, nazimaoista d'antan e personaggio onnipresente nelle vicende dell'ultimo quarantennio del neofascismo eversivo di matrice nostrana.

2. Vi sono poi coloro non pochi per la verità che nulla rinnegando del passato, ne enfatizzano anzi la storia di cui però fanno un uso selettivo. E' forse il gruppo più corposo. In questo caso il negazionismo è una condotta mentale, prima ancora che culturale, finalizzata a rilegittimare le vestigia di ciò che fu, riportandole a nuovo fulgore. Ed in questa costruzione, nella quale il passato viene assunto acriticamente e apologeticamente, negare funge all'occorrenza di fortificare e reiterare le "ragioni" pregresse. Con curiosi ed illogici ma solo all'apparenza cortocircuiti dove, con un doppio movimento degno dell'attenzione di uno psicoanalista, si cela ma anche si riconosce. Il negazionismo diventa così un atteggiamento, più o meno in mala fede, che cela, come la punta di un iceberg, un corpaccione immerso nell'acqua stagna dei risentimenti e dei rancori. Da un lato si disconosce la paternità e l'esistenza stessa dei campi e dello sterminio, dall'altro se ne attribuisce la responsabilità alle vittime (riconoscendo così esplicitamente l'esistenza degli uni e la concretezza dell'altro). Si può affermare, e a ragione, che l'incoerenza è il carattere costitutivo di questo gruppo. Tutta una genia di libellisti, perlopiù provenienti dalle fila delle Waffen-SS (ad esempio Thies Christophersen), l'ala combattente dell'organizzazione criminale himmleriana o, addirittura dai campi stessi, ha portato avanti una letteratura semiclandestina che durante gli anni della guerra fredda ha alimentato questa corrente di sodali tra medesimi e solidali alla causa. L'imperativo del "ritorneremo!" si coniuga allora all'intendimento di ritornare a fare le cose compiute nel passato, senza ovviamente esplicitarne il contenuto ma mascherandolo sotto le mentite spoglie di una negazione di comodo. Si dà, in questi casi, come una sorta di "nazi pride", di orgoglio per il coraggio tenuto nei terribili anni della guerra. E il punto di riferimento ideologico è e rimane il discorso che Himmler tenne a Poznan alle alte gerarchie dell'"Ordine nero" nell'autunno del 1943 quando, con malcelata soddisfazione, rivelava forme e contenuti della "soluzione finale della questione ebraica", rivendicando la caratterialità e la virilità di quanti uccidevano in massa senza battere ciglio. Il grado di legittimazione ricercato in questi casi non è quello proprio agli autori di cui si parlava precedentemente: qui nessuno aspira ad un qualche riconoscimento accademico o ad una accettazione per parte della ufficialità intellettuale e politica. Si tratta, invece, di mantenere vivo e fervido il ricordo tra i militanti di allora come tra quelli di oggi, espungendo, ma solo in prima battuta, quanto di più sgradevole può risultare alla comunicazione per poi, eventualmente, recuperarlo nel momento in cui si dovessero creare le condizioni per la manifestazione di tutti i propri propositi.

Va rilevato che non tutti gli apologeti del regime hitleriano sono negazionisti: non pochi d'essi, anzi, riconoscono la "grandezza" del suo operato proprio per l'atteggiamento assunto nei confronti dell'ebraismo europeo, rivendicando integralmente l'eredità dello sterminio e rammaricandosi della sua "incompiutezza". Nel caso del conflitto israelo-palestinese queste posizioni sono vigorosamente riemerse, mascherate sotto l'antisionismo di circostanza.


5 - David Irving e Freud Leuchter

Discorso a sé andrebbe poi fatto per quella figura di libero battitore che è il ben noto David Irving, elemento di sintesi tra più posizioni, animato da un profondo individualismo e da una vocazione istrionesca che lo rendono irriducibile a letture univoche. Negli ultimi anni ha tradotto la sua antica vocazione filogermanica in atteggiamenti di collusione e contiguità nei confronti del coté politico neofascista, lasciandosi utilizzare dagli ambienti del nostalgismo europeo di cui è divenuto una star. Tuttavia la sua grande aspirazione rimane quella di essere risconosciuto da quell'Accademia della quale non ha mai fatto parte e che mai lo ospiterà, fosse non altro per il semplice fatto che il suo narcismo sfugge a qualsivoglia forma di cooptazione in organismi collettivi ed ufficiali. Dalle originarie opere, tra cui la non disdicevole ricerca sull' "Apocalisse a Dresda", il bombardamento alleato nel febbraio del 1945 della città tedesca, per successivi slittamenti, attraverso la ripetuta affermazione che Hitler era all'oscuro della "soluzione finale", è approdato alla negazione di quest'ultima. Il processo intentato contro Deborah Lipstadt, autrice di "Denying the Holocaust", e la rovinosa sentenza, che lo condannava, hanno probabilmente concorso a ridefinire se non l'atteggiamento e il pensiero, costanti nel loro eclettismo, almeno la collocazione nei confronti di un microcosmo quello nenonazista dal quale poco o nulla potrà ancora ricevere, a meno che non si autonomini duce delle frange marginali che lo compongono, venendo così meno alla sua funzione di storico e sostituendo ad essa quella di politico.

Ancora a latere di questo milieu si colloca anche l'"ingegnere della morte" Freud Leuchter, autore di un oramai proverbiale rapporto nel quale affermava, dopo una serie di ricerche compiute ad Auschwitz e dintorni, che le camere a gas non erano esistite poiché le tracce di acido cianidrico, il gas utilizzato per assassinare le vittime, non sono più identificabili tra le rovine di quel che è rimasto. La ragione di questa assenza sono poi state fornite da Jean-Claude Pressac e Marcello Pezzetti che, dopo uno scrupoloso lavoro, hanno ricostruito metodi e criteri nell'uso dello Zyklon B. E' evidente, a tal riguardo, che all'offensiva negazionista non si può e non si deve rispondere solo con la storia e la memoria ma anche con gli strumenti delle scienze cosiddette esatte. Poiché se è intollerabile il fatto che certuni rifiutino l'evidenza, non altrettanto disdicevole è la richiesta, sincera, di capire e comprendere dei meccanismi che di primo acchito possono apparire tanto ripugnanti quanto inaccettabili. Non tutte le perplessità e i quesiti vanno quindi letti immediatamente come il segno del diniego. Tanto più i giovani hanno bisogno di farsene una ragione. La Shoah richiede di essere compresa, non di un atto di fede.


6 - Chi nega non ignora

Chi nega non ignora; semmai proprio perché sa o presume di sapere cerca in buona - ma soprattutto cattiva - fede, una giustificazione alla dissonanza che si genera tra quel che conosce e quel che intende dichiarare di riconoscere. Il discorso negazionista si compone di una serie di prassi retoriche reiterate nel corso del tempo e riprodotte secondo dei cliché facilmente identificabili.

A titolo di mero richiamo si possono identificare una serie di modularità (ma altre ancora se ne danno) così riassumibili:

1. dal particolare al generale: poiché è impossibile rifiutare certe evidenze fattuali, almeno di primo acchito, ci si concentra su alcuni aspetti particolari, sviando al contempo l'attenzione altrui dal quadro di riferimento. L'obiettivo è di decontestualizzare il fenomeno storico dello sterminio, prassi che risponde a più esigenze tra le quali:

a) separare il regime che ha generato i campi dai frutti del suo operato (lo sterminio), deresponsabilizzandolo e minimizzando gli effetti perversi delle sue scelte;

b) identificare gli eventuali punti deboli della narrazione altrui cercando di usarli come grimaldelli contro la storia. Ad esempio, se un ex-internato commette un errore nella narrazione della sua esperienza (magari affermando, come è capitato, di aver sentito l'"odore del gas", cosa pressoché impossibile poiché le camere della morte erano a tenuta stagna e comunque la quantità di veleno immesso era tale che poteva sì uccidere chi vi era trattenuto ma non poteva assolutamente espandersi ed essere odorato nel campo) si cerca, mistificando ed enfatizzando tale dato, di capovolgere l'intero impianto interpretativo e, soprattutto, i fatti nel loro manifestarsi. L'obiettivo è di delegittimare il testimone e invalidarne lo statuto del resoconto;

c) scomporre l'unitarietà e il senso della drammaticità dell'esperienza della deportazione, concentrandosi su minuzie a scapito del quadro generale. In questo modo, spezzettando il corso degli eventi, se ne perde il senso della continuità. E ciò rende più agevole l'attenuazione dell'impatto emotivo che ancora oggi i lager ingenerano, così come una maggiore condiscendenza verso i carnefici;

2. la guerra semantica: nella componente più abile ed intelligente della vulgata negazionista è risaputo che il destino della memoria si gioca sull'uso delle parole. Valentina Pisanty ha scritto al riguardo pagine importanti, decrittando i codici comunicativi e gli artifizi logico-semantici che ricorrono nelle costruzioni verbali della pubblicistica di tali autori. Molto spesso la battaglia è condotta sul filo della sfumatura, sulle zone d'ombra che ogni termine come peraltro gli stessi fatti - si porta con sé. La ricerca spasmodica di una diversa accezione si traduce nella costruzione di significati completamente diversi da quelli originari. Attraverso progressivi slittamenti, il negazionista riesce a svuotare una parola del suo senso iniziale e a riempirla di contenuti distinti. D'altro canto, in questo operare è del tutto congruente a quello che era l'uso, iniziatico ed esoterico, che i nazisti facevano di certe espressioni comunemente utilizzate per designare gli eventi più tristi e tragici: "trasferimento" al posto di deportazione, "soluzione finale" invece di sterminio e così via. L'atteggiamento di colui che altera il lessico o ne estende i significati parossisticamente, con un uso volutamente alterato dei procedimenti analogici, riprende integralmente quella vocazione al ricorso alla lingua come ad uno strumento di copertura, confuzione e scompaginamento (per l'appunto di negazione) tra fatti e loro interpretazione che era proprio al sistema di potere hitleriano. Siamo nei paraggi della neolingua dell'Orwell di 1984, laddove essa si configurava come un veicolo non di comunicazione e condivisione bensì di mistificazione e alterazione, prona ai desideri di una prassi totalitaria. D'altro canto, buona parte dei negazionisti sono depositari di un progetto politico che si riconosce appieno nelle categorie del totalitarismo reale costituito dall'esperienza storica del nazionalsocialismo in Germania tra il 1933 e il 1945;

3. il feticismo delle carte: molti negazionisti, soprattutto quelli appartenenti alla corrente che più desidera darsi una parvenza di autorevolezza, sono non solo usi a redigere numerose opere ma anche a navigare tra le carte con una certa abilità. L'obiettivo, se nel primo caso è quello di portare credibilità alle proprie tesi intasando il mercato delle idee con un'inflazione di prodotti e la ossessiva reiterazione di alcune proposizioni (laddove la quantità vorrebbe divenire qualità), nel secondo è di cercare di inchiodare i propri contraddittori alla responsabilità del documento. In presenza d'esso, a giudizio dei signori in questione, si comproverebbe l'evento. In sua assenza, il fatto non sussiste. L'acribia che viene spesa per sorreggere le proprie affermazioni con "pezze d'appoggio" inverosimili, o per mezzo di documenti riletti secondo la logica del ribaltamento del loro significato, è pari solo all'acrimonia che vi è impressa. Poiché chi nega l'evidenza rivela di gradire molto le proprie parole ma poco o nulla le persone che con esse, ancora una volta, vengono cancellate dalla storia. E' risaputo che della "soluzione finale" ci sono pervenute solo alcune parti della documentazione a suo tempo prodotta dai carnefici, così come non necessariamente furono documentati cartaceamente tutti gli aspetti del loro operato. In questo margine d'indeterminatezza i negazionisti s'inseriscono per insinuare dubbi ed ingenerare equivoci d'ogni sorta, rivendicando l'equazione che laddove non è rimasto il timbro non ci furono neanche i fatti;

4. celare i due intendimenti ideologici che stanno alla base dei propri costrutti: l'opera negazionista, fatte salve alcune dichiarazioni programmatiche per parte degli autori "minori" di area nazista, che nulla concedono alla necessità di cogliere l'implicito del loro discorso, si fonda su due premesse ideologiche: la rilegittimazione del nazismo e dei fascismi e l'antisemitismo. E poiché di entrambi, dopo i fatti dell'ultima guerra europea, non è possibile fare apologia diretta, si adoperano strumenti distorsivi, volti a delegittimare gli interlocutori e a costruire un'aura vittimistica intorno alla figura dei vinti. L'ossessione ricorrente in tutti questi passaggi è e rimane quella di un qualche "complotto giudaico" contro la storia. Per il negazionista si tratta di sottrarne la scrittura ad un gruppo di potere dominante che, non pago d'aver vinto la guerra, cerca di conquistare la memoria collettiva. Anche in quest'ultimo caso, come si avrà modo di osservare, nulla di nuovo rispetto ai vecchi cliché della destra più oltranzista e reazionaria. Correlativamente, si dà un anticomunismo viscerale, acceso e corposissimo, ragione sociale e politica degli ambienti che esprimono le posizioni più radicali in campo pseudo-storiografico. Rimane da indagare, tra gli anfratti e i recessi delle mutevoli produzioni cartacee, lo strutturarsi di una corrente di sinistra, che non è più quella rappresentata dai bordighiani e dai trotzkisti della Vieille Taupe, ma che partendo dall'originario antisionismo sta progressivamente traducendo le sue posizioni in aperto antisemitismo. Interessante, a tal guisa, verificare l'involuzione di una figura come quella di Roger Garaudy, illuminato sulla via di Damasco da un islamismo tanto radicale quanto bislacco e antigiudaizzato. Così come - anche se ora il silenzio è prevalso - dei riflessi condizionati di una figura nobile del cattolicesimo sociale francese, l'Abbé Pierre. Il totem linguistico al quale entrambi sembrano fare riferimento, oltre ad una non troppo velata "sdrammatizzazione" e relativizzazione della Shoah, è che i veri antisemiti sarebbero gli ebrei stessi, persecutori dei palestinesi. Già da tempo, tuttavia, sia per parte cattolica che musulmana, va diffondendosi, sulla scorta dell'irrisolto confronto in corso tra israeliani e palestinesi, un nuovo genere di negazionismo, originariamente fiancheggiatore di quello praticato a partire dagli anni sessanta e settanta dagli estremisti islamici afro-americani di Louis Farrakhan in Usa ed oggi capace di muoversi con ampia autonomia. Si tratta dell'opera svolta dal Black African Holocaust Council di Eric Muhammad, che intrattiene rapporti con Butz e l'Institute for Historical Review, ma soprattutto della fatica internettista di Ahmed Rami, gestore web di Radio Islam, autentico ricettacolo di tutte le posizioni che intendono "combattere il razzismo ebraico e l'ideologia sionista". Ad essi si unisce il ricchissimo sito AAARGH (Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerre et d'Holocauste), miniera di materiali negazionisti;

5. enfatizzare le proprie affermazioni come espressione di un concezione "anticonformista": tutta la vulgata si basa sul principio che la storia è luogo di mistificazione e i racconti che essa incorpora sono obbligatoriamente il frutto di una deliberata vocazione distorsiva per parte di certuni (i vincitori) a scapito degli altri (i vinti). I secondi sarebbero più morali dei primi (vittimismo), impegnati a perseverare nella reiterazione della menzogna mentre il dispositivo di resocontazione degli eventi sarebbe inesorabilmente fondato su premesse alteranti. E' una concezione dei processi logici e cronologici fondata sul sospetto, propria, ancora una volta, di un approccio funzionale ad una revanche fascistica. Questa impostazione si ripresenta periodicamente, travestendosi con gli abiti del "nuovo" e dell'"anticonformismo". Laddove, per l'appunto, la conformità sarebbe quella propria alle posizioni correnti definite detrattivamente sterminazioniste caratterizzate dalla convenzionalità e dall'ufficialità ascrivibili alla necessità di mantenere in vita la "menzogna" dell'esistenza di uno sterminio mai avvenuto;

6. comparare impropriamente: lo stabilire nessi inesistenti, o il negarne altri nella loro evidenza, si rafforza attraverso l'uso improprio dei meccanismi comparativi che appartengono alle scienze sociali e storiche. Sovrapporre e miscelare è un buon modo per confondere l'interlocutore. Si mischiano cose diverse, si separano eventi similari, si alterano scale di valore e di giudizio. Di scientifico, in tutto ciò, va da sé che c'è poco o nulla. Molto di politico, invece. Poiché i negazionisti sono la falange intellettuale di un passato che si riaffaccia sul proscenio della storia europea. Il segno, quindi, di fantasmi mai scacciati e pronti a rimaterializzarsi quando i tempi dovessero presentarsi maturi. Da questo punto di vista necessita dotarsi della consapevolezza che il fascismo non è il residuo di un trascorso ma una subcultura i cui sedimenti sono ben presenti nella società contemporanea.

 

Claudio Vercelli

<http://www.olokaustos.org/saggi/saggi/revisionismo/index.htm>

publ 6 giugno 2002




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I negazionisti italiani

Luigi Vianelli

 



Nota introduttiva

Dal punto di vista dei contenuti, il negazionista è colui il quale afferma quanto segue:

1. Gli ebrei non furono uccisi in camere a gas, o almeno non su una scala significativa;

2. I nazisti non avevano una politica, e non operarono alcun sistematico tentativo, tesi a sterminare gli ebrei d'Europa; e le uccisioni che ebbero luogo furono la conseguenza di eccessi individuali non autorizzati a livello superiore;

3. Il numero degli ebrei uccisi non corrisponde a milioni, ma la somma totale delle vittime è di molto inferiore;

4. L'Olocausto è per la maggior parte o in toto un mito forgiato durante la guerra dalla propaganda alleata e sostenuto dopo la guerra dagli ebrei allo scopo di ottenere aiuti finanziari per il neonato Stato di Israele (1).

 

Suddivido i negazionisti nelle seguenti categorie.

1. Negazionisti nazisti Coloro i quali hanno vissuto direttamente il periodo nazista.

2. Negazionisti neonazisti/neofascisti Hanno aderito al nazismo o al fascismo nel dopoguerra.

3. Negazionisti marxisti Trovano nella lettura dei testi del filone marxista la giustificazione ideologica del proprio essere negazionisti.

4. Negazionisti tecnici Si presentano volutamente in maniera politicamente "neutra". Da una parte possono essere specializzati in chimica o ingegneria delle camere a gas; dall'altra invece utilizzano una metodologia iperdecostruttiva nell'analisi delle fonti storiografiche (2).

5. Negazionisti geopolitici Derivano le proprie teoriche negazioniste dalla lettura dei fatti contemporanei, soprattutto dalla questione mediorientale.

6. Negazionisti religiosi Negano la Shoah come riflesso della propria fede.


1 - Gli inizi I negazionisti nazisti e neonazisti

Per lunghi anni di negazionismo in salsa italiana non si sentì parlare.

L'esistenza di una destra neofascista che si presentava come diretto prolungamento dell'esperienza del regime, con particolare riferimento al periodo della RSI, aveva creato una situazione del tutto inedita nel panorama della destra radicale (3) europea.

La categoria storiografica di "nazifascismo" veniva radicalmente rifiutata dagli intellettuali d'area, mentre l'MSI si presentava come l'erede delle teoriche sociali dell'ideologia fascista (4): la legislazione antisemita mussoliniana era presentata come "moderata" e l'atteggiamento del regime nei confronti dell'alleato tedesco su questo punto specifico era considerato da una parte politicamente opportunistico e dall'altra critico. Opportunistico, in quanto l'alleanza fra Germania e Italia aveva suggerito di "importare" in minima parte l'antisemitismo d'oltralpe per cementare ancor più dal punto di vista formale la comunione di scopi e d'intenti fra i due regimi; critico, giacché la persecuzione degli ebrei non veniva messa in dubbio, ma era considerata prettamente "cosa tedesca" (5).

Nel paese europeo che presentava il maggior partito neofascista, il negazionismo non godeva di particolare fortuna.

E' quindi necessario attendere la nascita della galassia di gruppi e gruppuscoli della destra estrema e radicale per trovare i primi documenti negazionisti, necessariamente tributari degli scritti prodotti in altri paesi e quindi ancora allo stadio di mera ripetizione di concetti e parole d'ordine altrui: in particolare, pensiamo al gruppo di Ordine Nuovo e al gruppo di AR ruotante attorno alla figura di Franco Freda che all'inizio degli anni '60 pubblicò un documento politico ricalcante alcune delle tematiche tipiche del negazionismo, con particolare riferimento alle teorie di Paul Rassinier (6). Ma siamo ancora in una fase iniziale: in mancanza di studi storiografici o pseudostoriografici, ci si rifugia nelle domande retoriche, chiedendosi come mai i tedeschi "impegnati in una guerra che assumeva sempre più un ritmo esasperato [...] avrebbero dovuto impiegare distraendoli dagli scopi immediati della guerra una enorme quantità di mezzi per trasportare milioni di esseri umani da un capo all'altro dell'Europa [...]" (7). Si condisce questa espressione con una serie di frasi antisemite, che costituiscono il vero centro focale della riflessione politica sugli ebrei. Il negazionismo in quanto tale non ha ancora sufficientemente attecchito.

Né d'altro canto ha maggior successo la diffusione delle traduzioni delle opere di Paul Rassinier "La verità sul processo di Auschwitz", "La menzogna di Ulisse" e "Il dramma degli Ebrei" (8). Per anni non si sentì parlare ancora di "negazionismo all'italiana".

Nel 1978 la casa editrice neonazista Le Rune pubblica il saggio di Richard Harwood, "Auschwitz o la soluzione finale. Storia di una leggenda" (9), così come per le Edizioni Sentinella d'Italia esce nel 1979 "Lettera al Papa sulla truffa di Auschwitz" di Léon Degrelle (10). Il primo è una sorta di vademecum tascabile del negazionista in erba, essendo una specie di breviario di tutte le principali teorie dei negazionisti, mentre il secondo è uno smilzo pamphlet negazionista, provocatoriamente in forma di lettera aperta al Papa Giovanni Paolo II. Praticamente, nessuna novità rispetto alle tesi di Rassinier: di differente ci sono le esplicite dichiarazioni antisemite, che inseriscono questi due libri all'interno del classico filone direttamente riconducibile alle teoriche naziste.


2 - Il "caso Faurisson" e la nascita del negazionismo marxista

Le vere novità però provengono da oltralpe: è nel 1978 che esplode in Francia il "caso Faurisson" (11).

In realtà, gli esiti del "caso" saranno più o meno gli stessi in Francia come in Italia: da una parte il risveglio o la nascita delle tematiche negazioniste tout court, dall'altra la nascita del negazionismo marxista.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, bisogna ricordare l'adesione alle teorie di Faurisson da parte di alcuni militanti dell'estrema sinistra francese: Pierre Guillaume e Serge Thion in primo luogo (12). Il gruppo di negazionisti marxisti francesi ruota quasi tutto attorno alla casa editrice La Vieille Taupe, che in pochi anni si trova a presentare in catalogo testi apertamente antisemiti e recentemente anche un benevolo volume di interviste e testimonianze di e su Osama Bin Laden (13).

Per un'inquadratura ancor più a tutto tondo, bisogna anche ricordare la recente corrispondenza intercorsa fra Guillaume (a nome de La Vieille Taupe), il gruppo negazionista italiano Nuovo Ordine Nazionale e i neofascisti del Movimento Fascismo e Libertà, con successivo invito a Guillaume a partecipare ad una Conferenza internazionale di revisionismo storico organizzata dal Movimento Fascismo e Libertà, tenutasi a Trieste il 25/26 maggio 2002. L'invito a dispetto delle presumibili abissali differenze ideologiche - fu volentieri accettato (14).

Sulla scia de La Vieille Taupe, anche in Italia nacque una "corrente" negazionista marxista, che vede come principali ma sarebbe meglio dire "quasi unici" rappresentanti Andrea Chersi e, soprattutto, Cesare Saletta.

Andrea Chersi è noto per il suo proporre testi di rottura e provocatori, ed in effetti niente più che una provocazione appare la sua traduzione di alcuni saggi negazionisti di Faurisson e Thion (15). Un caso isolato, cui nulla fece più seguito.

Ben altra profondità di intenti presenta invece l'opera di Cesare Saletta (comunista di stretta osservanza bordighista), a far data da quel "Note rassinieriane (con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R.Faurisson)" (16), che si può a ben diritto considerare il primo vagito del negazionismo marxista italiano.

Per Saletta c'è una diretta connessione fra una questione storica e una questione politica relativa alla Shoah (17). Quest'ultima ruota attorno al ruolo che gli ebrei giocano nella civiltà capitalista: "Sarebbe somma ipocrisia fingere di non vedere che, nella forma storica assunta dal capitalismo nel mondo euroamericano, questa porzione della élite [NDR: gli ebrei], integrata come forse nessun'altra nell'economia e al tempo stesso autosegregata socialmente in base ad un criterio di specificità culturale, ha acquisito un peso che non ammette sottovalutazioni: uno dei frutti avvelenati di cui ci gratifica il capitalismo sinistramente sopravvissuto alla fase storica nella quale il proletariato sembrò avviato a distruggerlo a breve o a medio termine è il riproporsi di una questione ebraica" (18).

Se a questo aggiungiamo che il sionismo per Saletta è la trionfante "soluzione reazionaria della questione ebraica" (19), alla quale bisogna marxisticamente rispondere con una scelta di verità (20), dato per assunto che ci sia un importante "ruolo della menzogna nell'ordine sociale borghese" (21), ecco già definiti i cardini fondamentali del perché Saletta sia un negazionista, pur non avendo svolto alcuna ricerca autonoma sulla Shoah (22).

Per descrivere ancor meglio quali siano le premesse ideologiche del negazionismo di Saletta che in definitiva ne costituiscono l'essenza bisogna anche ricordare la ripresa dell'assunto di Amedeo Bordiga per la quale "il peggior prodotto del fascismo sarebbe stato l'antifascismo" (23).

In ultima analisi, Saletta ritiene che chi afferma la veridicità della Shoah abbia servito il doppio imperialismo sovietico/americano, entrambi di fatto succubi degli ebrei: "un popolo che aveva cessato di essere tale da circa duemila anni per trasformarsi in un gruppo sociale a caratterizzazione religiosa" (24). Più specificamente, gli strali di Saletta si rivolgono verso "l'élite economica ebraica, [la] porzione ebraica della élite economica mondiale" (25).

Che cos'è quindi il Lager per i negazionisti marxisti? E' il luogo in cui avviene la "caricatura del lavoro salariato" (26), "un fenomeno generale dell'epoca moderna [], una risposta al problema delle migrazioni forzate economiche o politiche" (27).

Concretamente, "i campi sono un prodotto del capitalismo non solo nella loro origine ma anche nel loro funzionamento" (28).

In conclusione, l'inserimento del concetto di sterminio - e del concetto di sterminio a sfondo razziale - è quindi per i negazionisti un ballon d'essai, lanciato dal totalitarismo capitalista e dal totalitarismo stalinista per controllare il passato e controllare il futuro (29). A nulla vale la scomparsa dell'URSS, giacché gli "enormi interessi" in gioco possono essere addirittura "fatti più aggressivi dal venir meno della bipolarità USA-URSS" (30).

Dalla fine degli anni '70 la casa editrice di sinistra estrema Graphos ospiterà sempre più di frequente nei suoi cataloghi una nutrita serie di autori negazionisti, facendola diventare di fatto la prima casa editrice italiana negazionista di matrice non neonazista (31).


3 - I negazionisti tecnici in Italia: il caso di Carlo Mattogno

Per quanto il nome di Carlo Mattogno appaia all'interno del "Lexicon" dell' "Informationsdienst gegen Rechtsextremismus" (Servizio d'informazione contro l'estremismo di destra) (32), abbia pubblicato la maggior parte dei suoi studi per case editrici di ispirazione neofascista o neonazista, per le quali ha anche curato la traduzione di testi antisemiti di pubblicisti legati agli ambienti delle SS (33) e sia indicato dallo stesso Saletta come "personaggio [] di destra" (34), egli si professa un democratico ed afferma anche di aver votato per il partito radicale (35).

Al di là delle tendenze politico/ideologiche di Mattogno, si può comunque concordare con quanto afferma Saletta, per il quale "a tutt'oggi Carlo Mattogno rimane l'unico studioso che l'Italia abbia dato al revisionismo" (36).

Il libro che segna l'esordio di Mattogno nel mondo negazionista, dopo un paio di pubblicazioni minori, è "Il mito dello sterminio ebraico", apparso nel 1985 per le edizioni Sentinella d'Italia una delle case editrici neonaziste italiane.

Lo stile è pesantemente influenzato dagli studi di Faurisson, del quale ricalca la pretesa di "svolgere `ricerche' animati da un atteggiamento sine ira ac studio nei confronti dell'argomento" (37).

La tecnica utilizzata è quella della pesante iperdestrutturazione dei testi, connessa ad un continuo intersecarsi di diversi livelli di interpretazione dal pseudostoriografico all'investigativo in modo tale che le parole possono assumere contestualmente diversi significati, tutti eterodiretti da Mattogno. Espungere frasi dal contesto, connettere fonti disparate e non omogenee, forzare i contenuti del testo: tutto il classico armamentario del negazionista tecnico è presente al massimo grado negli studi di Mattogno (38), al punto da essere accusato da Faurisson stesso di "eccesso di erudizione" (39).

Ecco quindi che le testimonianze di coloro i quali hanno assistito alle gasazioni sono radicalmente false o falsificate (40), così come ricorre continuamente un tono assieme di sfida e di scherno nei confronti degli storici "di regime", di volta in volta "dilettanti", "falsari", "plagiatori", proni ad un "dogmatismo ideologico" ecc.ecc. (41).

D'altro canto, anche i documenti troppo probanti in senso contrario alle sue convinzioni, spessissimo sono per Mattogno semplicemente dei falsi (42).

In questa foga cadono alle volte anche alcuni negazionisti: Mattogno ha avuto modo di scontrarsi sia con Faurisson (43) che con Butz (44), ma ciò non gli ha impedito di crearsi nel mondo negazionista la fama di massimo conoscitore di Auschwitz (45).

Ma alla prolificità di Mattogno è sostanzialmente venuto a mancare un seguito: la pubblicistica negazionista italiana si limita ancor oggi a ripetere ad libitum i concetti elaborati decenni fa dai primi negazionisti. Il contenuto stesso degli studi di Mattogno, con le sue continue citazioni in tedesco, inglese e francese e un massiccio apparato bibliografico, lo rende di fatto difficilmente proponibile, soprattutto per la maggioranza dei lettori che fanno del negazionismo un mero strumento di propaganda politica.

Il negazionismo italiano con l'esclusione delle pubblicazioni della Graphos - è stato quindi relegato alle riviste della destra radicale: "Sentinella d'Italia", "Avanguardia", ma soprattutto "L'Uomo libero" e "Orion" (46). Quest'ultima rivista ha dedicato due rubriche direttamente o indirettamente al negazionismo: "Sterminazionismo" e "Controstoria", curate da Carlo Mattogno e dal fratello Gian Pio Mattogno, un cattolico fondamentalista (47).


4 - I negazionisti geopolitici

I negazionisti geopolitici fanno derivare la propria adesione alle tematiche negazioniste da una presa di posizione genericamente politica e specificamente antiisraeliana.

Questo approccio è tipico dei paesi e degli intellettuali islamici. Il negazionismo in realtà è un atteggiamento relativamente recente fra i musulmani ed ha preso sempre più piede, in connessione coll'inasprirsi del conflitto arabo/israeliano. Dal punto di vista dei contenuti, i negazionisti geopolitici sono tributari delle tematiche del negazionismo "classico".

Citiamo a titolo d'esempio i contenuti degli scritti dell'associazione Radio Islam, fondata da Ahmed Rami. Questi è uno dei cospiratori che nel 1971 tentò di rovesciare la monarchia marocchina al fine della creazione di una repubblica islamica.

Rami è amico personale di Faurisson, nonché di Johannes von Leers, già braccio destro di Goebbels per le questioni che riguardavano l'antisemitismo. Von Leers si convertì all'islamismo col nome di Omar Amin von Leers, negli anni del dopoguerra in cui visse in Egitto e divenne consulente del governo di Nasser.

Condannato per antisemitismo, attualmente Rami vive in Svezia (48).

Come si capirà, la vicenda di Rami è notevole anche per interpretare i legami fra i vari gruppi negazionisti, spesso molto più contigui di quanto si possa pensare. Si segnala la sua partecipazione al convegno "Revisionismo e dignità dei popoli vinti" tenutosi a Trieste il 6/7 ottobre 2001 (49), organizzato dalla già citata associazione Nuovo Ordine Nazionale e dal Movimento Fascismo e Libertà (50). Gli altri conferenzieri furono i negazionisti francesi Jean-Louis Berger - ex aderente al Fronte Nazionale di Le Pen - e Vincent Reynouard, i negazionisti americani Russ Granata e Robert Countess (51), lo svizzero Juergen Graf (52) e il negazionista australiano Frederick Toben (53). Un messaggio di saluto ai conferenzieri fu inviato da Marcantonio Bezicheri, membro del Comitato Centrale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore (54).

Pare possa essere inserito all'interno della categoria dei negazionisti geopolitici anche il francese Roger Garaudy, il quale nel suo pamphlet "Les mythes fondateurs de la politique israélienne" (55) riprende alcune delle tematiche tipiche dei negazionisti, inserite però in un contesto generale antisemita ed antiisraeliano. Garaudy è da anni convertito all'Islam: processato per contestazione dei crimini contro l'umanità e condannato a 120.000 franchi d'ammenda, durante il processo ricevette la continua assistenza di Faurisson, nonché l'appoggio di una serie di intellettuali dei paesi arabi e musulmani.

In anni recenti il negazionismo ha fatto capolino anche negli organi di stampa: il 25 settembre 1998 il quotidiano egiziano "Al Akhbar" pubblicava un articolo a firma di Wahya Abu Thawkra intitolato: "L'Olocausto Netanyahu e me", all'interno del quale si leggevano le seguenti frasi: "Gli ebrei hanno inventato il mito dello sterminio di massa e il fatto che 6 milioni di ebrei siano stati uccisi nei forni nazisti. Ciò fu fatto con l'intento di motivare gli ebrei ad emigrare in Israele e ricattare i tedeschi per denaro e anche per ricevere l'aiuto degli ebrei del mondo. Similmente il sionismo si è basato su questo mito per stabilire lo stato d'Israele. Io continuo a credere che l'Olocausto sia un mito israeliano inventato per ricattare il mondo" (56).

A coronamento, dal 31 marzo al 3 aprile 2001 fu indetta a Beirut una conferenza intitolata "Revisionismo e sionismo", organizzata dall'associazione negazionista svizzera "Truth and Justice" (57) e dall'americano "Institute for Historical Review" (58) e sponsorizzata dall'Associazione degli Scrittori Giordani (59). La conferenza suscitò moltissime polemiche e fu anche contestata pubblicamente da quattordici intellettuali di vari paesi arabi (60), tanto da venir impedita dal governo libanese (61).

In Italia non sembra si possa parlare di negazionismo geopolitico, parendo preminente nei negazionisti di casa nostra la scelta ideologica: il che non toglie che il mondo dei negazionisti in generale e della destra radicale in modo specifico sia violentemente antiisraeliano (62). Questo però provoca un atteggiamento necessariamente ambivalente fra i negazionisti della destra radicale, così come ha riconosciuto Guillaume Fabien, collaboratore di Faurisson: "La progressiva penetrazione del revisionismo nel mondo arabo musulmano promette bene []; d'altra parte gli arabi sono fra coloro che avviliscono le nostre città europee. D'accordo che dobbiamo appoggiare le giuste istanze dei palestinesi, ma in Europa dobbiamo difenderci contro il degrado delle nostre città. La razza bianca oggi in Europa deve lottare per la propria sopravvivenza" (63).

Per quanto riguarda il mondo dei musulmani italiani, ad oggi non è noto alcun documento di un'organizzazione riconosciuta che ufficialmente abbia assunto posizioni negazioniste (64).


5 - I negazionisti religiosi

L'approccio dominante del radicalismo di destra nei confronti della religione è di massima paganeggiante: "Dio, più che estraniarsi da una Storia che, fino a una certa data (1789), l'aveva sempre visto presente, non v'è mai stato" (65).

Tutti i movimenti tradizionalisti cattolici italiani però sono collocabili nella stessa area politica: "è il concetto di 'tradizione' da sempre il terreno unificante e di incontro fra le diverse anime della destra radicale. In quanto richiamo ad un passato di 'valori assoluti e soprastorici', capace di 'consacrare' tutte le diverse 'aristocrazie del passato' (non importa dove esse affondino le proprie radici, se nel 'Sacro Romano Impero' o nella mitica `Roma arcaica'), in esso tendono a riconoscersi tanto le correnti pagane quanto quelle tradizionaliste cattoliche. In nome del rifiuto del 'mondo moderno', della 'democrazia e dell'egualitarismo', le componenti ultracattoliche si sono in questo modo spesso intrecciate con l'articolato arcipelago neofascista" (66).

Al di là di ciò che si dirà nel prossimo capitolo sull'antiebraismo, costantemente presente in buona parte delle pubblicazioni dei tradizionalisti e risalente all'antico filone cattolico antisemita (67), pochi sono i gruppi cattolici tradizionalisti espressamente negazionisti.

Fra questi citiamo l'Istituto Mater Boni Consilii (68), che ospita nel suo organo ufficiale "Sodalitium" una serie di articoli, contenenti le "classiche" tematiche antisemite: dall'omicidio rituale alla congiura internazionale giudaico/massonica. A ciò si aggiunge la positiva considerazione delle teoriche dei principali negazionisti. I loro testi sono regolarmente recensiti fra le novità librarie e citati negli articoli che trattano dell'ebraismo. Si distingue per la sua prolificità di scritti pronegazionisti ed antisemiti il direttore di "Sodalitium" don Curzio Nitoglia. Anch'egli partecipò questa volta nel 2000 ad un convegno organizzato a Trieste dal Movimento Fascismo e Libertà, sul tema "L´Italia dei grandi processi ingiusti: severa e crudele con Priebke, assolutoria con gli assassini delle Foibe" (69).

Violentemente antiebraico è il "Movimento di Resistenza Popolare `L'Alternativa Cristiana' ", del quale poco si conosce, al di là del sito www.holywar.org (70). E' un concentrato dei peggiori deliri antisemiti rintracciabili nella storia, unitamente ad accuse di satanismo alla chiesa cattolica, di cui il Concilio Vaticano II è considerato "letame modernista". Il sito - ospitato fino al 1998 all'interno del sito Radio Islam di Ahmed Rami (71) - è una creazione dell'antisemita negazionista norvegese Alfred Olsen, che lo stesso negazionista britannico David Irving descrive come "persona di dubbia stabilità mentale". Oltre a ciò, sempre per Irving il "Movimento di Resistenza Popolare `L'Iniziativa Cristiana' " in realtà sembra essere un gruppo costituito da "una persona sola" (72). Tutto ciò non impedisce ad alcuni siti tradizionalisti cattolici anche non espressamente negazionisti di consigliarlo ai lettori, così come fanno altri siti di estrema destra.

In conclusione, sembra comunque di poter concordare con lo "Stephen Roth Institute" dell'Università di Tel Aviv, che in un suo rapporto annuale afferma: "l'antisemitismo cattolico [in Italia] è estremamente raro, riflettendo apparentemente l'attuale politica pontificia ed ecclesiastica di ripudio dei passati insegnamenti antigiudaici" (73).


6 - Quali costanti?

Esiste un tratto distintivo comune ai negazionisti, a qualsiasi corrente essi appartengano?

Chi si pone l'obiettivo del recupero dell'ideologia nazionalsocialista deve liberarsi dal peso della Shoah: "dopo il 1945, gran parte dei partiti e dei movimenti di estrema destra sono stati essenzialmente revisionisti: hanno negato o deformato la realtà relativa alla collaborazione con il nazismo, o hanno ben presto negato il genocidio degli ebrei, tragedia inammissibile e maggiore ostacolo, almeno fino agli anni '80, alla loro credibilità. E quella di essere revisionisti, e persino negazionisti, è la caratteristica dei `vinti della Storia' che, per sopravvivere politicamente, sono costretti a riscrivere una storia che non sia loro sfavorevole e nalla quale possano continuare ad esistere" (74).

La negazione è un'attitudine mutuata direttamente dai nazisti. Le persecuzioni dei malati, degli handicappati, degli omosessuali, degli asociali, dei testimoni di Geova, degli zingari e degli ebrei sono stati eventi tanto espliciti quanto occultati.

Espliciti nell'accurata preparazione propagandistica, caratterizzata da continui richiami all'igiene del popolo e alla purezza del sangue; espliciti nell'indicazione delle categorie impure o pericolose (75); espliciti fino a giungere alla produzione di film di grosso successo popolare che suggerivano la possibile soluzione di quello che veniva individuato come un problema: l'eliminazione fisica (76).

Occultati nella traduzione pratica: al di là dell'obbligo di segretezza cui erano tenuti i tedeschi coinvolti nei vari stermini (77), al di là della modificazione deformante ed occultatrice del linguaggio (78) testimoniata dallo stesso Eichmann durante il processo di Gerusalemme (79), è lo stesso Heinrich Himmler a definire chiaramente il tema in un discorso ai suoi comandanti tenuto a Posen il 4 ottobre 1943: "Mi riferisco all'evacuazione degli ebrei, all'annientamento del popolo ebraico. Questa è une di quelle cose che sono facili a dirsi. `Il popolo ebreo sarà annientato', dice ogni membro del partito. `Certo, sta nel nostro programma, l'eliminazione degli ebrei, l'annientamento, lo facciamo, puf!'. E arrivano tutti arrancando, 80 milioni di bravi tedeschi, e ciascuno ha il suo ebreo perbene. D'accordo, gli altri sono porci, ma questo è un ebreo di prim'ordine. Di tutti quelli che parlano così, nemmeno uno l'ha visto succedere, nemmeno uno ci è passato. La maggior parte di voi sa che vuol dire vedere cento cadaveri distesi l'uno accanto all'altro, o cinquecento, o mille. Essere andati fino in fondo e a parte casi di debolezza umana avere mantenuto la propria integrità, è questo che ci ha resi duri. Nella nostra storia, questa è una pagina gloriosa che non è stata scritta né mai lo sarà" (80).

Una storia da non scrivere e da negare nel momento stesso in cui essa accade, da parte di coloro i quali ne erano gli attori/autori. La costante si è mantenuta nel tempo: gli attuali negazionisti neonazisti sono coscienti della necessità politica e ideologica della negazione, nella misura in cui riconoscono che la Shoah è "uno spettro che fiacca tutti i nostri slanci ideali verso non tutte, ma almeno una buona parte delle invidiabili realizzazioni o tensioni ideali messe in atto dal III Reich" (81).

La necessità di negare la Shoah in funzione della rivalutazione del nazionalsocialismo non è però collegabile a tutti i negazionisti.

Infatti i negazionisti marxisti come già visto - negano in nome dell'ortodossia; i negazionisti tecnici qualora non si tratti di negazionisti neonazisti o neofascisti "cammuffati", quale sembra essere il caso di Mattogno appaiono in realtà in un sol momento utilizzatori e succubi di una metodica storiografica pesantemente fallace.

E' quindi necessario ricercare un altro minimo comun denominatore, costante ai negazionisti di ogni filone.

E' noto che uno dei fulcri del pensiero hitleriano fu il razzismo ed in particolare l'antisemitismo (82).

Hitler esplicitò sempre queste teoriche, fino ad elencare negli ultimi giorni della sua vita con chiarezza i suoi desideri post mortem: "Quale consiglio possiamo dare, allora, quali norme di comportamento possiamo raccomandare a coloro che sopravviveranno con lo spirito senza macchia e il cuore indomito? Battuto, lasciato solo a cercare la salvezza, isolato come una sentinella nelle cupe tenebre della notte, il popolo tedesco dovrà fare spontaneamente tutto il possibile per rispettare le leggi razziali che noi gli abbiamo dato. In un mondo che va diventando sempre più. perverso a causa del virus ebraico, un popolo rimasto immune a tale virus deve, alla lunga, riemergere alla supremazia. Da questo punto di vista, il Nazionalsocialismo può a buon diritto pretendere l'eterna gratitudine del popolo per avere eliminato gli ebrei dalla Germania e dall'Europa Centrale" (83).

Che cos'è quindi l'antisemitismo dei neonazisti, se non il mantenimento in vita del filo rosso dell'antisemitismo razziale (84), la riproposizione della vulgata nazista o addirittura l'esecuzione dell'ultimo ordine hitleriano?

Per quanto riguarda i negazionisti marxisti, abbiamo già notate le espressioni che connettono gli ebrei genericamente intesi al capitalismo, del quale costituiscono una sorta di "punta di lancia". Espressioni oggettivamente antisemite, che costruiscono attorno alla figura dell'ebreo una sorta di "mitologia classista" complementare alla "mitologia razzista" della cultura di destra (85). Come elemento comune, il "grande complotto" contro la verità storica. Questo complotto per i negazionisti marxisti è funzionale ed intrinsecamente connesso al menzognero mondo capitalistico; mentre per i negazionisti neonazisti è intrinseco alla pretesa di essere gli unici in grado di spiegare il mondo e di risolverne i problemi in via definitiva, con annessa visione dicotomica che divide i personaggi sulla scena in amici/nemici e conseguente descrizione di complotti e capri espiatori categoriali (l'ebraismo mondiale, il sionismo mondiale, le logge massoniche ecc.ecc.) (86).

La visione del "grande complotto" è un tratto comune anche ai negazionisti tecnici: un complotto messo in opera dagli ebrei "per realizzare diversi risultati: dalla colpevolizzazione storica dei nazionalismi europei, per meglio organizzare il dominio sionista-colonialista su un Occidente ormai politicamente e culturalmente disarmato, per finire alla formazione di uno Stato, quello di Israele, la quale, non potendo essere ottenuta attraverso una strategia sionista di lunga durata, era stata realizzata attraverso la creazione di una menzogna diabolica, lo sterminio degli ebrei, politicamente utile a essere tradotta in una soluzione statuale al problema dell'ebraismo, nonché a potere essere sfruttata, negli anni a venire, per legittimare anche le scelte più discutibili dello Stato d'Israele" (87).

Ma non sono solamente i negazionisti neonazisti, marxisti e tecnici ad utilizzare espressioni oggettivamente antisemite, fra le quali quella tanto antica quanto moderna allo stesso tempo del "grande complotto ebraico": anche i negazionisti geopolitici collegano direttamente la storia di Israele alla Shoah e giungono a convincersi del fatto che quest'ultima fu una voluta invenzione sionista, finalizzata a giustificare la nascita dello Stato di Israele (88). Il dominio mondiale degli ebrei è per i negazionisti geopolitici un dato di fatto acquisito, a tal punto che Radio Islam non si chiede più se, ma come sia accaduto e in che modo questo potere sia esercitato (89).

D'altro canto, anche i tradizionalisti cattolici di "Sodalitium" riconoscono nell'ebreo il "grande cospiratore" mondiale, presente in tutti i grandi movimenti rivoluzionari e in tutte le sette e gruppi massonico/iniziatici (90). In quest'ottica appare quindi quasi logica la pretesa di Holywar di considerare Hitler stesso uno dei migliori amici di Israele, essendo stato uno strumento nelle mani dell'ebraismo mondiale, manovrato a tal punto da fungere da parafulmine della storia al posto dei colpevoli ebrei (91).

"Antisemitismo" e "cospirazione mondiale" sembrano quindi essere le costanti all'interno di tutti i filoni negazionisti, così come ritroviamo in tutti i filoni la frequentazione di alcuni luoghi comuni dello scambio di idee, quali congressi o case editrici.

7 - Quale futuro?

A dispetto di quei negazionisti che pretendono di aver fondato un nuovo filone storiografico, nessuno storico serio ne ha mai considerato gli studi (92). Sembra quindi di poter concludere che il futuro del negazionismo sia direttamente collegato allo sviluppo dei movimenti che ne fanno uno strumento di propaganda politica.

L'argomento va al di là del contenuto di questo scritto, ma se è vero che "i rischi portati dalla modernizzazione delle società industriali [possono essere] determinanti sociostrutturali dei processi di politicizzazione di estrema destra" (93), e se è altrettanto vero che "le prospettive dei movimenti di estrema destra sono tanto più consistenti, quanto più elevato è il ritmo delle modificazioni sociali ed economiche" (94), allora dovremmo concludere che la c.d. "globalizzazione" tanto aborrita dai movimenti di destra radicale in realtà ne costituisce una delle maggiori possibilità di sviluppo. D'altro canto, anche il rifugio nella "tradizione", se inteso nel senso "fondamentalista" del termine, ovverossia come "potente rifiuto del passaggio storico in corso", è uno dei segni del passaggio storico stesso (95), col risultato che sia i movimenti "tradizionalisti" che i movimenti populisti, estremistici ed antisistemici, potrebbero venir beneficati dalle modificazioni socio-economiche in atto.

Bisognerà quindi verificare se la tematica prettamente negazionista al di là dei suoi aspetti obiettivamente ostici, dovuti alla complessità della tematica stessa, soprattutto se affrontata attraverso le teoriche del negazionismo tecnico - sia funzionale alle visioni, ai progetti ed alle ideologie di questi movimenti di estrema destra, che spesso si presentano come "qualcosa di diverso, non [] sempre eredi del passato" (96).

La ricerca del "nemico", tipica dell'estrema destra, si concentra di volta in volta su quello considerato "più pericoloso", al quale "viene conferito lo status di `capro espiatorio' " (97). In questa fase storica soprattutto nella destra radicale europea - sembra che lo straniero immigrato in generale, e quello immigrato dai paesi di fede islamica in particolare, stia prendendo nettamente il sopravvento rispetto agli ebrei in questa sciagurata identificazione.

In conclusione, è ipotizzabile che la particolare forma di patologia storiografica conosciuta sotto il nome di "negazionismo" ci accompagnerà ancora a lungo, come spia evidente delle contraddizioni e delle molteplici spinte che interagiscono nel "farsi" della nostra storia.

 

Luigi Vianelli

Settembre/Ottobre 2002




 

 

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1) Definizioni contenute nella sentenza del giudice Charles Gray - mutuate dalla perizia del prof. Richard Evans - nella nota causa intentata da David Irving contro Deborah Lipstadt. Sulla vicenda: D.D.Guttenplan, Processo all'Olocausto, Milano, Corbaccio, 2001. La definizione è alle pp. 287-288

2) Sulla metodologia storiografica dei negazionisti: P.Vidal-Naquet, Les assassins de la memoire, Seuil, 1995; V.Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Milano, Bompiani, 1998; D.Lipstadt, Denying the Holocaust. The Growing Assault on Thruth and Memory, Free Press, 1993.

3) Sul concetto di destra radicale vedi P.Ignazi, L'estrema destra in Europa, Bologna, Il Mulino, 2000 (Prima ed.1994).

4) Vedi P.Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Bologna, Il Mulino, 1989.

5) E' da notare che l'antisemitismo della RSI è spesso stato un "buco nero" nella pubblicistica della destra italiana. Vedi in proposito le osservazioni di F.Germinario, L'altra memoria. L'estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1999. Ecco invece come descrive la tematica generale dei rapporti fra destra italiana e nazismo Piero Sella, uno dei maggiori esponenti dell'attuale neonazismo italiano: "Ed ecco il neofascismo [...] chinare la testa, respingere come infamante l'etichetta "nazionalsocialista" ed accodarsi, come richiesto dalle circostanze, alla cultura della demonizzazione della Germania nazionalsocialista [...]. Non poteva mancare in tale quadro (anche il) corollario al dogma dell'Olocausto", P.Sella, Cinquant'anni dopo: Repubblica Sociale, fascismo, Germania nazionalsocialista, in "L'Uomo Libero", (XIV), Aprile 1993, n.36, p.49.

6) A.Monti, in "Avanguardia", n.45, 1991, pp.19-20.

7) Ivi, pp.19-20.

8) Editi rispettivamente da I Quaderni di Ordine Nuovo, 1965; Le Rune, 1966; Edizioni Europa, 1967.

9) Richard Harwood (pseudonimo di Richard Verrall) è l'editore del periodico del movimento neonazista inglese British National Front Spearhead.

10) Léon Degrelle (1906-1994) fu il fondatore nel 1935 del Movimento Rexista, partito belga di ispirazione nazista. Volontario di guerra nelle Waffen-SS, pluridecorato, fuggì nel 1945 in Spagna. Visse fino alla morte in quel paese, onorato e rispettato come un'icona da tutto il movimento neonazista internazionale. Aderì esplicitamente al negazionismo solo negli anni '70. Nel 1982 presentò un suo saggio alla Conferenza Revisionista del Journal of Historical Review.

11) Robert Faurisson (nato nel 1929) è stato professore di letteratura all'Università di Lione. Dalla fine degli anni '70 la sua produzione sui temi cari ai negazionisti è stata assai prolifica. E' da considerarsi il capofila dei c.d. "negazionisti tecnici": autori che concentrano i propri studi sulle implicanze chimiche, linguistiche, ingegneristiche e storiografiche della Shoah, alla ricerca di un'altra interpretazione della storia. Fra il mese di novembre del 1978 e il mese di gennaio del 1979, rilascia due interviste la prima al Matin de Paris, la seconda a Le Monde cui segue una vivace polemica fatta di repliche e controrepliche: per Faurisson "Non ci sono mai state camere a gas nei campi di concentramento".

12) Del primo ricordiamo Droit et histoire, La Vieille Taupe, 1986 e Della miseria intellettuale in Francia in ambiente universitario e specialmente nella corporazione degli storici. Jean-Claude Pressac, preteso demolitore del revisionismo olocaustico, Graphos, 1996 (prima ed. in francese nel 1993). Del secondo Vérité historique ou vérité politique? L'affaire Faurisson, La Vieille Taupe, 1980.

13) Ben Laden, Le spectre du terrorisme. Déclarations, interviews, Témoignages sur Oussama Ben Laden, Paris 2001.

14) Vedi http://aaargh.vho.org/fran/archVT/vt02/vt020331.html.

15) A.Chersi (a cura di), Il caso Faurisson, in proprio, 1983.

16) L'Internazionalista, dicembre 1981-marzo 1982, n.11, pp.27-37. Saletta è stato denominato impropriamente "disciple de Rassinier" da P.Vidal-Naquet ne Les assassins de la mémoire, Paris 1987, p.28 nota.

17) C.Saletta, Premessa a La Guerre Sociale, Dallo sfruttamento nei Lager allo sfruttamento dei Lager, Graphos 1994.

18) C.Saletta, Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet, Graphos 1993, p. 12.

19) Ibidem, p.12.

20) "Bordiga continua[va] a definire la verità come il solo ossigeno della rivoluzione", ibidem, p.12.

21) ibidem, p.12.

22) Saletta stesso si autodefinisce "un semplice lettore che ha sentito la necessità di dar voce alla persuasione maturata in lui dopo che aveva preso coscienza dei reali termini del problema", ibidem, p.14.

23) Ibidem, p.9.

24) Ibidem, p.30.

25) Ibidem, p.12.

26) La Guerre Sociale, Dallo sfruttamento, cit. p.12.

27) Ibidem, p.13.

28) Ibidem, p.15.

29) vedi C.Saletta, Per il revisionismo, cit. p.13.

30) Ibidem, p.13.

31) Nel catalogo attuale, Graphos presenta i testi di alcuni negazionisti "classici": Arthur R. Butz, R.Garaudy, R.Faurisson, C.Mattogno, P.Rassinier. Allo stesso tempo, è presente anche Serbia ed Europa. Contro l'aggressione della NATO, una raccolta di saggi fra i quali si notano anche i contributi dei neofascisti M.Tarchi e T.Staiti.

32) www.idgr.de/lexikon/bio/m/mattogno-carlo/mattogno.html

33) F.Germinario, Estranei alla democrazia. Negazionismo e antisemitismo nella destra radicale italiana, Pisa, BFS, 2001, p. 81.

34) C.Saletta, Per il revisionismo, cit. p.9.

35) Dichiarazione rilasciata a M.Scialoja, L'Espresso, 27 maggio 1990.

36) C.Saletta, Per il revisionismo, cit. p.14. Il negazionismo si autodefinisce revisionismo, in una sorta di atteggiamento mimetico nei confronti della storiografia nota con questo nome, che ha come più noto rappresentante Ernst Nolte.

37) F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p.85.

38) Vedi nota 2. Per un'analisi puntuale delle volute deformazioni storiografiche e logiche di uno studioso che nel tempo si è scoperto negazionista David Irving vedi R.J.Evans, Lying about Hitler. History, Holocaust and Irving Trial, Basic Books, 2001.

39) C.Mattogno, La critica di R.Faurisson al libro "Kl Majdanek. Eine historische und technische Studie", capitolo IX "Erudizione e crematori". Ho trovato il testo on-line al seguente indirizzo: http://www.russgranata.com/faurisson.html.

40) Vedi p.es. C.Mattogno, Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso, La Sfinge, Parma 1985.

41) Vedi p.es. C.Mattogno, Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico, Edizioni di AR, 1996.

42) Un caso particolare. In Auschwitz: fine di una leggenda, Edizioni di AR, 1994, Mattogno così conclude rispetto ad un noto documento analizzato per primo da J.C.Pressac ne Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, Feltrinelli, Milano 1994 (prima ed. in francese nel 1993), p.82: è un falso. La dimostrazione di tale falsità però è evidentemente indifendibile, per cui Mattogno ritornò specificamente sull'argomento quattro anni più tardi: "Die Gaspruefer von Auschwitz", Vierteljahreshefte fuer freie Geschichtsforschung 2 (1), 1998, pp.13-22. In questo secondo e ponderoso studio però il documento analizzato da Pressac non è più considerato un falso, bensì va interpretato in modo totalmente diverso, ovviamente in linea con le teorie negazioniste.

43) Vedi nota 39.

44) C.Mattogno, Osservazioni sull'articolo di A.R.Butz "Gas Detectors in Auschwitz Crematorium II". L'articolo è on-line al seguente indirizzo: http://codoh.com/inter/intitosservaz.html.

45) F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p.81.

46) Ogni rivista fa riferimento ad un particolare settore di quel contenitore magmatico ed eterogeneo che è oggi la destra radicale italiana: cattolici e pagani, socializzatori e corporativisti, repubblicani e monarchici, tradizionalisti, lefebvriani, filoatlantisti, filoarabi ecc.ecc Per un'introduzione generale vedi F.Ferraresi, Minacce alla democrazia. La destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra, Milano, Feltrinelli, 1995.

47) F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p.84.

48) Notizie su Rami e von Leers on-line al seguente indirizzo: www.phdn.org/negation/faurisson/rami.html. Una visione generale e concisa si ha in R.S.Wistrich, Holocaust Denial, in The Holocaust Encyclopedia, Yale University Press, 2001, pp. 293-301.

49) Trieste oggi, 9 ottobre 2001, p.3.

50) Per il convegno del 2002 vedi il capitolo dedicato al " caso Faurisson ".

51) Granata nel corso del convegno asserì che i servizi segreti americani sapevano dell'attentato alle Twin Towers, ipotizzando che il loro crollo fosse stato determinato da una serie di microcariche esplosive appositamente collocate all'interno dei grattacieli. Ibidem.

52) Dopo varie condanne Graf si è stabilito a Teheran, ospite di accademici iraniani Reuters, Ha'aretz, 23.03.2001.

53) Toben affermò che Bin Laden è "una creatura della CIA". Ibidem.

54) Ibidem.

55) R.Garaudy, Les mythes fondateur de la politique israéliènne, La Vieille Taupe, 1995.

56) S.Tezza, La stampa ufficiale egiziana continua a negare la Shoah e a predicare antisemitismo, in Menorah, 12 gennaio 1999.

57) A capo dell'organizzazione è il già citato svizzero Juergen Graf.

58) Fondato nel 1978, l'Institute for Historical Review è la più importante istituzione negazionista al mondo.

59) E.Yaghi, Exclusive Interview with Dr. Ibrahim Alloush: Revisionist Historians And Jordan, in Middle East Online, 7 maggio 2001.

60) M.Naim, The Appeal of Fourteen Arab Intellectuals Against a Denial Conference, Le Monde, 16 marzo 2001. Ecco i firmatari dell'appello antinegazionista: i poeti Adonis (Libano) e Mahmoud Darwich (Palestina), gli storici Mohammed Harbi (Algeria) gli scrittori Jamel Eddine Bencheikh (Algeria), Mohamad Verada (Marocco), Dominique Eddé, Elias Khoury, Gérard Khoury e Salah Stétié (Libano), Fayez Mallas e Farouk Mardam-Bey (Siria), Edward Said, Khalida Said e Elias Sanbar (Palestina).

61) Reuters, Ha'aretz, 23.03.2001.

62) Vedi a titolo d'esempio P.Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica, Milano, Edizioni dell'Uomo Libero 1990.

63) P.De Martin, Conferenza italiana sul revisionismo olocaustico, Il popolo d'Italia, giugno 2001. L'articolo fa riferimento ad una conferenza tenutasi a Trieste, organizzata dal Movimento Fascismo e Libertà (MFL). E' da notare che la spilla ricordo regalata degli organizzatori ai partecipanti era una copia di quella concessa ai membri del Partito Nazionale Fascista (PNF), colla sigla MFL al posto di PNF. Per un accenno alle altre conferenze organizzate dal MFL, vedi le pagine precedenti.

64) Sull'Islam radicale in Italia vedi M.Allam, Bin Laden in Italia. Viaggio nell'Islam radicale, Milano, Mondadori, 2002.

65) F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p.21.

66) La citazione è tratta da un documento contenuto in un sito della destra radicale italiana:
<http://www.italiapatrianostra.it/new/msi/eredimsi.htm>

Il linguaggio adottato non è però quello tipico dei documenti dell'area, sembrando tratto da una pubblicazione meno ideologicizzata.

67) Sull'argomento vedi D.I.Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno, Milano, Rizzoli, 2002.

68) Questo istituto religioso segue la tesi sedevacantista detta di Cassiciacum, che considera la Sede Apostolica "formalmente" vacante.

69) Ecco un breve riassunto del suo intervento: "da don Nitoglia abbiamo invece appreso che: 'la guerra non si fa con le caramelle'; che il comandamento dice 'non uccidere gli innocenti' (noi sapevamo che dice di 'non uccidere' tout court, salvo i casi di legittima difesa) e che in guerra si deve uccidere per non essere uccisi; che i fucilati alle Ardeatine non erano "innocenti" perché tutti detenuti o politici o comuni, quindi Priebke non ha commesso alcun peccato mortale; che le rappresaglie in guerra sono lecite, dopo via Rasella la rappresaglia: 'si doveva fare', ha sostenuto il prete, altrimenti 'quante altre bombe sarebbero scoppiate il giorno dopo'?". Tratto da Dossier Forza Nuova e dintorni, supplemento al n.135 de La nuova alabarda, 4 ottobre 2000.

70) Il sito è stato già censurato a suo tempo per incitazione all'odio razziale. Riappare però regolarmente, sfruttando come mirror altri spazi in Internet.

71) G.Karmasyn, Le négationnisme sur Internet, in Revue d'Histoire de la Shoah, n.170, settembre/dicembre 2000, nota n.156.

72) Entrambe le affermazioni in: <http://www.fpp.co.uk/Letters/Rightwing/Rami270300.html>

73) Antisemitism Worldwide. 1999/2000. Italy, Tel Aviv, 2001. Lo stesso rapporto nell'edizione 2000/2001 pubblicata nel 2002 - così presenta la situazione delle organizzazioni integraliste cattoliche in Italia: "Militia Christi, founded in 1992, is active mainly in Rome. It rejects the Second Vatican Council reforms (1965), which it considers a product of Jewish, Bolshevik and homosexual influence over Catholicism, with the aim of destroying Christianity. Fraternità Sacerdotale S. Pio X, based in Albano Laziale (Rome), celebrates rites in churches and chapels throughout Italy in the pre-Council way. Founded by the schismatic Monsignor Marcel Lefebvre, it maintains close ties with related fraternities in France and Belgium. Istituto Mater Boni Consilii at Verrua Savoia is a small, but very active group centered around the periodical Sodalitium. The Centro Librario Sodalitium (Solidarity Book Center), part of the same group, has published seven anti-Jewish books in the last few years (out of 18 publications). Among the most extreme Catholic fundamentalist periodicals, mention should be made of Ex Novo (Monza), headed by Giulio Ferrari. Its stand is pre-Council and anti-Jewish and it publishes articles defending Holocaust denying individuals and publications. A similar position is taken by the monthly Chiesa Viva (Brescia), edited by Don Luigi Villa, and by Teologia, issued by Edizioni Segno (Udine) and edited by Piero Mantero, which publishes articles "proving" the existence of a Jewish-Masonic plot."

74) H.Rousso, La Seconde guerre mondiale dans la mémoire des droites, in J.F.Sirinelli (sous la direction de), Histoire des droites en France, v. 2, Cultures, Gallimard, Paris 1992, p. 555, cit. In F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. pp.61-62.

75) Vedi M.Burleigh-W.Wippermann, Lo stato razziale, Milano, Rizzoli, 1992.

76) Sull'antisemitismo nel cinema tedesco vedi S.Mannes, Antisemitismus in nationalsozialistischen Propagandafilm. Der ewige Jude und Jud Suess, Teiresias Verlag, Koeln 1999; per presentare l'eutanasia come accettabile, i nazisti produssero il film Ich klage an! (Io accuso!), su soggetto scritto da uno dei medici che parteciparono all'Aktion T4 (l'eliminazione fisica degli handicappati e degli asociali, della quale rimane l'ordine scritto di Hitler). Il film diretto da Wolfgang Libeniener - venne visto da oltre 15 milioni di spettatori. Per un inquadramento generale vedi H.Friedlaender, The Origin of the Nazi Genocide: from Euthanasia to the Final Solution, Univ.of North Carolina 1995.

77) Lo testimoniano gli stessi tedeschi: vedi la testimonianza di Franz Stangl, prima impegnato nell'Aktion T4, poi comandante a Sobibor e Treblinka, in G.Sereny, In quelle tenebre, Adelphi 1994.

78) Sulle modificazioni del linguaggio nel Terzo Reich, un classico è V.Klemperer, LTI. La lingua nel Terzo Reich. Taccuino di un filologo, La Giuntina, 1998.

79) J.von Lang-C.Sibyll (a cura di), Eichmann interrogated: Transcripts from the Archives of the Israeli Police, Da Capo Press, 1999.Il testo completo degli interogatori di Eichmann è in rete al seguente indirizzo:
www.nizkor.org/hweb/people/e/eichmann-adolf/transcripts/.

80) M.Marrus, L'Olocausto nella storia, Il Mulino 1994 (Prima ed. 1987), p.45. Ho corretto un paio di espressioni per renderle più adeguate al testo originale tedesco.

81) M.Menegatti, La verità storica si fa avanti nello sterminio dei 6.000.000 di ebrei, in "Avanguardia", 1991, n.1, p.12, cit. in F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p. 61.

82) La bibliografia su Hitler e il nazismo è sterminata. Segnalo solo a titolo d'esempio I.Kershaw, Hitler, 2 voll., Bompiani, Milano 1999-2002 e I.Kershaw, Che cos'è il nazismo? Problemi interpretativi e prospettive di ricerca, Bollati Boringhieri, 1995. Con focus specifico sulla visione razzista del nazismo vedi M.Burleigh-W.Wippermann, Lo stato razziale, cit. .

83) F.Genoud (a cura di), Il testamento di Hitler, s.d., nota del 2 aprile 1945.

84) Su questo amplissimo tema vedi G.L.Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all'Olocausto, Milano, Mondadori, 1992; specificamente sul nazismo G.L.Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Milano, Il Saggiatore, 1998.

85) Su quest'ultima, vedi F.Jesi, Cultura di destra, Milano, Garzanti, 1993 (prima ed. 1979).

86) W.I.Holzer, La destra estrema, Trieste, Asterois Editore, 1994. Per Holzer "questi costrutti, basati su teorie di congiura ed accerchiamento possono fornire la giustificazione ultima, che permette di presentare certe forme di emarginazione sociale o addirittura di annientamento dei "nemici" come null'altro, in fondo, che atti di legittima difesa.". Ibidem, p.70.

87) F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. pp.72-73. Accenni alla "cospirazione degli storici", parallela e complementare a quella degli ebrei, si trovano in tutte le opere dei negazionisti tecnici, compresi ovviamente Faurisson e Mattogno. Del primo si veda a titolo d'esempio il capitolo 19 del suo Ecrits révisionnistes. 1974-1998, s.l., 1999, significativamente intitolato "Le organizzazioni ebraiche hanno imposto un "credo apostolico" dell'Olocausto". [La referenza é falsa ] Del secondo si veda l'articolo Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti, in Orion, n.155, agosto 1997. Mattogno è in realtà l'unico negazionista italiano che evita accuratamente di utilizzare espressioni antisemite.

88) Per affermare tutto ciò, i negazionisti non esitano a strumentalizzare secondo una tecnica nota anche gli scritti di noti studiosi ebrei o israeliani. Esempio di tutto ciò, il taglia/incolla di alcune frasi tratte da T.Segev, Il settimo milione. Come l'Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001 (Prima ed. Domino Press, 1994), effettuato da R.Garaudy nel suo saggio negazionista Les mythes fondateur de la politique israéliènne, cit. .

89) http://www.radioislam.org/historia/zionism/index_misc.html .

90) Quasi in ogni numero della rivista almeno un articolo è dedicato a questa tematica, generalmente a firma di don Curzio Nitoglia.

91) Vedi l'incredibile articolo "Nazismo. Una setta neopagana gnostico-manichea", all'interno del sito www.holywar.org, nel quale si giunge ad affermare che Hitler, Heydrich, Eichmann, Streicher e molti altri caporioni nazisti in realtà erano ebrei o mezzo-ebrei.

92) Lo stesso E.Nolte, che dedica ai negazionisti un capitolo interlocutorio del suo Controversie, edito in Italia nel 1999 per Il Corbaccio, in realtà non fa l'unica cosa che risulterebbe fondamentale per i negazionisti stessi, e cioè riconoscerne la fondatezza delle tesi di fondo che negano la Shoah. A dispetto di tutto ciò, alle volte Nolte è impropriamente citato dai negazionisti, che sperano di trovarvi una sorta di "aggancio" con la tanto vituperata "storiografia di regime".

93) W.I.Holzer, La destra estrema, cit. p.110.

94) Ibidem, p.111.

95) M.Hardt-A.Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002, p.144.

96) P.Ignazi, L'estrema destra in Europa, cit. p.231.

97) W.I.Holzer, La destra estrema, cit. p.68.


<http://www.olokaustos.org/saggi/saggi/negaz-ita/negaz0.htm>
15 ottobre 2002


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